LA NOIA
parte IV – CONCLUSIONE
Vittorio stava seduto a terra, nell’ombra di una luce giallognola e amara. Un quadrato di pareti umide, senza finestre e col soffitto basso. Il pavimento appariva gelido e sporco, ricoperto da un generoso strato di polvere che avvertivi addosso e prendeva le narici appena ti destreggiavi in quell’angusto seminterrato incrostato anche di saliva, urina, sangue, sudore.
Forse le piastrelle del pavimento un tempo dovevano essere sicuramente bianche, come quelle nei bagni degli uffici. Quello spazio non sembrava neanche messo così male o di vecchia costruzione: era solo una gabbia acquistata da forse meno di un anno ma trascurata di un uccello qualsiasi. Vittorio era incatenato ai piedi nell’angolo dello sgabuzzino ricavato dallo scavo in una cantinola, accessibile dalla botola in acciaio ma non aveva alcuna voglia di scappare. Respirava a fatica in quel tanfo asfissiante al di sotto del livello della strada, una delle arterie più in e trafficata di Napoli e difficilmente qualcuno avrebbe fatto caso al suo ansimare. Vittorio era imbavagliato e sentiva quell’odore filtrato e consumato di chi, prima di lui era passato da lì lasciando qualche traccia del suo soggiorno volontario. Ne avvertiva, pesantemente, le sensazioni. Ormai non guardava neanche più in faccia chi avesse di fronte a sé. Me o qualcun altro non faceva alcuna differenza. La differenza per lui era il tempo che gli restava. Ho cercato di immaginare che tipo di storia avesse alle spalle, magari diversa da quella che raccontava alle sedute collettive di psicoterapia e cosa l’avesse spinto alla liberazione definitiva, così come l’aveva chiamata la dottoressa Monti. La dottoressa Monti si era rivelata una donna di scienza sensibile e altruista: distribuiva occasioni a chi ne avesse disperato bisogno. Elargiva possibilità una dietro l’altra. Opportunità da cogliere al volo. A Vittorio come ad altri. Ed altri ancora. Ognuno in maniera diversa. Ma più guardavo il mio dirimpettaio, più rabbrividivo nel non vederlo manco più soffrire, quasi felice di ciò che l’aspettava. Lo sentivo contare un numero dopo l’altro, arrivato a cifre astronomiche. Cifre lunghissime sbiascicate e farfugliate, come se contenessero il segreto del mondo. Numeri in successione che non riuscivo proprio a captare. Ce l’avevo di fronte e pareva che non aspettasse altro che la fine. Rinunciatario alla vita, alla luce, Vittorio stabiliva quello scantinato disumanizzante sua ultima ed unica dimora. Eravamo uno di fronte all’altro, per un attimo avevo creduto che il più malandato dei due fossi io. Sudavo e tremavo. Sapevo che mi osservavano. Era il mio primo compito di rilievo della mia seconda occasione. Gli rivolsi la parola, freddamente: – Sarò veloce. – ma non ricevetti alcuna risposta. Avevo con me una custodia con l’occorrente per non dargli più numeri da balbettare. Nell’astuccio di legno c’erano siringa e una sostanza altamente tossica. Pensai ad un composto chimico col fenolo, come le iniezioni naziste inflitte ai deportati nei campi di concentramento e non riuscii a non pensare al basso dei Joy Division: i miei collegamenti mentali di estraneazione dalla realtà li dovevo alla mia cultura sommaria da navigazione passiva e svogliata su wikipedia, balzando da un argomento all’altro aprendo decine di schede sul mio broswer. Qualcosa di cui ho poi perso l’abitudine tagliando tutti i ponti col mio recente passato. Non sapevo nient’altro di siringhe e di iniezioni, tranne che s’infilavano nelle vene del braccio. Né tantomeno mi ero mai interessanto ad esecuzioni capitali. Non ne sapevo nulla prima che la dottoressa Monti mi desse una chance. – Farai ciò che è giusto per lui. Ciò che è nel suo desiderio. Non lo stai uccidendo, lo stai soltanto aiutando a morire – mi disse con voce calda e persuasiva. Preparai la dose e mi immaginai infermiere d’altri tempi con camice corto bianco e comode ciabatte ospedaliere, guardai Vittorio che continuava a dare numeri. Gli presi il braccio e gli ficcai l’ago in vena. In mente scorreva Poptones dei PIL e all’ultima volta che l’avevo messa sul piatto a girare. E proprio avrei voluto vederla la mia immagine pubblica di quell’istante nel monitor dove mi osservavano e percepivano quelli dello staff, di sopra. Mi voltai, lasciai Vittorio in preda a convulsioni come se ad infliggergliele dall’interno del suo corpo fosse stato il martello pneumatico operaio degli Einsturzende. Raggiunsi le scale che portavano alla botola e di sopra chiusi quel pezzetto tondo di abisso, strappandolo dai miei occhi poco vivaci, spenti.
