Genus

Quando si vive nel mondo

la vita viene sola.

Senti come i passi

disegnano la strada,

senti come il vento

danza con le foglie.

.

Quando si vive nel giorno

il sole sorge dentro,

e si sofferma

ad annusar la notte.

.

È rimasta.

polvere di stelle gioconde

in vortici nell’aria.

È rimasta,

sul ventre del mare

a partorire chiare luci.

.

Genus,

l’anelito di un mare calmo,

e stagioni lo dipingono

su tela.

Ed egli, genera,

mentre le onde distendono le dita

e si rincorrono

per cogliere conchiglie.

.

L’hai sentito il rumore del cielo?

L’hai sentito il fiato del sole?

L’affanno della luna

catturato da una piccola forma?

.

 Ero lì

quando il vento ha generato

il ventaglio dei miei colori.

Ero lì,

quando le altissime bandiere del mondo

mi hanno rapita dal sonno

e riportata in vita.

Traguardi: La prima casa

Mentre firmavo mi sono chiesta “come sarà da oggi in poi?”.

Traguardi.

Ti chiedono sempre di scrivere un nome per sugellare il “prima” e distinguerlo dal “dopo”.

Firmo la prima volta: Luz Stella Iaià.

Che nome buffo. Lì per lì mi viene l’istinto di ironizzare. Coinvolgere mio padre con una battuta. Dirgli “certo che potevate scegliere un nome più facile per le firme?”

Ma non era il momento.

Si è mosso qualcosa dentro me che mi ha chiesto di sostenere la situazione, di non mettermi a fare piroette nel cielo, di tenere saldi i piedi per terra.

Sono malinconica.

Metto la seconda firma, e di colpo mi vedo bambina. Il mio Ciccio bello in braccio, spaesata, varcare il primo passo della casa che mi ha accolto a due anni. Non l’ho scritto da nessuna parte il mio nome a quel tempo, ma di sicuro l’avranno detto. Mentre attraversavo timidamente quella soglia, l’avranno detto a me, o ai nonni, o a qualche parente in visita per l’occasione.

Luz Stella Iaià. Nemmeno lo sapevo allora il senso e il significato che poteva avere questo nome, ma da quel passo la mia vita è entrata in un vortice tiepido.

La scuola, i fratelli, i nonni, gli amici, mamma, papà.

Accanto a me sento ora mio padre, mi sento in colpa per ogni firma. Vorrei dirgli che non sto scappando, vorrei dirgli che lo so che l’amore non è mai mancato. Ma la situazione, le persone, la stanza e il caldo non mi permettono di farlo.

Vorrei chiedergli se quando ha scelto di diventare padre già sapeva che sarebbe arrivato questo giorno.

Vorrei sapere, forse anche per sentirmi meglio, se aveva messo in conto, insieme a tutti i risparmi che ha messo da parte, anche ciò che avrebbe comportato lasciarmi compiere quel passo per poter guardare la vita da un’altra finestra.

Forse anche lui vorrebbe ironizzare, anche lui vorrebbe saltellare sulle nuvole, forse anche lui molti anni fa ha vissuto quella situazione in cui qualcosa invece gli ha chiesto di tenere i piedi saldi per terra.

Allora mi chiedono di mettere una firma anche qui, qui e dietro il terzo foglio.

Non capisco perché alla fine di ogni plico mi ostino a restituire la penna al notaio.

Chissà quanti ne ha visti lui di padri e figli in una stanza seri e composti, con lo sguardo concentrato a sostenere la situazione, quello srotolarsi dei mille comma e di tutte quelle date.

Mi viene spontaneo annuire ogni volta che percepisco nel tono del notaio un’inflessione o una pausa, annuisco con la testa, con la schiena. Annuisco per fare in modo di non cadere dal filo sul quale mi sento di star camminando. Annuisco e nello stesso tempo dondolo, perché l’equilibrio è fondamentale in questi momenti.

Annuisco mentre cerco di rincorrere il mio pensiero che ansimante non fa altro che rifugiarsi nelle impolveratissime stanze della memoria.

In questi momenti ogni ricordo si ricopre di una patina impercettibile fatta di leggera carta di zucchero. In questi momenti ogni giorno passato sembra adatto ad una pubblicità. Ogni gesto accentua la sua forma, ogni parola rimbomba nel sapore che richiama.

Cosa viene dopo?

E sebbene sia pienamente consapevole che se glielo chiedessi, mio padre cercherebbe in ogni sua molecola delle parole per darmi una risposta, so benissimo che non posso far altro che tenere per me questa domanda.

