Genesi 3, 19

Ho rotto il dorso della terra
per venire al mondo,
l’energia dell’universo nello spazio
di un seme
ha messo in moto radici;

la flemme ed ardua corsa
di spermatozoi
ha avuto un unico vincente
e mi ha creato uomo;

caparbi, abbiamo aperto
squarci
per entrare nella luce
e diventare quel che in nuce
e in verità saremo:

tangibili viventi di fragilissima vita,
percossa come foglia dagli eventi.


Un ultimo, alla soglia,
al culmine del nostro vulnerabile,
accadrà:
la morte,
a darci in leggerezza al vuoto,
a farci nuovamente forza.


Immagine in evidenza: Eric Thompson

Lacrime incredule

Di pochi e per pochi sono le anime limpide
molte più sono torbide e guaste.

Se l’anima torbida si specchia
nell’anima limpida
“Che vergogna! Che luce!”
Si accorge di sé.

Se l’anima torbida si specchia
nell’anima torbida
“Che sollievo! Che pace!”
Si scorda di sé.

Ma se l’anima limpida si specchia
nell’anima limpida
“Che luce! Che luce!”
E che raro, che raro
che per dirlo non trovo parole

Forse brillano allegre in un mare
di lacrime incredule.


Immagine in evidenza: Gordon Hunt

Mio mare e non soltanto

Mare,
compagno di miei soli
pomeriggi; mia solida
presenza; azzurra
interminabile carezza.

In questo pomeriggio
di un sabato di festa,
adolescenti lieti e ciechi
innamorati gioiscono di te
nei gesti lenti al sole,
si stendono al tuo sguardo,
ti affollano per ore.

Tu lì a disposizione,
ma di atti senz’amore:
di lanci distratti di sassi
e occhiate disattente,
ma niente conta o muta
il tuo restare:
per loro sei – come per me
presente nel tuo essere
immutato.

Così, dal piccolo mio incanto,
io ti guardo
mio mare e non soltanto
s’increspa in me una mesta gelosia.


Immagine in evidenza: Giulia Pintus

Non c’è più luce di Natale

Sono gli ultimi giorni dell’anno. Il benessere
accende, verso sera, in tutti gli uomini
una specie di follia: la smania inespressa
di essere più felici di quanto siano…

È sempre una speranza che dà pietà: anche
il piccolo borghese più cieco ha ragione
di averla, di tremarne: c’è un istante
in cui anch’egli infine vive di passione.

E tutta la capitale di questo povero paese
è un solo ansito di macchine, una corsa
angosciata verso le antiche spese
di Natale, come a una necessità risorta.

Potente luce di Luglio, ritorna, oscura
questo debole crepuscolo di pace,
che non è pace, questo conforto ch’è paura:
ridà parole al dolore che tace.

Manda i cadaveri ancora insanguinati
dei ragazzi che hai illuminato potente:
che vengano qui, tra questi riconsolati
benpensanti, tra questa dimentica gente.

Vengano, con dietro il tuo chiarore di piazze
fatte campi di battaglia o cimiteri,
tra queste ciniche chiese dove la razza
dei servi torna alla sua viltà di ieri.

Vengano tra noi, a cui non è rimasta
che la speranza di una lotta che dispera:
non c’è più luce di Natale, o di Pasqua.
Tu, sei la luce, ormai, dell’Italia vera.

Pier Paolo Pasolini

                                                                 

 L’Unità, 21 gennaio 1961


Immagine in evidenza: Autoritratto con fiore in bocca (1947) – Pier Paolo Pasolini

Mentre ogni cielo tace

Che i fumi siano nubi
i missili, gli uccelli
il rombo
preludio di sirene
il mare; e brilli
solamente un sole ameno
all’orizzonte, sui corpi amati
e vivi dei bambini
mentre ogni cielo tace
pace.

Niente di immediato

Credevo fiorire sarebbe stato
una cosa semplice,
come nel sonno dei campi
dopo la pioggia infinita dei giorni.

Ma la vita aveva in grembo
altre promesse,
alti progetti, per me,
niente di immediato;
sarei fiorita, sì, ma non qui
dalla tenera terra:
dalla cruda durezza del ramo.