Salii al settimo piano prendendo l’ascensore: ora i dieci centesimi rientravano nella voce “rimborso spese” della mia busta paga. Mi accolse tutto lo staff della dottoressa Monti abbracciandomi, esultando e dandomi il cinque, come se avessi appena segnato il gol-partita in zona cesarini, facendomi sentire da “nuovo acquisto” oggettomisterioso a parte integrante e punta di diamante del loro team. Guardai gli occhi della dottoressa Monti: aveva uno sguardo fiero, compiaciuto del lavoro che avevo appena svolto. Mi fiondai in bagno, accerchiato dalle maioliche bianche. Vomitai nel lavandino guardandomi riflesso allo specchio, lasciando cadere penzoloni la bava dalla bocca. Filamenti di un rigurgito nervoso, rabbioso. In mente lo spazio era occupato per ogni millimetro quadrato da Ulakanakulot e Decline and Fall dei Virgin Prunes. Fu quella l’unica mia liberazione immediata al peso di un gioco di cui non avevo ancora ben capito il meccanismo.
Una volta partecipai ad un corso di autostima e psicoterapia. In quel momento mi sembrava la cosa migliore da fare. Era gratis. Ci andai perché stavo letterlamente a pezzi. Ogni parte di me cadeva giù a brandelli. Ero stato mollato da poco e tutto appariva grigio e senza via d’uscita. Lo stato in cui riversavo era di apatia cronica verso qualsiasi cosa mi circondasse. Mesi e mesi passati a crogiolare, vivendo ai margini dell’universo, galleggiando nell’aria pesante di una città che non sentivo più mia, soprattutto dopo che i peggiori dei quartieri-a-rischio di Napoli con i loro mezzi alati, più annoiati di me e senza alcuna possibilità di emersione dalla realtà quotidiana, mi pestarono a sangue dietro il vico dei Carrozzieri. Soprattutto ero stato tradito dal mio amico Jaber e fu molto più doloroso dei calci che sentivo giù allo stomaco. Ristagnavo nel mio porto come un veliero spogliato dalle sue vele col mare sempre calmo e mai pronto a salpare.
Trovai l’annuncio del corso nel cesso dell’Orientale, a palazzo Corigliano in un giorno di ordinario far nulla all’università. La prima volta che lo lessi, mentre pisciavo nastroazzurro, mi fece ridere, pensai ad uno scherzo. Poi ritrovai il messaggio un po’ di tempo dopo e mi convinsi a chiamare. Ero scettico. Diedi istintivamente generalità false: mi venne in mente il nome di Alex, il protagonista di Arancia Meccanica. In quel momento provavo solo odio e repulsione. Odio per tutto il genere umano. E non c’era nessuno che mi avrebbe fatto rinsavire. Cercavo riparo in qualsiasi cosa. Dalla musica passavo al nulla e dal nulla ritornavo alla musica. Cercavo i miei vinili, ma avrei fatto suonare volentieri il mio braccio sul giradischi, fino a morirne dissanguato. Avrei sentito il fruscio della mia pelle direttamente nelle casse, a tutto volume.