 Potrebbe rispondere che dopo viene la vita, anche se la vita c’è stata fino ad ora. Che dopo vengono le responsabilità, gli impegni.

Potrebbe dirmi che da questo momento in poi sarò io a guidare la mia canoa. Che lui e mamma mi guarderanno dalla riva affrontare le ripide. Potrebbe rispondermi che non cambierà nulla, pur consapevole che non può essere così.

Immagino il momento in cui sarò io a dover dare delle risposte a qualcun altro. Immagino e penso di tutto.

Forse per qualche istante mi sono persa troppo in là, e mi riporta di nuovo nella stanza la richiesta di altre firme.

Tre ore di firme, non ti chiedi nemmeno più cosa stai davvero firmando, se stai facendo bene la firma, se sei composta mentre firmi.

Istintivamente cerco di trovare una posa ai miei occhi credibile, da adulta.

È incredibile fare memoria e realizzare che da figli si passa la maggior parte del tempo e delle energie a far credere ai nostri genitori di essere adulti.

Quando a cinque anni ho combattuto con tutta me stessa per sistemare da sola un cassetto sfilato dall’armadio della stanza, era per far vedere a mia madre quanto ero capace.

Come quando in età di liceo, e quindi nel periodo pulsante dell’adolescenza, ti fai lasciare dai tuoi dietro l’angolo per non far vedere al tuo gruppo di amici che ti fai portare ancora da mamma e papà. Anche quello è un modo per dire e dimostrare che sei grande, che ce la fai da solo.

È un istinto, credo. Se non su larga scala, è stato il mio istinto per gran parte della mia vita. Che io ne sia stata più o meno consapevole.

È lo stesso istinto per il quale anche a quasi trent’anni ogni volta che ti sembra di aver raggiunto un traguardo o di aver fatto un buon lavoro, corri verso di loro nello stesso modo scoordinato e scomposto con cui lo facevi a quattro anni con il tuo bellissimo disegno in mano.

E nel frattempo, una volta accertato di essere entrato nel loro campo visivo (che poi a quattro anni non lo sai ancora, ma ci sei sempre nel loro campo visivo), iniziavi a chiedere impaziente “mamma, papà, guardate che ho fatto”.

È lo stesso istinto che porta a brandire sotto gli occhi dei tuoi la parte migliore di te, e allo stesso tempo ti fa essere furibondo con loro quando tra i tredici e in venticinque anni non ti senti compreso da loro, e in fondo, temi che non siano in grado di cogliere tutto ciò che per te fa parte della sfera delle cose che ti fanno sentire grande.

Ed è per questo che oggi, tra una firma e l’altra cercavo la postura più adatta da tenere in presenza di mio padre.

Eppure, nonostante tutto continua a ritornare lo stupore ogni volta che in sede di stipula il notaio si rivolge a te chiamandoti Signora.

È incredibile, la bimba con Ciccio bello in mano va in crisi e non si capacita di come sia accaduto che anche in presenza di mio padre si rivolgano a me, e soprattutto prima di vedermi come sua figlia, mi vedono come una signora.

Don Fabio Rosini parlava delle prime evidenze. Ci misi un po’ per comprenderle lì per lì, ma alla fine trovai il suo discorso come una delle più utili rivelazioni che ho appreso nella vita.

Le prime evidenze sono quelle cose che parlano in maniera evidente di te.

A me servono per rimanere con i piedi per terra in momenti come questi in cui passato presente e futuro si mischiano in maniera disordinata perdendo il senso e la direzione che li caratterizza.

È così banale, ma se proprio in questo momento riuscissi ad inserirmi all’interno di questa prima evidenza, riuscirei a calibrare anche tutto questo sfarfallio emotivo.

È evidente che il mio aspetto, il mio ruolo e la mia voce porti gli altri a rivolgersi a me come una signora.

E mentre provo a prendere sulle ginocchia la bimba che afferrava forte a sé il suo Ciccio bello, annuisco al notaio e metto un’altra firma.

E sarebbe bello che qualcuno mi avesse dato le giuste capacità e le giuste parole per tessere con mio padre la relazione che idealizzavo e che non sono mai riuscita a portare avanti, ma purtroppo quel qualcuno non è mai arrivato.

Ed è in momenti in cui ti viene chiesto dalla vita e dai tuoi stessi desideri di fare un passo al di là delle tue sicurezze, perché è arrivato il momento di crearne altre più adatte alla situazione, che rimpiangi il non aver avuto la forza in passato di cedere alla battaglia che porta come vessillo l’orgoglio e l’egoismo.