Non dovevo solo essere, io
dovevo
diventare.


Immagine in evidenza: Vincent Van Gogh

Mai sola

Io qui non sono sola

nel tumulto di cascata
che ricorda la mia mente
e dai frantumi si compone
nel cieco scorrere di un fiume
specchiando luce sulla vita
mentre lo seguo fianco a fianco
lungo un brusio di foglie e rane.

Nell’animale
mite e selvatico
che a volte ha un po’ paura
e attento osserva
proprio di me
che assai lo sento
più simile al mio stato
che un umano.

Io qui non sono sola
finché la musica m’inonda
e ancora mormora tra sé
il vecchio canneto
sotto impetuosi corsi d’autostrada;
se un venticello fa pendolare
l’arundo fievole sul fiume.

Tra madri e padri alberi
di sempreverde pace
di abbracci, terreni e aerei
null’altro
se non d’amore;
nella carezza
chiara del sole
e nell’insondabile
sollievo che dà il cielo
nei venti confusione
di rinascita.

E passo davanti a passo
scontorno in particolari il mondo
prestando attenzione al volo
di radi uccelli
non a un aereo
che passa, senza riguardo
oscurando il sole.


Così imparo un altro vivere
qui e dove mai sarò sola:
natura in cui la mia
splendore inconoscibile
si scopre e si disvela.


Immagine in evidenza: Sakai Hōitsu

Dopo la tempesta

La vita è passata
come sul lungomare una tempesta;
ha scosso lidi, divelto assi
scagliato inciviltà sui sassi.
Quello che resta: piaghe d’asfalto
graffi di sabbia, sparsi
lungo la strada, le canne, i sassi.

Tutto il mio cuore in un insieme
paesaggio infranto di un paese.

Attraversarlo è camminarci dentro
cercando illesi accenni di speranza:
il sole sorto al cupo di un tramonto
il mare inabissare la sua pena
arbusti verdi e grassi come carne
in un respiro, la mia presenza.

Poi soffermarsi a un gemito
tornare sui miei passi:
preme il fico di mare, il tufo.

Toglierlo via, per pura pietà
o perché, chissà, se cura
altra pena allevia;

ma il cuore è la pianta
il cuore, la stessa pietra.

Che fare davvero
lo insegnerà, muto
il cielo.


Immagine in evidenza: Aykut Aydoğdu

Musica: Erbarm dich mein, o Herre Gott, BWV 721 (Arr. Thomas) – Johann Sebastian Bach, Fred Thomas, Aisha Orazbayeva, Lucy Railton

La trentasettesima estate

fu il cielo nero di città accecanti
un mare ossidiana spenta;
le stelle, sepolte di terra
ma vive impazzite
fremevano il suolo;
fu un lento novilunio
senza un faro di luna e d’ombra
a guardarsi intorno, e laggiù
una barca ubriaca.

Talvolta, un’onda
spargeva sprazzi di luce bianca
gabbiani sciavano il nero
come dolci aeroplani;
poi un volo fulmineo d’alici d’argento
e il trionfo d’un pesce impensato
in un arco sull’acqua.

Fu socchiudere gli occhi e affidarsi
all’istinto e al vento
e nel breve spiraglio di veglia
avvistare quell’onda e vedere
forse mai così chiaramente
l’altro volto – il più segreto – della vita
nel suo lento farsi luna.


Immagine in evidenza: Moonassi

Serenità distante

Serenità d’istante,
lampo di quiete del giorno,
boccioli di rosa si riempiono
al bacio dell’aria,
il corpo si sbriciola in sciame
e si posa.

È questa la vita di adesso:
riemergere a sprazzi,
raccogliere ossigeno,
isolare il tempo,
quando spaventa guardarlo
fino al suo limite d’orizzonte;
racchiudere vastità in momenti,
comprenderlo, per non cadere,
tra i bordi di un passo.

Di rado il silenzio accompagna
l’incerto cammino,
più spesso, è un brusio alle spalle:
passato che incanta ed insegue,
quell’eco d’amore che ancora reclama
attenzione.

Poi tu, mia promessa Euridice,
ricordo felice che sfuma
al fuggevole sguardo.


Immagine in evidenza: Aykut Aydoğdu

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