Sabato di shopping con figlia tredicenne.

Entrate nella catena di fast fashion che tua madre chiamava Beriscia.

C’è una musica fortissima che copre la puzza di sudore e di poliestere, i commessi si spostano da una parte all’altra del negozio, indaffarati, stropicciano ulteriormente cose già stropicciate, l’importante è non girarsi quando vengono chiamati o si trasformeranno in statue di rayon. Ne blocchi uno per chiedere una taglia, quale taglia? Io sono qui per il rave. In effetti all’ingresso avevi notato un buttafuori con un auricolare, è lì per verificare che nessuno esca con l’antitaccheggio. Gli antitaccheggio hanno infatti più valore dei vestiti. Lui è buttafuori e anche antifurto, l’energia elettrostatica è a un livello tale che quando becca qualcuno rubare si infila una lampadina in bocca e lampeggia per lanciare l’allarme.

Tua figlia ti vuole costringere a comprare una pelliccia. C’è l’imbarazzo della scelta, ma soprattutto c’è l’imbarazzo. Hanno scuoiato tutti i feticci della tua infanzia: Uan, Four e anche Bear nella grande casa blu. Che poi è inutile che tu faccia tanto la superiore, tua zia Daniela un Natale dei primi Novanta arrivò indossando la famosa pelliccia della Mongolia, un agglomerato riccio color champagne in peli pubici di Enzo Paolo Turchi, una roba schifosa da dire quasi quanto da vedere. Dici a tua figlia che apprezzi il tentativo di coinvolgerti, ma no, non farai il cosplay dell’Orso di Revenant.

Andiamo da Humana, mamma? Dai, ok. Entrando una sensazione fortissima di déjà vu ti coglie, “ancora tu? ma non dovevamo vederci più?” dici a una gonna scozzese con lo spillone per l’harakiri. D’altronde il vero highlander della moda, non poteva che essere un kilt.

Più ti sposti tra gli stendini e più capisci che sei al centro di un complotto internazionale. Dieci anni fa abbiamo letto tutte il magico potere del riordino della Kondo, abbiamo dato via tutti i vestiti e dopo un anno è esplosa la moda del second hand. Ti pare evidente: ci stiamo ricomprando le cose che abbiamo buttato, è il magico potere del ricompro.

Fantozziano a dir poco, infatti in vetrina c’è quel cappotto del ragioniere, spalla larga, spigato. Lo provi, la commessa ti dice: questo è proprio il suo, le sta benissimo. Sì, è proprio il mio, di nuovo. Come è Humana lei.

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Oggi mi sono svegliata con una tristezza.

Oggi mi sono svegliata con una tristezza.

Quando una tristezza si ferma a dormire la sento che si muove nella stanza, a piccoli passi, è come una danza. Ho aperto gli occhi e mi era accanto, mi fissava. Ah, sei qui? Ha alzato le spalle, Pare di sì. Mi sono fatta il caffè e lei con me. Le ho chiesto le sue intenzioni, le ho ricordato che nel duemiladiciotto una tristezza è arrivata a casa, di botto, e li si è piazzata, non sapevo più come mandarla via. E dire che se stantia, una tristezza pesante di quella stazza, dopo qualche giorno come l’ospite… puzza.

Questa di stamattina era una tristezza gentile, ha detto ok ho capito il messaggio e mi ha garantito che era solo di passaggio. Mi sono vestita, un poco truccata, intanto mi sono anche raccomandata: Non sono solita uscire con una tristezza, non è che posso andare in giro a presentarti ai conoscenti, non siamo intime, al massimo lontane parenti. Lei era quieta, annuiva. Se incontriamo qualcuno non dirgli chi sei, comunque non ti fermerai.

In auto abbiamo ascoltato le canzoni d’amore e lei mi ha spiegato la musica e il senso delle parole. Non è stato male stare lei ed io, sole. Per strada abbiamo incontrato un bambino con una gioia al guinzaglio, mi si è premuta addosso spaventata, la tristezza non ama la gioia, la fa sentire sbagliata. In mezzo alla gente, al lavoro, mi parlava all’orecchio, mi distraeva, contava gli assenti, ignorava chi c’era, mi toglieva il respiro. Finché le ho proposto dai usciamo, facciamoci un giro.

Fuori le ho dato la mano, si è presa anche il braccio, mi si è appesa quasi al cappotto: mi stanchi, non far la bambina,mi son lamentata, fermiamoci qui, che c’è una panchina. Siamo rimaste a lungo in silenzio, le foglie per terra, il freddo sparso per aria, finché è arrivata un’anziana, l’espressione bonaria. Ma guarda che belle tristezze che abbiamo, ha detto sedendosi piano, se mi presenta la sua le presento la mia e magari insieme se ne andranno via.

Sa, ha aggiunto, la tristezza vuole essere vista, considerata, è un passero a terra con un’ala spezzata, bisogna curala, ma lasciarla anche andare, non darle un nido, una casa, deve essere libera per volare e tornare. Se cresce in casa, in cattività, non può farne più a meno e il suo mezzo bicchiere non sarà mai più pieno.

Mi sono stupita di tanta saggezza: sono vecchia, ha risposto, vado al rallentatore, così vedo meglio e riguardo col cuore.

La mia amica è scomparsa in un solo volteggio.

Oggi non son stata triste, ho solo portato una tristezza a passeggio.

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Quarantasettembre.

