AUTOMATIC

Lo so che ci sei. Le partenze sono scenari ai quali non mi sono ancora abituato. Anche l’attesa di vederti scomparire ai gate, quando sei già scomparsa, perché potresti voltarti indietro e non trovarci con lo sguardo, così dice tua madre, mentre si asciuga una lacrima che ha cercato di trattenere quand’eri con noi a consumare gli ultimi minuti in un caffè all’aeroporto.

I ritorni muti in auto e le cose da fare che vengono fatte con una implacabile efficienza che gira a vuoto.

Io che trasferisco il mio computer nella tua stanza, non credere per invaderla, ma per aprire i cassetti vuoti e trovare qualcosa che ti sei dimenticata.

Hai preso gli scellini sulla scrivania? Hai risposto di si, annuendo mentre sorseggiavi il caffè all’aeroporto, socchiudendo un attimo gli occhi. E infatti gli scellini li ritrovo tutti sulla scrivania. Semplicemente non te li sei portati.

Così le altre piccole menzogne per tenerci buoni.

Hai progettato un viaggio lungo per risparmiare sul volo. Un transito a Timisoara, un nome che mi ricorda la rivolta contro Ceausescu. Si diceva che fossero stati trucidati cittadini innocenti. Si diceva che non era vero. Poi ad essere fucilato fu lui, Ceausescu, sbrigativamente, come sa fare la storia, davanti ad un blindato in mezzo ad una strada.

Ti ho chiesto di comprarmi una stupidaggine a Timisoara, quando mai mi capiterà l’occasione di comprarne una? So che non lo farai, perché tu, come me, come i tuoi figli, se ne avrai, saranno presi da altre cose, e dimenticheranno le promesse come le dimenticavo io, come le dimentichi tu.

Ci vedremo presto, lo so, prima o poi, ma ogni partenza, ogni separazione a me pesa , a noi pesa, e mi ricorda quando ti tenevo tra le braccia e tu ti lasciavi andare, come solo i bambini sanno fare.

Nakutakia kila la heri kwa Mwaka Mpya

 

Roma il 30 dicembre del 2017, un giorno prima della fine dell’anno.

 

 

Automatic

I’m going back, back again
Flying solo, only myself to blame
Taking my chances time and time again
Goodbye to you my old friend

‘Cause I’m ready to go, this feeling won’t stop
Hitting the road, it’s all that I’ve got
It’s automatic
Foot to the floor, I can’t take anymore
Running from the life I tried to ignore
It’s automatic, automatic

Feeling sadness, feeling shame
I’ve taken the easy way out over and over again
Open road, I’m coming home
I’m free to live, I’m free to roam

‘Cause I’m ready to go, this feeling won’t stop
Hitting the road, it’s all that I’ve got
It’s automatic
Foot to the floor, I can’t take anymore
Running from the life I tried to ignore
It’s automatic, automatic

Bring it right down, get ready to stop
Turn it right ‘round, go back to the start
Bring it right down, get ready to stop
Turn it right ‘round, turn it right ‘round, turn it right ‘round
Go back to the start

Automatic, automatic

Ready to go, this feeling won’t stop
Hitting the road, it’s all that I’ve got
It’s automatic
Foot to the floor, I can’t take anymore
Running from the life I tried to ignore
It’s automatic, automatic

 

Clara e il vento degli anni che scorrono

C’è questa foto, tu con tua madre. Ora tocca a te  Clara, di farmi commuovere. Devo dirti che il tuo sguardo, la brillantezza degli occhi e la loro allegria ce l’avevi  sin da piccola, quando andavamo l’estate al mare e tu chiedevi  ossessivamente  di andare al bar Piero,  in Sardegna, e alla fine con tuo fratello e la Gilda ti si accontentava. E voi tre ridevate come solo i bambini sanno fare, con scoppi improvvisi, dai quali io, in quanto adulto ero escluso. Ma gli altri adulti dov’erano?

E poi quando  cominciammo a frequentare Stefano, Vittorio e Marianna, vostri coetanei, più o meno,  il caos aumentò.

Sappi che io ti ho vista nascere, nel senso che c’ero. Mi sembra che tua madre manco riuscì ad arrivare in sala parto. Evidentemente eri curiosa già da allora. Avevi fretta di vedere com’è il mondo. E quando si veniva a cena a casa dei tuoi eravamo avvertiti. Clara ti ascolta, anche se fa le viste di essere impegnata in altro. Io so che la tua curiosità di bambina ora è diventata curiosità intellettuale, curiosità di donna, perché noi come eravamo da bambini così siamo da adulti.

Quand’eri piccola ascoltavi i dialoghi degli altri nei ristoranti. E devo a te la mia capacità di farlo. Sai che scrivo delle cronachetta ambientate in un bar. Ti ho osservata, sai?