È in momenti come questi che comprendi la preziosità dei gesti della quotidianità che nel piccolo sembrano così inutili. Arriva il giorno in cui hai percorso una lunghissima strada, e a tratti ti è sembrato di morire di sete, a tratti di fame. Alcune volte avresti voluto tanto sederti, nonostante ci fosse qualcuno che si è ostinato a prenderti a calci pur di farti rialzare. Arriva il giorno in cui la strada visibilmente muta, e nel cervello senti un minuscolo rumore. Come un filo che si spezza, o lo stesso rumore che fa il sole ogni volta che immerge tutto il suo volto dall’altra parte del mondo.

Senti uno di quei rumori che è talmente impercettibile che ti lascia in ascolto ancora per un po’ per capire se lo sentirai di nuovo di lì a breve.

Non torna. È servito solo a farti girare. È servito a farti contemplare l’orizzonte, non per tornare indietro, ma per lasciarti immergere in quella sana malinconia che ti fa restituire un senso alla sete, alla fame, alla fatica e alla quotidianità.

È servito a farti capire che c’è sempre qualcuno che ti è stato affianco per osservare insieme a te la strada, e schivare le buche e i tratti pericolosi.

C’è sempre stato quel qualcuno che a volte in silenzio, a volte urlandotelo a squarciagola ti ha sempre cercato di dire che un giorno avresti capito dove trovare l’amore di determinate parole e scelte che in quel momento sembravano così crudeli e soffocanti.

 Così ti perdi per pochi istanti, arrossisci insieme al sole stanco, fai un sospiro che ti riempie i polmoni. Scovi nel lontano il sapore di tutto ciò che adesso, avendolo percorso, senti dentro. Ti guardi attorno, e per poco ti sembra di essere rimasto da solo. Per poco barcolli in una strana sensazione di vuoto che un tempo avresti chiamato libertà. Per un attimo ti chiedi dove sono finite e dove stanno andando le persone che fino a poco fa erano accanto a te. Per un attimo temi di averle perse.

Finché cercandole con lo sguardo non le vedi poco più in là da te, a fissare lo stesso orizzonte, a fare lo stesso sospiro, a commuoversi per il tuo stesso sole stanco, e a guardare anche te nel loro orizzonte.

Sana malinconia. Un’altra firma e rimbomba ancora nel mio cuore.

Luz Stella Iaià. Mio padre mi sta accanto, mia madre è in ferie, non è presente ma la sento come se fosse qui e in ogni mio pensiero.

Un’altra firma ancora, e poi le chiavi.

Mi immagino entrare dentro casa, immagino un campanello, un citofono, un indirizzo che porta a me e non a loro.

Li sento accanto a me, mentre prendo le chiavi mi fermo di colpo e li lascio per un attimo da soli a contemplare il loro orizzonte.

La strada non finisce per nessuno anche quando le nostre fragilità ci fanno credere che siamo in un punto di non ritorno.

La strada non finisce nemmeno per loro, che oltre ad essere i miei genitori e le persone che più mi hanno amata in questa vita, sono anche uomo e donna che si sono ritrovati nel mondo e con amore e per amore hanno camminato percorrendo scelte di coraggio delle quali a me arriva solamente un lontano eco.

La strada non finisce per nessuno, e nessuno è destinato mai a rimanere da solo. Nemmeno quella bimba ancora aggrappata al suo pupazzo. Comprendo da qualche parte di me che non me ne devo liberare. Che devo tenerla sulle mie ginocchia a raccontarmi il mondo con i suoi occhi di bambina. Affinché io possa non dimenticarmene mai di cosa si prova a rimettere a posto un cassetto con le proprie mani, a cercare un abbraccio nello sconforto, a farsi lasciare dietro l’angolo di scuola.

All’ultima firma sento che devo fare un colpo d’ali. Ricado nell’istinto primordiale “papà lascia le chiavi a me, posso portarle io”. Gliel’ho detto. Papà, non c’è bisogno. Non è necessario, so che puoi farlo ma ora non serve più. Vorrei avere quel coraggio per saperti dire cosa serve. Il coraggio che non avevo trovato nemmeno in passato.

Serve che mi rimani accanto, serve che mi abbracci, serve che rassicuri il mio cuore facendomi vedere che sei felice, serve che rimani sempre in buona salute, serve che non soffri mai e che non sei mai stanco.

Serve che a un certo punto ti fermi e mi guardi volare, affinché anche io, una volta nella vita, possa essere quell’oggetto volante che ti permette di trovare e non perdere mai le forze di guardare ogni giorno il sole con un sorriso.

