Joyce Maynard, Come la luce tra le foglie, NNE

“Come la luce tra le foglie” è il sequel de “L’albero della nostra vita”.
Si regge autonomamente grazie ai numerosi rimandi ma, se pensate di leggerli entrambi, andate in ordine.
È passato un anno dalla festa di matrimonio con cui si concludeva “L’albero della nostra vita”. La malattia annunciata nelle ultime pagine si è portata via Cam, ed Eleanor, dopo averlo assistito nei mesi del declino, è tornata a vivere nella fattoria di famiglia insieme al figlio Toby che, malgrado le lesioni cerebrali, si avvia a diventare un quarantenne parzialmente autonomo, con una sensibilità superiore alla media e una bontà fuori scala. Alleva caprette, produce formaggi ed è per molti aspetti il nodo centrale di questo nuovo capitolo familiare, un personaggio che accarezza il cuore e per il quale ci si commuove volentieri.
Eleanor è ormai una signora di mezza età con figli adulti, le cui vite gravitano altrove in un mondo che cambia velocemente. Le tematiche politiche e sociali – climate change, pandemia, il possesso delle armi, l’assalto a Capitol Hill – abbandonano lo sfondo e vestono toni velatamente politically correct.
Mi sono trovata ad oscillare costantemente tra il piacere della lettura e il dubbio che in fondo con il primo libro fosse già stato detto tutto e, a giudicare dalla carrellata finale sul futuro dei personaggi non deve esser stato facile per Maynard separarsene neppure dopo quasi seicento pagine aggiuntive.
In ogni caso forse mi sbagliavo, visto il numero di sottolineature di cui ho disseminato il percorso.
L’unica cosa certa è che Eleanor mi ha richiesto la stessa fatica emotiva sperimentata nel romanzo precedente. Impossibile prescindere dai suoi sforzi estenuanti di trovare la quadratura del cerchio, dal suo farsi carico delle sofferenze dei figli, dalla sua volontà di non deludere nessuno ma, al netto di tutto, è in questi tempi supplementari che si affaccia il suo riscatto, insieme alla consapevolezza che le tragedie per le quali non si era ravvisato un senso sono le crepe che hanno consentito alla luce di filtrare, come suggerisce la metafora del titolo.
Intenso, malinconico.
«Se non fossi mai diventata madre, lo avrei rimpianto per sempre» osserva Eleanor. «E naturalmente non mi sarei persa per nulla al mondo l’occasione di vivere la maternità. Ma non mi faccio illusioni sul rovescio della medaglia: i momenti più difficili che ho dovuto affrontare derivano proprio dall’aver avuto figli».
«La buona notizia è che in sostanza il tuo lavoro è finito» risponde Jason.
«Ormai non so quasi più cosa desidero per me stessa. Non riesco a smettere di preoccuparmi di ciò che loro desiderano, di ciò di cui loro hanno bisogno».
«Di qualunque cosa i tuoi figli abbiano bisogno, a questo punto, probabilmente non potranno ottenerla da te».
Viv