Un’altra cosa che mi ha colpito è la tua allegria. Sappilo, i tuoi occhi ridono, il tuo volto è solare, bello. E la tua eleganza. Tutte queste trasformazioni sono state lente, un cammino anche difficile, ma l’effetto finale è che io ho davanti a me una donna, e non più una ragazzina.

Quindi la foto con l’alloro e la laurea mi dicono in qualche modo che ti ho ritrovata, anche se ti ho persa, e che ora tocca a te.

Buona vita, Clara, ti voglio bene.

 

Le Avventure di Bombolo Capitombolo

Io ho avuto sempre una passione per i cartoni animati. Ho lavorato in Rai per i programmi per ragazzi, ma i cartoni animati giapponesi non mi piacevano granchè, poi al Centro Sperimentale, appena potevo, andavo a trovare il reparto animazione, un Eden nel sottosuolo della scuola, dove gli studenti sembravano vivere nella più assoluta libertà creativa. Ho conosciuto Maurizio e Alberto. Maurizio oggi è uno degli animatori di punta della nostra cinematografia ed è diventato addirittura presidente dell’associazione animatori. Con lui realizzammo un pilota per la Rai che raccontava la storia di un gruppo di ragazzi che compivano investigazioni aiutati dal fantasma di un senatore Romano, Lucio Decio Mendacio. La Rai, in uno dei suoi ciclici rovesciamenti della dirigenza (la rai ricorda la guerra di trincea della prima guerra mondiale, linee che si fronteggiano, nell’immobilità più assoluta) lasciò cadere il progetto, ed il Fantasma rimase tale.

Ma non c’entra nulla con Bombolo Capitombolo, perché Bombolo Capitombolo è esistito, solo che ora si è fatto grande e non fa chiamarlo così.

Bombolo Capitombolo è Eugenio Michele. Quand’era piccolo ci trovammo coi suoi genitori a trascorrere una vacanza insieme. Non fu la sola. Ricordo che avevamo affittato una bella casa sul mare a Porto Cesareo, vicino Leverano, nel Salento. Quando arrivammo dopo un viaggio interminabile l’appartamento da noi affittato si rivelò essere un altro, e cioè il piano terra. Facemmo buon viso a cattivo gioco: del resto trascorrevamo la giornata al mare. Nelle attese, perché quando si è in vacanza e non si è di turno, si aspetta, nacque la consuetudine di raccontare storie ai bambini, Gilda, Chiara ed Eugenio. Nacque il personaggio di Bombolo Capitombolo, ispirato ad Eugenio, che all’epoca camminava malfermo, e rideva a quei racconti, rideva che non la finiva mai, al punto che bastava pronunciare il nome del nostro eroe che lui scoppiava a ridere.

E noi con lui.

Poi il tempo è passato, ma il nome è rimasto. Immaginate un Time Lapse, dove in tempi concentrati le azioni scorrono velocissime, ho continuato a vedere Bombolo-Eugenio, alle feste dei bambini, poi alle cene, in occasione delle prove aperte della scuola. Eugenio mi chiamava e mi chiama Zio, anche se io non sono suo zio, ed è bello sentirsi chiamare così, quando non vi sono obblighi d’affetto, ma l’affetto è qualcosa che si prova veramente.

L’ultima volta che ci siamo visti ci hanno fotografato noi due appoggiati alla parete della stanza da pranzo della casa di Eugenio, come zio e nipote, sorridenti e silenziosi.

Dico l’ultima volta, perché Eugenio è partito per stare un anno negli Stati Uniti e non ci rivedremo per un bel pezzo.

Addio Bombolo Capitombolo e benvenuto Eugenio, sei un uomo, ormai.

Buona vita.

Tuo Zio, molto fiero di esserlo.

 

P.S. volevo pubblicare quella foto, ma non la trovo più.

L’11 agosto del 2017, un po’ dopo la tua partenza.

Immagine, una foto rubata al tuo profilo, con Clara, tua sorella.

Ricordo di Silvana Natoli.

Silvana l’abbiamo conosciuta grazie a Lisa che a sua volta ci ha fatto conoscere meglio Silvana stessa. Un giro dove non sai chi fa cosa, ma succede. E nella nostra storia, la mia e di Lilli e della scuola abbiamo conosciuto anche Lisi, il babbo di Lisa, quando aveva il teatro Spaziozero a Testaccio, mille anni fa nel nostro ricordo. Ora al posto del Teatro Spaziozero c’è il mercato ed il parcheggio e nessuno ricorda.

Il Teatro è così, a cominciare dalle rappresentazioni. Scompaiono. D’accordo esiste il video, ma non è la stessa cosa.

