Non so da quando sia accaduto precisamente che l’inquietudine quando non la la rabbia siano cresciute poco a poco dentro di me.Sicuramente le letture, la conoscenza del mondo, dei fatti, delle persone, hanno aumentato il bagaglio di conoscenze e l’esperienza personale – ricevuta anche attraverso l’osservazione o l’ascolto delle vite degli altri.Chi mi conosce dice che nutro una certa insofferenza nei confronti del mondo maschile: sono critica, astiosa,rivendicatrice di torti subiti o ravvisati nelle vite degli altri.
Non do molto ascolto di solito a queste osservazioni: sono troppo occupata a pensare che tutto questo faccia parte di un cambiamento epocale in atto nella società e io non sono altro che un piccolo granello di un meccanismo che scricchiola e che anch’io faccio in qualche modo incrinare.
Ogni tanto però mi capita di fermarmi a pensare al perché delle mie infuocate rivalse, o difese ad oltranza del fin troppo violato, usurpato universo femminile.Qualcuno vicino a me mi domanda con delicatezza e correttezza il perché di questa spada sguainata indefessamente…..e allora mi soffermo e penso..
Penso che non è difficile capirne la ragione quando guardando all’indietro la propria vita si scorgono due figure femminili in modo particolare: una mamma e una nonna paterna.Due donne diversissime, ma legate da un destino comune.
Il destino era quello di essere la forza trainante della vita degli altri.Il cardine su cui tutto gira e su cui tutto fa leva.La forza non era solo nel carattere, ma soprattutto fisica.Una forza dedicata per due vite intere al lavoro, alla cura, al sostentamento fisico, morale e psicologico degli altri, quelli che per motivi contingenti erano i deboli( gli anziani o i bambini della famiglia) o quelli che per spudoratezza di genere hanno preteso sempre la loro parte.C’è stato tanto lavoro, soprattutto della nonna. Lei così bella da giovane; lei che aveva visto vendere la sua bellezza a uno degli uomini più benestanti del paese.
Lui era purtroppo segnato da una lieve zoppia e questo aveva escluso altre candidate: era rimasta questa donna popolana, bella ma semplice di nascita e di doti di risaputa bontà e per la quale quel matrimonio rappresentava la sicurezza di una vita tranquilla.Invece le era toccato il lavoro: aveva finito per essere la serva di quella casa.Fino alla fine dei suoi giorni passati ad accudire quel marito irascibile, umorale, prepotente e infedele, tremendamente infedele.Gli ultimi mesi era regredita ad una fase infantile e cercava tutte le persone della sua vita.Non nominò mai il marito.
Poi ha passato quasi inconsapevolmente il testimone alla nuora, mia madre.Una donna dalla provenienza semplice, ma che aveva studiato dalle suore: aveva imparato oltre alla pregevole arte del ricamo quella più preziosa della mansuetudine al signore, quello del cielo e quello della Terra che le sarebbe toccato in sorte.Purtroppo l’agnello si sceglie sempre un carnefice e così è stato.
Stessa sorte: lavoro, obbedienza, umiliazioni e indifferenza.Quante volte ho visto queste cose perpetrate a danno delle due donne della mia famiglia, quelle con cui sono cresciuta.Purtroppo non sono mai riuscita a strappare nulla di più di qualche parola di rammarico da parte di mia madre: ottusamente, ostinatamente si teneva quel marito che il sacro vincolo le dato.Sicuramente è in questo quadro che si legge ciò che ora sento con tanta forza fiorirmi dentro.Quel rancore, quella rabbia che io piccolina non potevo sfogare e che ora con tutta la maturità dell’esperienza vedo nel suo essere figlia dell’ingiustizia, dell’ignoranza.
Non ultimo un particolare.Non se ne parlava mai in casa e infatti io l’ho scoperto da grande, pochi anni fa.Una mia trisavola, la nonna di mio nonno paterno era diventata mamma da poco e ed era in casa con il bambino e il garzone del marito.Lui tentò di violentarla e lei gli resistette: lui la uccise con un colpo di fucile e fuggì.Nessuno seppe più nulla di lui.
Non so nulla di questa donna, se non la sua triste fine e quella di suo figlio rimasto orfano così piccolo.A volte penso che sia il suo spirito che mi rende così sensibile, che accende questo mio totale, irrefrenabile senso di ingiustizia e di volontà di protezione nei confronti delle donne, di tutte le donne che in qualche modo soccombono.
