La magia del recupero

In questi giorni ho messo in ordine la craft room e indovinate un po’?
Sono stata stregata – di nuovo! – dalla scatola dei ritagli.
C’è qualcosa di irresistibile nel riuscire a utilizzare quei piccoli avanzi che sono sempre così riluttante a buttare.
E persino dopo quest’ultimo passaggio so che potrei usare i ritagli superstiti, persino quelli a misura di francobollo, per dei biglietti di auguri, come quelli che avevo fatto un paio di natali fa. Ve li ricordate?
In ogni caso ecco qui due tovagliette per la merenda dei bambini (cm 21 x cm 32).
Patchwork senza schemi, improvvisato lì per lì lasciando correre la mente e le dita, proprio quello di cui ho bisogno in questo periodo per ricaricare mente e corpo.

Viv

Come la luce tra le foglie

Joyce Maynard, Come la luce tra le foglie, NNE

“Come la luce tra le foglie” è il sequel de “L’albero della nostra vita”.
Si regge autonomamente grazie ai numerosi rimandi ma, se pensate di leggerli entrambi, andate in ordine.

È passato un anno dalla festa di matrimonio con cui si concludeva “L’albero della nostra vita”. La malattia annunciata nelle ultime pagine si è portata via Cam, ed Eleanor, dopo averlo assistito nei mesi del declino, è tornata a vivere nella fattoria di famiglia insieme al figlio Toby che, malgrado le lesioni cerebrali, si avvia a diventare un quarantenne parzialmente autonomo, con una sensibilità superiore alla media e una bontà fuori scala. Alleva caprette, produce formaggi ed è per molti aspetti il nodo centrale di questo nuovo capitolo familiare, un personaggio che accarezza il cuore e per il quale ci si commuove volentieri.
Eleanor è ormai una signora di mezza età con figli adulti, le cui vite gravitano altrove in un mondo che cambia velocemente. Le tematiche politiche e sociali – climate change, pandemia, il possesso delle armi, l’assalto a Capitol Hill – abbandonano lo sfondo e vestono toni velatamente politically correct.

Mi sono trovata ad oscillare costantemente tra il piacere della lettura e il dubbio che in fondo con il primo libro fosse già stato detto tutto e,  a giudicare dalla carrellata finale sul futuro dei personaggi non deve esser stato facile per Maynard separarsene neppure dopo quasi seicento pagine aggiuntive.
In ogni caso forse mi sbagliavo, visto il numero di sottolineature di cui ho disseminato il percorso.
L’unica cosa certa è che Eleanor mi ha richiesto la stessa fatica emotiva sperimentata nel romanzo precedente. Impossibile prescindere dai suoi sforzi estenuanti di trovare la quadratura del cerchio, dal suo farsi carico delle sofferenze dei figli, dalla sua volontà di non deludere nessuno ma, al netto di tutto, è in questi tempi supplementari che si affaccia il suo riscatto, insieme alla consapevolezza che le tragedie per le quali non si era ravvisato un senso sono le crepe che hanno consentito alla luce di filtrare, come suggerisce la metafora del titolo.
Intenso, malinconico.

«Se non fossi mai diventata madre, lo avrei rimpianto per sempre» osserva Eleanor. «E naturalmente non mi sarei persa per nulla al mondo l’occasione di vivere la maternità. Ma non mi faccio illusioni sul rovescio della medaglia: i momenti più difficili che ho dovuto affrontare derivano proprio dall’aver avuto figli».
«La buona notizia è che in sostanza il tuo lavoro è finito» risponde Jason.
«Ormai non so quasi più cosa desidero per me stessa. Non riesco a smettere di preoccuparmi di ciò che loro desiderano, di ciò di cui loro hanno bisogno».
«Di qualunque cosa i tuoi figli abbiano bisogno, a questo punto, probabilmente non potranno ottenerla da te».