Con Silvana ci siamo visti in più occasioni. Ha insegnato da noi, lezioni mirabili, finestre sul mondo, di quelle dissertazioni che lasciano a bocca aperta, perché lasciano intravedere universi sconociuti, con accostamenti anche arditi. Scienza, matematica, cultura, Fisica. Fantascienza. In una scuola di Teatro direte voi. Soprattutto in una scuola di Teatro, dove bisogna apprendere a fare connessioni col mondo.

Me la ricordo in ufficio, in attesa di fare lezione. L’andavamo a prendere a casa, qualche volta sono andato anch’io e ricordo piacevolissime conversazioni e – lo confesso – speravo che ci fosse traffico per continuare a conversare. Conversare. Perchè Sivana conosceva l’arte della conversazione, cioè l’arte di farla nascere, di nutrirla, di svilupparla.

Fu Silvana a farci conoscere Lisa, perchè la conoscemmo in no so quale occasione e lei ci parlò di sua figlia che faceva l’attrice e la regista e noi andammo a vedere lo spettacolo La Casa D’Argilla che poi dette vita alla omonima compagnia.

Di Silvana ricordo il sorriso, un sorriso che le illuminava tutto il volto, e s’apriva cordiale, contagioso, aperto, solare,  lo stesso sorriso tuo Lisa, perchè molte cose passano dai genitori ai figli, più di quante noi pensiamo, e ora ogni volta che mi sorriderai vedrò anche il tenero e dolce sorriso di tua mamma.

Il 24 luglio 2017

Immagine: The Martian Chronicles – M. Anderson, 1980 TV

Anni dopo.

Tempo fa mi ha mandato un messaggio una compagna di classe, L.. Sarebbe venuta a Roma, dalla città dove abita. Ci siamo ritrovati attraverso Facebook. Non ci sarebbe nulla di straordinario in questo se non fosse che l’ultima volta che ci eravamo visti è stato molti anni prima. Con l’occasione  mi sono messo a fare i conti. Sarà stato il 1978. Il mio ultimo anno di Liceo, l’anno del rapimento Moro. Da tre anni già non stava più in classe con me, perché eravamo stati compagni di classe nel quarto e nel quinto ginnasio. Quindi grosso modo dal 1974 al 1975. Quaranta e passa anni fa. In genere non amo queste rimpatriate. Ci si ritrova tutti gonfi, nel corpo e nell’anima. E ti viene spontaneo pensare come è invecchiato l’altro, come sono invecchiato io. In più non ricordo esattamente come ci siamo lasciati, in che modo, perché spesso le amicizie – soprattutto quello scolastiche – svaniscono. Non ci si vede più, e basta, semplicemente, senza addii o feste, o saluti. Un giorno si è intimi e ci si frequenta, un altro si è dei perfetti estranei. Io poi, avendo scelto Lettere e Filosofia, al contrario di molti miei compagni di classe ho perso subito o quasi i contatti, tranne due o tre dai  quali poi lentamente mi sono distaccato.

Mi  è capitato di aver accettato l’amicizia di alcuni di essi su FB e ne leggo i post, e faccio fatica a ricordarmi come fossero ai tempi. Di alcuni ricordo un tratto saliente, il modo di sorridere, o che erano bravi a calcio. Di loro non so niente più. Di L. ricordavo qualcosa in più: fu una delle prime ragazze ad essere ammessa alla scuola dei gesuiti, dove avevo trascorso le medie in una rigorosa classe maschile. Al Ginnasio ci fu questa apertura. Tentarono di imporre a quelle poche coraggiose un grembiule nero, ma alla fine non lo indossavano. Noi in classe avevamo banchi singoli – i gesuiti amano i dettagli – e ricordo che lei era alla fila accanto alla mia. Non che non conoscessi ragazze, ma diciamo che ero timido e che L. attirava la mia curiosità. Sorrideva sempre ed  era sempre elegante, senza nulla fuori posto. Io, abituato invece alle classi maschili dove la trasandatezza era di casa, ero affascinato. L. in più era una bella ragazza – ora è una bella donna – e non passava inosservata. Ero attirato dai suoi capelli, dalle sue labbra e da una camicetta magica i cui ultimi bottoni s’aprivano maliziosi e lei li richiudeva con un gesto indifferente, passandosi poi la mano tra i capelli. Lei non sa, ma gliel’ho dico ora, che spesso le ore volavano perché io la guardavo e non prestavo attenzione a certe lezioni assai noiose.

Dunque  ci raccontiamo qualcosa per iscritto, poche righe. Poi un giorno annuncia la sua venuta a Roma per un convegno. L. infatti ha una avviata attività nel Nord Italia dove è finita per sorte. Decidiamo di incontrarci, e così avviene, la vado a prendere in un albergo in Prati, dove alloggia. Quando entro nella reception chiedo della Dottoressa L. e – nel chiederlo – mi viene da ridere. Il tempo è passato. Ora è la Dottoressa L. Mi dicono che è uscita. La scorgo sul marciapiede, la borsa sottobraccio, e la riconosco subito, come se il tempo non fosse passato.