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Hai paura, e lo sai. Una paura grande che qualcosa si guasti,che quell’ equilibrio che hai costruito con la pazienza di un bonzo si disperda come un mandala di sabbia. Ne sei stata regista non sempre consapevole: forse in ritardo spesso sulle tue stesse decisioni,ma la cattedrale sghemba della tua vita è questa. L’ altare è di sabbia come dice la canzone, lo sai,ma ci sono dei pilastri sui quali ti reggi. È mancato il tempo per qualcuno e i nomi sono incisi,perché non avresti voluto scegliere,ma tanto è accaduto: chiedo scusa per questo. La costruzione è già l’ opera nella sua interezza perché il progetto dà il senso: ora occorre guardare e compiacersi per ciò che è. Fa’ che sia una Sagrada Familia,opera bellissima e incompiuta,perché il senso è costruire…
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Perché maledettamente ti viene da scrivere qualcosa di triste,di tragico,di rassegnato ed invece vorresti poter dare vita,fiato a ciò che in qualche modo ti salva,ti sostiene,ti restituisce al mondo dal quale voli via continuamente? Vorresti dare corpo a quella linea che si assottiglia nella distanza, che spesso viaggia su percorsi inesistenti e si ispessisce nella vicinanza dello sguardo;vorresti dirlo con parole adatte, vestite di una buona stoffa,che a volte è una telefonata,una parola,una sincronia a bastarti. Ci vuole poco.
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Ci sono giorni, nel corso dell’anno, dall’aspetto assolutamente normale, ma che per vicende personali assumono un significato particolare. Ci sono i compleanni dei figli, quelli degli amici( a proposito Pina, mi perdonerai per averlo dimenticato?), date di nascite e anche di morte.Giorni felici e giorni da dimenticare,poi ci sono gli anniversari, ma non quelli ufficiali, quelli istituzionalizzati, quelli che ti porti nel cuore. E allora ricordi il cielo di quel giorno, quello che avevi addosso,se avevi messo cura nel pettinarti o guardarti allo specchio ricordi le ore che passavano e portavano le cose, quelle nuove,quelle che entravano nella tua vita, mentre inconsapevole ne accoglievi la sorpresa. Ricordare forse è questo:godere nello stupirsi di come le cose siano diventate radice, albero, sostegno,rami e braccia protese nel futuro e nel tuo passato: uno per costruire,andare avanti, l’altro per il farsi corteccia,durame, midollo della tua vita e quella altrui.
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Lei era giunta prima di lui: uno scarto di mezz’ora separava il loro incontro.
Dalla stazione degli autobus era passata con un semplice attraversamento alla stazione ferroviaria, quella nuova, con negozi in fase di installazione e senza troppa gente in giro.Aveva sceso le scale che conducevano al binario e si era seduta su una panchina libera.Non c’era che poco tempo da attendere,ma aveva piacere di riempire quell’attesa con qualcosa di concreto oltre che con i piacevoli pensieri che preludono un incontro desiderato .Indecisa se tirare fuori quella specie di beauty case per darsi un po’ di colore o se leggere, con ecccitata frettolosità, qualche pagina del suo libro ; optò per dare una sbirciatina :un paio ne avrebbe lette. Insieme al desiderio di rivederlo c’erano delle ombre: pensieri di tanti giorni, di tanti momenti rapiti e inquinati dalla solitudine, da dubbi, e incertezze.Nei giorni precedenti l’avevano abitata,talvolta turbata :non sapeva se sarebbe arrivata a quell’incontro libera, completamente sgombra da queste nubi.Ed era quasi curiosa,ma timorosamente curiosa di sapere se anche questa volta le sue paure sarebbero state fugate dalla sua presenza Il treno era in avvicinamento.Si alzò per osservare meglio la discesa dei viaggiatori. Lo vide: era su una delle ultime carrozze e ed era sceso quasi subito.Quel viso era balenato immediatamente al suo sguardo con tutto il suo nitore.Ebbe subito la certezza, razionale ed intuitiva insieme, che quel volto era la cosa che amava, che non ci sarebbero stati dubbi, malinconie: che quella volta, come le precedenti, sarebbe stato un tempo perfetto il loro.
“Un brivido mi percorre dalla testa ai piedi: è… è lei che m’attendeva. Lei era lì, ergendo il suo busto immobile sopra la cassa, e sorrideva. Dal fondo di questo caffè qualcosa torna indietro sui momenti sparsi di questa domenica e li salda gli uni agli altri, dà loro un senso: ho traversato tutta questa giornata per venire a finir qui, con la fronte contro questo vetro, per contemplare questo volto fine che si schiude su una tenda granata. Tutto s’è fermato; la mia vita s’è arrestata: questo vetro, quest’aria greve, azzurra come l’acqua, ed io stesso formiamo un tutto immobile e compatto: sono felice».
Jean-Paul Sartre, “La nausea”
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E’ strano come la felicità e la durezza della vita possano contemporaneamente farti sentire sull’orlo di qualcosa.