Viv

La vita inusuale di T. Tembaron

Frances Hodgson Burnett, La vita inusuale di T. Tembaron, Astoria

Ricordate “Il giardino segreto” e il biondissimo lord Fauntleroy?
In questo caso Frances Hodgson Burnett si rivolge a un pubblico adulto e immagina le vicissitudini di un giovanotto poco più che ventenne, nato e cresciuto a New York, che dall’oggi al domani si ritrova erede di una proprietà terriera nel Lancashire e di una rendita di settantamila sterline l’anno. T. Tembarom, al secolo Temple Temple Barholm, orfano fin dalla fanciullezza, ha dovuto ben presto imparare a badare a se stesso facendo il lustrascarpe e lo strillone ma quando facciamo la sua conoscenza ha ormai abbandonato la vita di strada e si è ritagliato un lavoro come cronista mondano a Harlem grazie alla sua intraprendenza e al suo buon carattere. 

In Inghilterra i suoi modi franchi e la sua schiettezza tutta americana si scontrano con la rigidità dei protocolli e il classismo di inizio secolo ma l’indole allegra e l’umiltà con cui riconosce i limiti della sua formazione gli conquistano la benevolenza della servitù, dei fittavoli e dei vicini titolati. 
Pur essendo uno scapolo appetibile, nel suo cuore c’è spazio solo per “la piccola Ann”, una “donnina” calma e determinata che si occupa con buon senso e cautela degli affari paterni e che, pur ricambiando i sentimenti di Tembarom, lo invita a sperimentare la sua nuova condizione di ricco possidente prima di prendere un impegno definitivo. 

Ma cosa accadrebbe se il destino si divertisse a scombinare nuovamente le carte? L’unica cosa certa è che in Tembarom non albergano meschinità né cupidigia e che il suo personaggio è di quelli che percorrono a passo spedito il sentiero laico di una perfetta e giocosa santificazione. 
Nessun colpo di scena inaspettato, gli esiti della trama sono piacevolmente prevedibili. L’autrice apparecchia un disvelamento graduale e nel frattempo si diverte a mettere a confronto il Nuovo Mondo e la Vecchia Inghilterra con tutti gli stereotipi del caso, dando vita a un romanzo che somiglia a quei rassicuranti film in bianco e nero in cui i buoni sono buoni e i cattivi sono cattivi, senza se e senza ma. 

Viv

L’arte di perdersi

Lia Piano, L’arte di perdersi. Storia dei miei traslochi, Bompiani

L’autrice – figlia dell’architetto Renzo Piano – gioca in casa, per così dire, e scrive un romanzo che racconta gli spazi che abitiamo attraverso una protagonista cinquantenne emotivamente irrisolta, ironica e contradditoria, cui una zia fa dono della casa dei suoi sogni di bambina: un rudere inagibile ma pieno di fascino abbarbicato su un terrazzamento dell’entroterra collinare ligure.
La casa necessita di massicci interventi strutturali ma, per restare in metafora, anche la protagonista ha urgente bisogno di lasciarsi alle spalle una vita di traslochi e fughe spesso irrazionali e di cominciare a vivere facendosi carico delle responsabilità dell’età adulta, primo tra tutti il rapporto conflittuale con la madre inferma con cui ora può relazionarsi unicamente in termini di paziente accudimento.

“E io, che contavo di passare direttamente dall’adolescenza alla vecchiaia saltando questi noiosi decenni, mi ritrovo a dover fare quello che tutte le mie coetanee fanno ogni giorno da un numero esorbitante di giorni: occuparmi di qualcun altro che non sia me stessa. Per me è una tragedia.”

Mentre la ristrutturazione fa il suo corso la protagonista ci porta nelle case del suo passato e del suo presente alla ricerca del punto di equilibrio, cioè di quegli elementi che trasformano le nude pareti in un nido che è rifugio e luogo dell’anima.
Il racconto mescola leggerezza e malinconia, con accenti surreali e qualche tocco fiabesco.
A tratti delizioso, a tratti apparentemente inconcludente, é una piccola grande metafora che ci obbliga a guardarci dentro, ad affrontare il distacco dagli oggetti, l’invecchiamento fisico e la resistenza al cambiamento che, tra tutti, è l’ostacolo più tenace, quello che ci impedisce di scorgere nuove potenzialità al di là dei muri entro i quali ci sentiamo protetti e che qualche volta finiscono per diventare una prigione auto inflitta.
Per chi vuole imparare l’arte di perdersi ma anche quella di ritrovarsi.

Viv