E il tempo passa veloce anche  durante il nostro incontro. Una mattinata volata via. La porto alla nostra scuola di Teatro, dove conosce Lilli e viene avvolta nell’atmosfera da manicomio criminale. Io associo l’atmosfera della nostra scuola al racconto di Edgar Allan Poe, il Metodo del Dottor Piuma de Dottor Catrame. Quindi voi lascio immaginare l’ impressione che produce nei visitatori.   Andiamo a mangiare insieme, ed infine l’accompagno in albergo, perché si deve preparare alla serata mondana che l’aspetta, e che mi racconterà con poche semplici foto alcuni giorni dopo.

In questo tempo passato assieme ci siamo raccontati. Lei ha due figlie, io una. Abbiamo parlato degli amori, del lavoro, delle nostre speranze, di gioie e tristezze, delle aspettative che avevamo, degli studi intrapresi, dei viaggi, dei sogni e della realtà. Dei nostri compagni, che fine hanno fatto.

Abbiamo visto le foto delle nostre figlie. Anche lei ha una figlia che si sta trasferendo all’estero.

Dopo averle raccontato di come la vedevo io, all’epoca, le ho chiesto come mi vedesse lei

“Io ti ricordo benissimo. Ti ricordo intelligente e osservatore. Non cazzaro come tanti. Posato.” Mi ha risposto.

Ti voglio bene, L.

Immagine: Il ritorno di Andrej Zvyagintsev, 2003

Sei gradi di separazione

Ieri sono andato a prendere un aperitivo con un’altra donna. Mia moglie era andata al mare con le amiche. No. Non è così come sembra. Sarebbe venuta anche mia moglie se non fosse successo che dopo qualche messaggio attraverso i social avessimo deciso di incontrarci proprio il giorno in cui mia moglie non c’era. Io in realtà ero desideroso di andare a vedere un film assai commerciale, I guardiani della Galassia, ma non potevo certo proporglielo. La signora in questione è di origine italiana, ma francese, e fa la professoressa. L’ho conosciuta qualche anno fa alla scuola di mia figlia e mi sono fatto persuaso che se mia figlia parla francese lo debba a lei. Sin dall’inizio, le prime lezioni al liceo, ne avevo sentito parlare bene da mia figlia, ed è raro che un adolescente parli in termini lusinghieri di un professore. Quindi ero al corrente della sua esistenza, e l’ho incontrata poche volte nei giorni di ricevimento. Ho capito che c’era una intesa con mia figlia, e ne ero contento. Mi ricordo che al passaggio dal ginnasio al liceo noi genitori si era chiesto che restasse, ma per un gioco posizioni non aveva potuto continuare. Le scrissi in privato su facebook un breve messaggio in cui la ringraziavo, assieme a mia moglie, per quella passione che aveva trasmesso a mia figlia, rammaricandomi che non avesse potuto continuare. La risposta fu garbata, distaccata, ma lasciava trasparire un velo di tristezza, per il quale s’intravedeva che anche lei dispiaceva di lasciare la classe. Per un attimo mi s’era aperto uno squarcio su un lavoro a perdere, difficilissimo, dove i torti nei confronti dei propri figli annichiliscono ogni considerazione della difficoltà di quel lavoro. I genitori difendono a prescindere i propri figli. In più mi sono ricordato del breve periodo in cui ho insegnato, e al lavoro che svolgo,  ai ragazzi se ne vanno, e alla fine con pochi restiamo in contatto. La Prof. assomiglia incredibilmente a Louise Brooks, per il taglio dei capelli, e per gli occhi, mobili, neri e ridenti. Ha un bel sorriso che le scava delle fossette sul viso. E sorride spesso perché è una donna spiritosa e – soprattutto – capace di autoironia, dote che nelle persone mi conquista immediatamente. Ha poi un accento inconfondibile, morbido, con le erre che scivolano, e anche seducente. Siamo andati in un bar a San Saba, accanto al Teatro Anfitrione. Il bar ha un bel giardino. Sulle prime non ci volevano far sedere. Abbiamo scoperto che era tutto prenotato, poi di fronte alla nostra delusione, un ragazzo s’è tirato fuori un tavolino piccolo e due sedie, l’ha messo in un angolo e ci ha fatto accomodare. Quando fossero arrivati gli altri ospiti, c’era una festa, saremmo dovuti andar via. Alla fine siamo rimasti tutto il tempo che volevamo e i ragazzi che ci servivano sono stati molto amorevoli, servendoci due aperitivi, con poco però, e poi via via ci hanno portato altri sfizi, ed infine una candela accesa quando la luce ha cominciato a scemare. Li capitanava un uomo rude, capelli cortissimi, le braccia tatuate, che s’è rivelato infine assai simpatico. Ci ha proposto infine hummus, ricotta di bufala e mozzarella. Ci siamo guardati e abbiamo detto di si, rammaricandocene un attimo dopo