Nella felicità c’è la percezione terribile e inebriante della sua caducità( non per niente Rilke ci conclude Le Elegie Duinesi con questo pensiero); similmente la terribile e sofferta esperienza quotidiana che, con i suoi problemi, necessariamente ti riconduce alla precarietà del tutto.E’ strano come passando gli anni questo si evidenzi e si accentui.
In età giovanile sembra che ogni cosa sia inscalfibile:ora ti senti dentro ad un involucro di materiale fragile e corruttibile.L’esperienza a cosa giova?
Forse riusciamo ad essere di aiuto agli altri, ai figli ad esempio,ma dentro cresce la consapevolezza di una grande fragilità.E ci si affida all’aiuto di qualcuno, a volte un esperto nei meccanismi dell’anima, a volte alla chimica (sante benzodiazepine), altri ancora si affidano ad appigli che varcano i confini dell’umano.Come si fa?
Sento troppo di essere vicina ad un pensiero come quello di Cioran per potermi permettere il lusso della speranza.
“Abbiamo un bisogno profondo che ci sia qualcuno molto al di sopra di noi, che abbia pietà di noi. È questa l’origine della religione, non bisogna cercarla altrove.” E.Cioran 
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Torno dopo molto tempo.Forse non avevo molto da raccontare o forse, molto più probabilmente, non avevo un animo disposto a cose belle e piacevoli.Pertanto scrivere solo di ciò che procura amarezza non è sempre ciò che vorrei.
Oggi però voglio raccontare una cosa.
Una cosa bella accadutami e lo faccio qui dove nessuno mi conosce per preservarmi da quel sentimento di vanità che il fatto potrebbe procurarmi (perché un po’ lo fa).
Una settimana ero al Festival di Mantova, una meravigliosa occasione che ogni anno cerco di cogliere perché mi rende felice essere in quel clima particolare e avere l’opportunità di così tanti incontri ravvicinati con una selezione pregevole e non banale di nomi della cultura.
Ad un’occasione di per sé felice si aggiungeva la gioia che mi procurava l’essere lì in compagnia di colui che aveva scelto di starmi accanto in quelle giornate.La cosa che rendeva particolarmente speciale questo nostro stare insieme era costituita dal fatto che il primo incontro mi avrebbe permesso di conoscere l’autore del libro che ha un po’ segnato l’inizio della storia con quest’uomo:David Grossman.
Ascoltiamo il suo intervento con estremo piacere e grande attenzione: non volevo perdere una parola, dopo che avevo tanto atteso quest’incontro.Alla fine lui ringrazia e si alza; anche io lo faccio applaudendo commossa.
Poi lascia il palco e attraversa il cortile per recarsi al tavolo dove firmerà i libri.Io sono a metà del suo percorso e attendo di mettermi in fila.Mi passa accanto e fa per fermarsi,ma si blocca e mi saluta comunque.Poi aspetto pazientemente in fila.Arrivato il mio turno gli porgo il libro appena un po’ sgualcito e con le pagine segnate dalle tante riletture.Lui mi chiede il nome e lo spelling, poi mi guarda e dice (ovviamente in inglese) “Hai sempre sorriso: io l’ho visto e questo mi ha aiutato.Grazie”Io con una faccia incredula ho appena accennato un grazie,ma non ero sicura di aver capito bene: non era possibile che Grossman mi dicesse quelle parole.Sono uscita dalla fila e ho aspettato il mio compagno che mi sorrideva da lontano: aveva sentito anche lui e immaginava l’ effetto che questo mi avrebbe prodotto.Ho chiesto conferma e non ho trattenuto la mia gioia.In qualche modo avevo restituito qualcosa a quell’uomo che ha saputo regalare al mondo delle parole così belle e il talento di storie meravigliose.E’ ovvio che queste sono per tutti coloro che ne sanno cogliere la grandezza, ma ognuno si appropria nei libri di ciò che ama e lo fa entrare nel proprio mondo, nel proprio vissuto.Ho sempre pensato che le parole di Yair e Miriam fossero anche un po’ le mie.
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A Sandro, che mi è tornato in mente in un pomeriggio piovoso mentre guidavo e le lacrime si sono confuse con la pioggia del parabrezza.
Caro, indimenticato amico e collega,compagno di innumerevoli giornate di scuola passate tra lavoro, chiacchiere, ma anche discussioni sulle tante divergenze, dalla politica alla letteratura.
Ricordo ancora una mattina di ottobre del 1996, quando, arrivato a scuola, mi chiedesti se avessi mai sentito parlare della poetessa che aveva vinto il Nobel, e io, ovviamente, ignara ( se non la conoscevi tu come avrei potuto conoscerla io?), ti dissi di no.