Gioie di cristallo

Gioie,

quelle che echeggiano

rimbalzano, rimangono.

Rimandano alle immagini

disciolte

dentro l’acqua fresca

di addensati attimi.

Sublimati

quei momenti

sulle palpebre degli occhi

stanchi.

Leggerissimi sparvieri al vento

lascio che percorrano

le rughe del mio cielo.

Gioie,

come cristallizzano.

Tagliano la luce

E la riflettono.

Tendono al mio cuore,

e non si tolgono.

Bei sogni

Fai bei sogni. Senti…

Tintinnano sugli occhi i volti

Della gente di oggi.

Il Signore ti ha sorriso,

il Signore ti ha parlato

il Signore ti ha ascoltato,

anche oggi.

E tu,

possa averlo portato

anche solamente

come moneta finita in tasca.

Prima o poi la troverai

L’occasione per spenderla,

l’occasione per giocartela,

l’occasione per donarla.

Naufragio

“Così tra questa immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.”

 

Ho pensato all’ anima, sudandola fredda per strada

quando mi sono uccisa, quando mi son dimenticata.

Ho pensato ai giorni che mi sono rimasti addosso….

Adesso come li sposto? è tutto qui ciò che posso.

Io, pensiero viandante, adéso forte al mio cuore

ancora è evidente il dolore, ancora sussulta l’amore.

Io pensiero costante, nel lastrico della mia bocca:

Ecco il mio sole trabocca, ecco scintilla e mi scotta.

 

Ho pensato all’anima, e l’ho raccolta per strada

non credo sia già tanto vuota, l’ho presa e l’ho accompagnata

tra i giardini silenti, delle mie grida più nude

dove ora stridono i denti e la paura mi scuote.

Vecchi pensieri sbiaditi, ora non me li ricordo

hanno formato un vessillo: carne che ora io mordo.

Dov’è finito il mio pane? cibo del mio caro Dio

Perché mi sporco di sangue? Perché non lascio il mio io?

 

E tu, sposa infantile, che fai fatica a lasciarmi

perché non vai in altre chiese? cos’altro hai da raccontarmi?

io sto cercando ogni giorno di attraversare la cruna,

spero che serva l’impegno, e non soltanto fortuna.

Quando svanisce il sostegno, che il giorno mi tiene la mano

lancio le stelle nel buio, cerco la mia luna invano.

astro nel cielo solerte, adorna di mille volti

chissà se il mio grido si sente, se i miei pensieri hai raccolti.

 

Ed io che di nuovo mi penso, rimetto le mani sul cuore

ora che tocco il mio vuoto, ora che accolgo il dolore.

vorrei qualcuno mi spieghi, come ritrovo l’amore

verso quell’anima sciapa, che ora porta il mio nome.

 

Alla grande festa

L’amarezza in questo quasi averti
Dei perduti a vita  dentro le foreste
Chi percepisce luce, ma poi non la vede:
L’amarezza di chi ha solo il niente.

Penso, inoltrandomi in me stessa
Concepisco il vuoto ridondante
La mia mente si fa spazio spesso
Dentro il niente in me così abbondante.

Chi già ha il compito di perdonarmi?
L’anima atterrita dai miei stessi colpi
Ecco, mi richiama alla mia morte e grida
“Tu perdoni e godi nel bruciarmi.”

Tu che ti ami mentre ti riduci
Dentro a questa polvere di odori stanchi
E intanto cadi, e poangi, e intanto muori
Hai smesso di contare i mille pianti.

Qui questa amarezza del non poterti avere
L’onda che ti tocca e fugge, del mio mare
Nelle mie maree mi son perduta a sera
Mi rifugio ancora in primavera scura.

Sarò amata e amabile ai miei errori
Quando abrracceró veloce cuore e testa
Sarò amata e degna della grande festa
Quando io per prima guarderò di fuori.

L’arte del pensiero stanco

pexels-photo-1148955.jpeg

Se riuscissi a non parlarmi
degli odori acerbi
non maturi ancora
sopra i tronchi,
e riuscissi a percepire
l’odore profumato
di ogni raggio in cielo
dentri l’oggi,
potrei rasserenarmi
in questa scomoda poltrona
tralasciando lo scomodo
e lasciando la poltrona.

Gentile intento, il riposo
come colorato insetto
sfiora il fiore e poi riparte,
così questa poltrona insegna

l‘arte del pensiero stanco.

Da parte le fatiche: Silenzio,
come nelle apnee notturne.

Trabocca la voglia
del respiro,
e fionda poi potente
il nuovo passo
sul resto del mio giorno
ormai già andante.