Abbiamo trascorso una piacevole serata e le chiacchiere hanno fatto dimenticare il tempo che passava, e hanno vanificato ogni progetto ulteriore di cinema o pizza. Il locale si è animato. Hanno festeggiato i cinquant’anni di un avventore, mentre accanto a noi s’animava una tavolata di ragazzi.

Faceva un po’ fresco, ma si stava bene.

Ma veniamo al dunque. Nelle chiacchiere scopro che lei è originaria del paese della famiglia di mio padre, Barletta, in Puglia. Che il nonno, come molti italiani era emigrato a Marsiglia. Che lei è di madrelingua francese e che l’italiano l’ha appreso a scuola quand’era bambina. Che molto probabilmente da bambini abbiamo frequentato le stesse spiagge e le stesse strade, all’insaputa l’uno dell’altra. Mio padre ad esempio amava andare al mercato del pesce al porto e io l’accompagnavo.

Forse ci siamo incrociati, chissà.

Poi c’è N., conosciuta grazie ad amicizie comuni. Fa la blogger. Parlando è uscito fuori che è laureata in archeologia, e che ha collaborato  agli scavi sulla riva del fiume Tevere, accanto al ponte Sublicio, che unisce Testaccio a Trastevere. Erano gli anni in cui abitavo in un grande palazzo sul lungofiume e le mie finestre affacciavano sugli scavi e  mi ricordo benissimo di quei ragazzi che vennero una mattina a e cominciarono a riportare alla luce i resti romani. Non li vedevo bene per via del muro di contenimento ma vedevo i loro movimenti, perché si accedeva dal lungotevere. Tra loro dunque c’era N. laureanda, che scavava insieme agli altri studenti. L’ho incontrata dopo quasi quindici anni.

Infine la storia del generale C. Era il padre del marito di una mia cugina. Per un po’ che ci siamo frequentati con mia cugina l’ho conosciuto. In particolare una estate in Valtellina, a Chiesa Val Malenco, dove io e Lilli, mia moglie, eravamo andati in vacanza con nostra figlia appena di due anni. Un pomeriggio in terrazza mi avvicinò e mi disse che voleva raccontarmi una storia, visto che io ero uno che si occupava di storie. La sua storia era la seguente: era partito con l’ARMIR per la campagna di Russia. In breve fu la disfatta. Nel gennaio marzo 1943 i soldati italiani erano allo sbando. E l’ufficiale C con essi. Lui ed il suo reparto si persero, né le mappe erano d’aiuto, perché non si sapeva dove fossero i russi. Fu costretto a prendere decisioni spesso a caso, ed in una di queste accade che decise una direzione piuttosto che un’altra. Incontrarono ad un incrocio un gruppo di bersaglieri. Tra di essi l’ufficiale si fece riconoscere. Erano pari grado. Il tempo di bere un sorso di un cognac sopravvissuto e l’ufficiale dei bersaglieri li avverti che stavano andando proprio incontro al nemico, se avessero insistito sulla strada in cui si trovavano e nella direzione in cui marciavano. L’ufficiale C e i suoi uomini si accodarono ai bersaglieri, poi presero direzioni diverse. Non si rividero più. C. era solito dire che qull’uomo aveva salvato loro la vita.

Più di vent’anni dopo il generale C – era diventato generale a guerra finita, e aveva continuato la carriera militare, decise di andare in vacanza con la moglie e i figli a Chiesa Val Malenco, in Valtellina. Prenotò l’albergo e vi si recò. Alla reception li accolse una donna che disse loro di aspettare che sarebbe arrivato suo marito. Quando l’uomo arrivò rimase impietrito, come rimase impietrito il generale C. Si riconobbero all’istante. Il proprietario dell’albergo era l’ufficiale dei bersaglieri che aveva salvato la vita al generale C e ai suoi uomini. Entrambi sono morti da tempo, ma il ricordo di questo fatto corre ancora sulla bocca di figli e nipoti.

Esiste una teoria sui sei gradi separazione. Una ipotesi secondo la quale ogni persona può essere collegata a a qualunque altra persona attraverso una catena di interrelazioni con non più di cinque intermediari.

A me è successo.

A Madame MBRI che ci conosciamo da poco, e già la considero mia amica.

Al generale C., che fu amico fraterno di mio padre, ora che noi discendenti non ci sentiamo più.

A N. che viaggia e non si ferma mai.