Ti lamentasti dei premi dati con facilità o troppo ideologici,ma era difficile con te, visto che amavi quelli irraggiungibili: troppo difficili per me, che ero inesperta e priva di mezzi per leggerli.Con il tempo quella poetessa è diventata una delle mie preferite e vorrei dedicarti qui una sua poesia anche se sono sicura che l’accetterai con un sorriso accennato, quasi timido, di un dono ingenuo…
Da una delle tue ultime conversazioni..spero che colui che ti aveva condotto fino a lì, ti abbia portato altrove…
Sulla morte, senza esagerare W.Szymborska
Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.
La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno fin ora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova. Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.
Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.
Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.
( il luogo dove il tuo lavoro e anche il nostro, grazie a te, diventava magia)
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Scrivo mentre ascolto una meraviglia: il concerto in sol maggiore di Ravel, secondo movimento, con al pianoforte Martha Argerich.
E’ una buona giornata, nonostante il freddo e il grigio fuori. Una giornata di riflessione, una covata di parole,da ripensare, ripetere, depositare e da illuminare.
Le parole sono il veicolo che ci porta dentro e fuori di noi: attraverso esse passa il nostro mondo interiore; esce e si oggettivizza regalandoci consapevolezze amare e gioiose.
Ieri ho cominciato un nuovo percorso terapeutico con una persona che mi aveva accolta tempo fa. Mi sento di tornare a casa e di essere la benvenuta.
Siediti e riposati.
Vorrebbe dire quelle parole
sentire quella felicità
quella patria di dolcezze.
Fare giorno per via delle parole d’oro.
Ma c’è correre, c’è moto confuso,
c’è patimento di stami rotti, antenne
che ricevono male,guaiti dentro
il petto, rintocchi di pena.
Smettere la corsa.
Restare dove si cade, unire le mani
non fingere più.
Guida tu o voce.
M Gualtieri Senza polvere, senza peso. Einaudi
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Da qualche giorno ho un pensiero che non mi lascia.So che lo devo appoggiare qui, perché trovi una forma.
Per una vicenda personale oltre che casuale mi sono trovata pochi giorni fa a visitare la casa di una persona che ha un figlio affetto da una grave malattia.
Sapevo di questa cosa perché vivo in un piccolo paese e ci conosciamo tutti,ma la malattia ha un suo pudore che va conservato e custodito. Dopo una breve conversazione il papà mi dice con molta naturalezza”Vuoi venire a vedere M.?” e io, con una certa apprensione,ma anche forte di qualche esperienza pregressa accetto con affetto questa offerta di condivisione.Ora, devo premettere che facendo l’insegnante mi è capitato con una grossa frequenza di vivere per anni vicino a bambini affetti da diverse patologie più o meno gravi; feci anche un’ esperienza durata tre settimane all’interno di un istituto del quale mi onoro di parlare che è La Lega del Filo d’Oro di Osimo.Lì si trovano situazioni molto gravi: si esce certo non più come si è entrati.
Detto questo e forte della mia capacità di autocontrollo entro nella stanza e mi trovo davanti qualcosa di diverso, di completamente inimmaginabile, o solo divenuto tale per una forma di censura del pensiero.
Non userò molte parole: bastano poche…un bimbo, quasi un bambolotto, disteso in un letto senza coscienza, cieco, tracheotomizzato, gastrostomizzato, con l’ impossibilità a deglutire e quindi aspirato con una frequenza che impedisce ai genitori di dormire per forse più di mezz’ora. Crisi epilettiche frequentissime.
Il corpo ha perso quasi tutte le funzioni, compresa quella del controllo della temperatura,per non parlare -come ho già detto dell’assenza totale di coscienza….
E’ una malattia rarissima, in Italia saranno quattro casi in tutto: l’aspettativa di vita 4 o 5 anni…
Ovviamente sono uscita da lì come certo non avrei immaginato.Sono venuta a casa e in questi giorni ho deciso di prendere in mano un libro di Vito Mancuso che non avevo mai letto dal titolo Il dolore innocente, in cui il teologo cerca di dare una lettura cristiana al dolore dei bambini.Non ho letto molte pagine, nonostante la mia ammirazione per l’autore.
Non mi servivano quelle parole, non erano niente difronte al dolore che ho visto.
E continuo a chiedermi cosa si può pensare o dire.
Se fossi stata convintamente cattolica avrei gridato difronte a quel letto:”ma perché permetti tutto questo?”
Come laica e come persona che riconosce alla coscienza e all’etica il dovere NECESSARIO e imperioso di dover affrontare la questione del dolore e nella fattispecie quello della perpetrazione dell’accanimento terapeutico io mi indigno di fronte alla nostra ipocrisia e sfido, dico, sfido qualsiasi essere umano ad uscire da un posto simile e pensare che quella è l’unica risposta che possiamo e dobbiamo dare.
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