Il corso si rivelò un incrocio tra una bufala e qualcosa di molto più serio in ballo, non mi ci volle molto a capirlo. Mi bastarono sette sedute, ma non sapevo né come divincolarmi, né come riuscire a sfruttare la situazione a mio vantaggio. La dottoressa Ylenia Monti era una donna bizzarra, una piscoterapeuta di fama mondiale con una preparazione discutibile, laureata in nonsoché. In qualche modo aveva fatto capire a tutti di essere una luminare in materia. Di certo aveva uno staff di professionisti alle spalle che faceva un mucchio di lavoro per lei e che le spianava la strada. Quello che pensai inizialmente era che, semplicemente, la dottoressa Monti fosse una troia milionaria annoiata che assoldava ragazzi e ragazze disperati con la scusa delle terapie di gruppo. Che per le sue ricerche fosse interessata solo ai giovani: carne da macello pronta ad essere confezionata e data in pasto alla società. Carne dalle menti devastate dal peso del mondo. Ma non era proprio così.
Un giorno qualunque, di tardo pomeriggio, fui convocato d’urgenza dalla dottoressa Monti nel suo studio scarno ed elegante di Corso Vittorio Emanuele. Le sedute collettive si erano esaurite ma per un motivo o per un altro continuavo a bazzicare nei dintorni. Era la seconda parte del programma. Bussai alla porta e fui sorpreso nel vederla aprirmi la porta senza zerbino. Non c’erano né segretarie, né assistenti. Eravamo completamente soli. E non feci a meno di notare le sue scarpe rosse col tacco a spillo. Mi accolse con voce calda e mi fece mettere comodo. Mi guardò negli occhi e accendendo il registratore andò dritto al punto:
– Hai mai sentito parlare del piano K-way? –
– No, mai. –
– È l’obiettivo principale della nostra organizzazione, vagamente e liberamente ispirato al progetto MK-Ultra. Hai presente? –
– No, non ne so nulla.-
– Era un progetto della CIA tra gli anni cinquanta e i settanta basato sul controllo mentale di determinati soggetti tramite pratiche poco convenzionali. Diciamo che conducevano esperimenti come l’ipnosi, la somministrazione di acido lisergico..-
– Ellesseddì? –
– Sì. Lsd e altre droge psicotrope sperimentate su una moltitudine di esseri umani solo a scopo puramente difensivo e informativo. –
– Moltitudine!? –
– Uhm. Vere e proprie cavie da laboratorio. Personaggi di uno scacchiere ignari del fine e del mezzo. Senza risparmiare nessuno, questo tipo di esperimenti è stato condotto anche sui soldati americani. Sì, probabilmente in Vietnam. –
– Ha tutta l’aria di essere un affascinante delirio. –
– All’epoca della Guerra Fredda voleva essere uno strumento di difesa preventiva nel caso in cui i russi o i coreani avessero catturato gli agenti della CIA sottoponendoli a torture mentali di questo genere. O almeno questo è quello che ci hanno voluto far credere. –
– Intende dire che esisteva un disegno più ampio alle spalle, in barba all’etica e alla morale ma dov’è la novità? Accade da millenni, no? –
– Beh, non è che si stia scoprendo l’acqua calda, insomma. La domanda da porsi è un’altra: cosa significa eticamente o moralmente? È solo una convenzione per restringere quello che si può e non si può fare. Sono dei paletti, niente di più, niente di meno che qualcuno decide di mettere su certe questioni, perché fa comodo. –
– Sì, capisco. Ma cos’è il piano K-Way? Cosa c’entra con tutto questo? –
– La tua curiosità sarà soddisfatta non appena soprò con certezza che quello di cui ti parlo ti sia familiare.-
– Sì. –
– Non è ingiusto accanirsi sulla razza umana con forza e violenza, soggiogandone la volontà? E se invece provassimo a sperimentare su giovani esseri umani consenzienti, consapevoli di ciò a cui si va incontro? Si raggirerebbe anche il discorso sull’etica e la morale: non avrebbe molta ragione di esistere poiché fatto alla luce del sole. Mi segui? –
– Sì, certo. –
Balle, non capivo una mazza di quello che mi stava dicendo, ma annuivo interessato. Continuò il suo discorso, tra le mani aveva una penna Montblanc e ci giocava delicatamente:
– Il piano K-Way è un progetto impermeabile, il fiore all’occhiello della nostra organizzazione. È proprio come una giacca a vento col cappuccio che ti ripara dalle intemperie del mondo, dalla pioggia del sistema e con la cui tasca sul davanti puoi ripiegarlo su se stesso appena ritorna il sole e rimetterlo in borsa, o nasconderlo dove ti pare. Ti permette di camminare tra gli altri e farti strada, senza destare sospetti. È ombrello e parafulmine assieme. –
– In altre parole? –
– Noi cambiamo la vita. Concediamo nuove occasioni a chi ne ha bisogno. Creiamo profili, bassi ed alti, distribuiamo ruoli. Ci intrufoliamo nel tessuto sociale malato cercando di scardinarlo. Siamo la nuova cura per sconfiggere il cancro, il marcio dell’establishment mondiale. Senza alcuna pietà ci destreggiamo dalla ricerca scientifica alla televisione, dallo spettacolo alla politica, dallo sport alla Chiesa, dall’economia alla musica. E così via. Attraverso i nostri corsi di psicoterapia collettiva reclutiamo giovani dai quattordici ai trent’anni e a chi pensiamo faccia al caso nostro, dopo averlo studiato a lungo, formuliamo la nostra proposta. Tutto avviene in trasparenza, alla luce del sole. Prendere o lasciare. –
Restai un attimo in silenzio, perso in quel fiume di parole pronunciate una ad una e straripanti nel mio apparato uditivo. La dottoressa Monti mi fissava e cercò di essere più chiara:
– Alex è la tua seconda occasione: dentro o fuori?
Esitai per un istante e dissi con forza, scandendo bene ogni sillaba:
– Accetto. Sto dentro, sono dei vostri. –
– Non avevo dubbi. Domani sera ci sarà il tuo primo incarico. Passa qui per le sei, mi troverai con gli altri dello staff. Ora lasciami sola.
Riuscii a rispondere al totale calore della voce con un tono servile e dissi soltanto:
– A domani. –
L’indomani fu il mio incontro, unico incontro, con Vittorio. Pensai a tutte le possibili attività dell’organizzazione. Sospettai di tutte le persone sole che incontravo e le immaginavo svanire dalla circolazione, volatilizzare nel nulla, così avvilite e contente di sparire che nessuno avrebbe mai cercato o ritrovato. Immaginai persone accondiscendenti, volontari entusiasti di avere una seconda occasione, anche al costo della propria vita. E ho conosciuto altri volontari, decisi ad essere qualcos’altro e a puntare in alto, scalando l’Everest del sistema consolidato nei settori più disparati. Ho visto persone cantare in stadi stracolmi col pubblico in delirio e ragazze farsi largo nella tivvù pubblica e privata fino a condurre programmi in prima serata. Ho visto il morbo del piano K-Way intaccare l’establishment fino a diffondersi in tutta la comunità, confondendosi e restandone assorbito, diventando un tutt’uno.
Ho visto comunità diverse tendersi la mano e scambiarsi reciproci favori, proprio come sempre è accaduto, nella noia mortale dei giorni che si ripetono all’infinito. Comunità che bruciano dalla noia, come la città dove vivo.
Napoli è una bomba al tedio che miete vittime una dietro l’altra. E chiunque fa parte di questa categoria, consapevolmente o inconsapevolmente ma qualcuno deve pur aver innescato l’ordigno. Nell’era dei siamo-tutti-martiri bisogna sapersi muovere e allora ho scelto. Ho deciso di stare dall’altra parte. Quella dei più forti, malgrado tutto. Ho scelto di non prendermi responsabilità e di non ragionare sulle mie colpe per la mia condizione.
La mia seconda occasione mi vede tra i carnefici.
La mia seconda opportunità è stata un premio per il mio troppo pensare ed il poco agire in un momento di completa ristagnazione. Una vera manna dal cielo.
Se oggi sono così, lo devo solo a me stesso e all’aver saputo cavalcare in un periodo difficile l’onda del cambiamento.
Oggi ho un lavoro ben retribuito. La società per cui lavoro si chiama YMonti s.p.a..
Solo il Tempo mi darà ragione. Il Tempo che rimbomba forte nella stanza del tutto spogliata di ogni avere. Elegante ed antica. Nuda e pericolosamente vergine, come se non fosse appartenuta mai a nessuno. Come se fosse sempre pronta ad essere profanata da qualche vittima della società.
Solo il Tempo mi darà ragione.
O torto.
E spero che non venga mai a trovarmi.
Diego Astore