Immagine Jeanne Moreau, Henri Serre and Oskar Werner in Jules et Jim, di François Truffaut, 1962

Il Tempo che Passa

Il tempo che passa è quando non vedi qualcuno da tempo e scopri che ha vissuto, come te come tutti.

O quando incontri qualcuno che non conoscevi e ti affacci ad una vita, anche per pochi minuti.

A me è successo in poco tempo ed in ultimo quest’oggi, durante una delle mie consuete passeggiate, quelle che faccio al mattino presto se poi devo andare a lavorare, o con più calma quando è festivo o prefestivo. Oggi è sabato e me la sono presa comoda e ho fatto un lungo giro. Testaccio, Viale Aventino, Colosseo, Via Cavour, dentro il quartiere Monti, Piazza Vittorio, Via Merulana, dove alla fine mi sono stancato e ho preso il tram 3 che mi ha riportato a Testaccio.

Ho incontrato i turisti sbracciati, le code che seguono l’immancabile guida con un segnale alto, un ombrello chiuso al quale è legato alto un fazzoletto, i ricevitori con cuffia per ascoltare le descrizioni di monumenti.

Ho visto i blindati messi di traverso con i soldati che imbracciavano i fucili d’assalto, tenendoli bassi.

Noi siamo abituati a questo. Non dimentico i soldati coi Garand negli anni settanta, e i camion che li scaricavano sul raccordo all’epoca del sequestro Moro, o quei blindati con torretta dai quali spuntavano i carabinieri con fucile a tromboncino per il lancio dei lacrimogeni, che vegliavano le manifestazioni, le quali immancabilmente degeneravano.

In genere quando passeggio osservo. E ho visto una ragazza infilarsi in un cortile, proprio dietro Piazza Santa Maria Maggiore, dove una insegna reclamizzava un ristorante con giardino. L’insegna ha incuriosito anche me, e mi sono inoltrato nel cortile, mentre la ragazza tornava indietro, dopo essersi affacciata ad un cancello. Le ho chiesto se il locale fosse chiuso, ma si è limitata a sorridere. Le ho ripetuto la domanda in francese, ma mi ha risposto in inglese. Abbiamo fatto un tratto insieme a piedi. Era austriaca, non mi ha detto il nome, e mi ha detto era a Roma da giovedì, che cercava dei negozietto per fare dei regali agli amici, in Austria, quando fosse tornata. L’ho indirizzata al quartiere Monti, le ho spiegato che vicino alla stazione della Metro ci sono un sacco di negozietti. Mi ha fatto un inchino e se ne è andata, dopo che ci siamo salutati. L’inchino mi ha colpito e la sua vaga somiglianza con Amélie dell’omonimo film.

Ho continuato, con una sosta nella pasticceria napoletana di Via dello Statuto, dove ho fatto un po’ di fila per via dell’indecisione. Una mamma con bambino. Il bambino voleva una pasta, la mamma voleva che ne prendesse un’altra. Mentre i due discutevano la cassiera si è rivolta a me chiedendo cosa volessi. La pasta con nutella e ricotta ho esclamato, attirando l’attenzione del bambino, mentre la mamma mi ha lasciato uno sguardo disperato, facendo un segno muto di no con la testa, ed in effetti il bambino era un po’ in carne, per non dire obeso e voleva anche lui la pasta con ricotta e cioccolato, della quale evidentemente non si era accorto, ma la cassiera gli ha detto che era l’ultima, cercando la mia complicità e incassando l’immediata complicità della madre mentre il bambino piagnucolava ed io mi allontanavo al bancone per prendermi il cappuccino, non prima di aver detto al bambino che se lui avesse mangiato la pasta sarebbe diventato grasso come me, e lui ha risposto: “Ma io voglio diventare grosso come te, coì picchio i miei compagni”.

La mamma l’ho lasciata che alzava gli occhi al cielo.

Ho proseguito e a Viale Manzoni sono salito sul tram per tornare a casa.

Ho pensato, mentre il tram sferragliava.

A N. che ho conosciuto da poco e mi incuriosisce, di lei so poco e niente. L’ho vista una volta, siamo stati presentati, ci siamo detti poche cose, ma abbiamo preso a scriverci, o meglio io le scrivo e lei fa quello che può per rispondere alle mie domande ed io faccio la figura dello stalker.

Ho pensato a ieri che sono rimasto quasi solo in ufficio perché gli allievi della scuola avevano finito le prove, ed io avevo lavorato con Lavinia – scriviamo una sceneggiatura – e poi Lavinia se ne stava andando – Lavinia ha sempre qualcos’altro da fare, e all’improvviso sono arrivate Fabiana e Francesca che avevano chiesto la sala per fare delle prove ed io non lo sapevo, e l’avevo scordato, forse, e loro mi hanno detto che si erano accordate per usare la sala, un’emergenza. Dovevano aspettare che le raggiungessero Francesco e un altro attore, che però non si sono visti, ma loro ne erano avvertite e avevano deciso di lavorare insieme comunque. Ma è finita che ci siamo messi a chiacchierare e che abbiamo parlato del passato, e di amici comuni, e delle loro storie, delle nostre storie. Ho saputo cose che non sapevo, hanno saputo cose che non sapevano. Abbiamo parlato degli uomini, in generale, e delle donne, e del lavoro, del nostro paese, del teatro, di romanzi e film che il tempo è volato e alla fine erano le nove di sera.

Ci siamo confessati che abbiamo vissuto, e che Roma è una giungla, e noi la stiamo attraversando.

A Fabiana, Francesca, che c’erano.

A  N. che viaggia.

Tutte donne, lo so, ma a me piacciono le donne, come piace Lilli, nella foto dello spettacolo che sta preparando, dove veste un completo manageriale, ed è attorniata da uomini alti e grossi, e  tutti guardano l’obiettivo della macchina fotografica e dallo sguardo capisci che non hai scampo.

a Francesco, che non si è visto, ma è nel mio cuore.

Immagine, Il Leviathano di Andrej Zvyagintsev, 2014.

PERDERE

Perdere gli occhiali, quelli che ti servono per vedere e che alterni a quelli che ti servono per leggere e che alterni a quelli che ti servono a leggere i libri, perché per leggere un libro i bifocali non servono a nulla e quelli portatili servono tutt’al più a leggere il bugiardino delle medicine, e quelli da sole sono da sole e quindi li usi quando sei all’aperto e c’è il sole.

Perdere gli occhiali che ti servono per vedere il mondo e non per immaginarlo.

Perdere un lavoro che si è accettato per danaro e che ti fa resistenza dentro per cui alle non scadenze ti fanno discorsi sulla delusione, ma tu senti che avevano altre idee in testa e le tue non le hanno capite appieno o non le hanno capite per niente e che preferiscono l’aurea mediocritas all’innovazione e che forse alla fine è andata meglio così se non fosse per i soldi perduti.

Perdere l’orientamento mentre si passeggia, per un attimo, e chiedersi se Santo Stefano Rotondo è a destra o Sinistra, ed è a destra, mentre tu sei andato automaticamente a sinistra.

Perdere  portaocchiali in casa mille volte e mille volte ritrovarli, assieme alle chiavi, senza le chiavi, col portafoglio, il porta carte senza il portafoglio.

Perdere cognizione di dove hai parcheggiato l’auto nel tuo quartiere e cercarla invano per ricordarti alla fine che l’hai dimenticata vicino al mercato e poi sei tornato a piedi a casa, lasciandola anche un po’ male, ma nessuno se n’è accorto perché è difficile parcheggiare male in una città dove tutti parcheggiano male.

Perdere i pin dei bancomat, dico al plurale perché ho più di un bancomat, e i conti insistentemente vuoti e faccio l’equilibrista tra un conto e l’altro, come Archie Goodwin nei romanzi di Rex Stout, quando convince Nero Wolfe ad assumere un caso perché in banca non è rimasto nulla e le orchidee costa mantenerle e il cuoco Fritz Brenner pure.

Perdere tempo perché sei in ufficio e si presenta un attore che ha voglia di chiacchierare e passa per caso e ti parla della sua donna che è davvero bella e che è quella della sua vita, al contrario di tutte quelle di cui ti ha parlato nei pomeriggi sparsi dell’inverno del nostro scontento, appena finito, che erano le donne della sua vita e che sono scomparse dall’orizzonte della sua vita mentre questa resta ed è bella e anche spiritosa, anche se non l’hai mai conosciuta, ma lo sai, lo senti per le battute che hai letto su facebook.

Perdere le scadenze dei bandi che perdi anche perché sai che parteciparvi alla fine significa perdere soldi, quindi si perde sempre.

Perdere la testa e comportarti come uno che ha perso la testa che è anche piacevole.

Perdere un mucchio di tempo sui social.

Perdere è una questione di metodo.

a N che lo sa.   Immagine: Béla Tarr, Man of London.

Faranno un deserto e lo chiameranno legalità

La storia comincia da non molto lontano, per me. Appena tre-quattro anni fa. E coincide con l’arrivo di un dirigente scolastico nella scuola che frequentava mia figlia. Cominciò a parlare di legalità. Di Stato, incarnato dl funzionario che – a suo dire – lo rappresentava, cioè il dirigente stesso. La prima volta che sentii questo discorso, feci un salto sulla sedia, perché per me certe cose, la rappresentanza, l’inclusione, la promozione della cultura e del sapere erano come un verbo indiscutibile. E la scuola ne era il caposaldo. In più vedevo davanti a me ragazzi intelligenti, spiritosi, sensibili e attenti. Occupavano regolarmente ogni anno la scuola e venivano accusati di goliardismo, di irresponsabilità, di ignoranza politica. Nessuno era in grado di cogliere la natura di quella aspirazione, e cioè cambiare le cose. Nessuno considera mai il paese in cui viviamo, dominato dalla preponderanza dei legami familiari e dalle relazioni di conoscenza, che prendono forma nella atavica “raccomandazione”. Dove le mafie gestiscono una montagna di soldi, frutto del traffico di droga, di persone, di cose. Dove la politica stessa incita all’odio razziale, all’esclusione, ai respingimenti. Dove i politici si fanno fotografare accanto a degli persone che hanno ucciso più o meno consapevolmente il ladro che gli è entrato in casa. Dove una colossale ed epocale migrazione, frutto di colonialismi dapprima nazionalisti, poi economici e finanziari, costringe masse enormi di persone a fuggire dal proprio paese. Dove la separazione tra ricchi e poveri sembra insanabile e la violenza è esplosa incontenibile.

Ebbene questi ragazzi si affacciano alla maturità, nell’immobilismo, nella disoccupazione alle stelle ed imparano a contestare tutto ciò. Ma non va bene. Non hanno voglia di studiare, né di rispondere alle domande di quiz improbabili che dovrebbero misurare il loro sapere. Come se il sapere si misurasse a peso.

E in ultimo, questo attacco insensato si è rivolto infine contro la cultura. A Roma, una delibera, che forse era stata pensata per liberare certi appartamenti del Centro Storico affittati a canoni irrisori, viene usata contro spazi di cultura, e contro l’edilizia abitativa d’emergenza e sociale.

Gli appartamenti dei palazzi del Parco Leonardo vicino all’aeroporto di Fiumicino giacciono invenduti.

La cultura dei centri sociali è sotto attacco, quando i centri sociali, cioè l’autoaggregazione, è spesso stata l’unica risposta possibile di valorizzazione culturale di spazi altrimenti abbandonati. Spazi che sono diventati – nell’illegalità – presidi contro la malavita. Una illegalità passiva contro una illegalità attiva e consapevole, quella di mafia capitale e dell’estrema destra avventurista e imborghesita dai soldi.  Oltre all’illegalità che conosciamo c’è una illegalità sconosciuta: quella dei mercati generali all’Ostiense, a Roma, ad esempio

Ogni giorno passo davanti ai mercati generali dell’Ostiense . Non se ne è fatto nulla. Nulla. Da decenni sono là in una ristrutturazione lenta e generalizzata, cioè non adeguata a nessuno scopo, perché i progetti sono diversi e contrastanti, e cambiano nel tempo.

Si pensi alla illegalità del Mattatoio di Testaccio.  Alla sua balcanizzazione , alla parziale ristrutturazione della zona dell’India. Uno dei manufatti è abitato dai senza tetto, le tende e gli stracci si affacciano tra le rovine. I senza tetto sono quelli che vagano nella città rovistando nei cassonetti. Le loro carrozzine, le carrozzine da bambini che usano per trasportare gli oggetti, sono parcheggiate davanti all’ex fabbrica.

E di situazioni così ce ne sono tante. A poca distanza i palazzinari impazzano. Sono riusciti a sfrattare una multisala dell’Uci Cinemas Marconi per trasformare lo spazio in edilizia abitativa di lusso. A pochi metri dai dannati della terra. Vuol dire che questi palazzinari sono potenti. Ma anche strambi. Sul ponte di ferro, accanto al gazometro stanno costruendo appartamenti di lusso, che affacciano su un panorama impareggiabile. Ebbene il progetto prevede un complesso con terrazzini incassati e porte finestre. Una reticenza all’affaccio che storicamente appartiene anche al passato. Pensate alle case che si affacciano sul lungotevere, all’altezza di Porta Portese che guardano il fiume senza guardarlo.

Infine in questo elenco di doglianze caotico e affastellato che è frutto di rabbia incontenibile, parliamo di attori: invitati anche dalle istituzioni a lavorare gratis. Addirittura il Ministro della Cultura ha promosso una iniziativa  chiedendo agli attori di lavorare gratis. Per tre anni.

Mi viene da ricordare un articolo di Pier Paolo Pasolini, pubblicato sul Corriere della sera il 14 novembre 1974: Io so.

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

E’ il nostro destino: sapere, ma non saper fare nulla contro.

Sapere che stanno facendo un deserto e lo chiamano legalità.

 

Nell’immagine : Eduardo T. Basualdo, Teoria, 2013, Frieze Frame with PSM, Berlin, London, UK

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