Il mio quarantesettesimo compleanno chiude l’estate. l’estate che ricorderò come infinita perché ho avuto la fortuna di poter lavorare in smart dal mare, ma soprattutto l’estate in cui ho dovuto farmi una ragione di mio figlio Mister Bis-Mutanda.

So che non sono l’unica madre di un Mister Bis-Mutanda, ne ho visti moltissimi in spiaggia, giovani baldanzosi che mettono i boxer sotto il costume. Il mio giovane e baldanzoso dice per comodità. Ma per il massimo del comfort prova a infilartelo anche in un calzino, gli suggerisco, ma non coglie. Il mio John Frusciante, dopo aver nuotato, si imbozzola sotto un asciugamano e libera le pudenda (non oso immaginare lo stato del red hot chili pepper là sotto) dall’amalgama mutandale, un insieme informe di stoffa, salsedine e sabbia che viene immantinente lanciato, anzi schiaffeggiato contro ringhiere, ombrelloni, superfici varie, persino muri. A quel punto il sole fa il resto perché stoccafissa il tutto nel giro di dieci minuti e, al tramonto, la madre recupera la mutanda di waferizzata che si sbriciola sotto le sue mani inermi.

Il malumore non va in vacanza se c’è Mister bis-mutanda! Infatti abbiamo spesso discusso anche dei compiti, il fatto di essere stato promosso l’ha reso spavaldo, da giugno mi spiega il suo programma di studi estivo. Spiegarmi il suo programma di studi estivo è il compito delle vacanze evidentemente perché non ha fatto altro. Ma non voglio incazzarmi, ho tanti di quei mesi per incazzarmi diligentemente… Marta pure non si è ammazzata sui libri, sono più i libri che ora invocano una degna sepoltura. Ha trascinato l’isola di Arturo avanti e indietro tra spiaggia e casa (non che Arturo avesse bisogno di prendere altro iodio, tra l’altro), l’ha cosparso di crema, gli ha fatto prendere aria, sole e vento, l’ha fatto raddoppiare di volume per via dell’umidità, quel poveretto sta messo peggio delle mutande di Lorenzo. Elsa è Morente.

Ammetto che siano stati bravi ugualmente entrambi: hanno preso l’aereo da soli per venire da me a Maiorca, hanno partecipato a due vacanze studio con entusiasmo, non si sono vicendevolmente ammazzati, hanno dato molto retta alla Piccola. Anche perché non c’è alternativa, lei impone la sua presenza con determinazione. “Non giocate a palla! Voi dovete giocare solo a me!” urla e come darle torto?

Così abbiamo giocato tutti a lei, io ho anche corso ogni mattina, letto un libro dopo l’altro, chiacchierato, preso sole e vento, preso in giro la mia famiglia e mi sono fatta prendere in giro dalla mia famiglia, ho cercato di dimenticare cosa mi aspetta, ho cercato di scordare te settembre, settembre che mi guardi e mi sfidi. Settembre che mi guardi e, bastardo, ridi.

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Giorni orizzontali e giorni verticali.

Ci sono giorni che sono lì per essere attraversati, altri che devono essere scalati. Giorni orizzontali e giorni verticali. I giorni verticali hanno pochi appigli su lastre di specchi, ti stremano, ti frustrano, 24 ore da climber. La vita sa essere scivolosa, a volte l’unico modo per uscirne è precipitare, lasciarsi andare e sperare che l’imbracatura tenga.

L’estate io la vedo come un susseguirsi di giorni orizzontali, dove si può passeggiare, respirare, godere del paesaggio. Mi auguro di attraversare agosto in pace, con del silenzio (ho scoperto che saper tacere vuol dire anche sapersi fare ascoltare), vorrei guardarmi intorno e guardare a chi amo senza dovermi arrampicare. Da bambina credevo che il nero dell’occhio, il centro dell’iride fosse un buco, la pupilla fosse una cavità e l’esterno venisse assorbito da quei forellini risucchia-immagini. Guardare così: riempiendosi gli occhi.

La Piccola attraversa la sua estate ancora da accovacciata, con la dimestichezza naturale con la terra che si perde con l’età. Cerca insetti per non pestarli, rovista tra i sassolini per trovare una minuscola pietra speciale per motivi che sa solo lei. Cresci e non ti accovacci più così, perdi elasticità, vai dritto e non temi di calpestare quello che prima ti incuriosiva. Ricomincerai da vecchio a rivolgerti al suolo, la schiena curva, forse per sussurrare alla terra di esserti lieve. I miei Ragazzi non si accovacciano, loro colano dal divano al pavimento, dalle sedie al parquet quando c’è, dalla sdraio alla sabbia, in quella pozza che è l’adolescenza. Nelle notti d’estate il sudore evapora e la mattina ritrovo le loro leggere impronte di sale, come avessero lasciato il loro fossile bianco sul lenzuolo.

La Piccola non capisce noi grandi, che non vogliamo tuffarci subito in mare, noi che potremmo starci le ore senza che qualcuno ci tiri fuori di peso. Si domanda perché tutti gli adulti non abbiano cuccioli di ogni tipo di animale, di scimmia, di emù, visto che non c’è nessuno che glielo vieta. Noi grandi non ci sappiamo godere la vita, pensa, abbiamo superpoteri che non sfruttiamo. Anche a me ogni tanto noi grandi sembriamo strani, capricciosi, soprattutto quando spacciamo la nostra insicurezza per sensibilità. Viviamo di preoccupazioni, quando la maggioranza delle preoccupazioni sono da ingenui (se penso a quante sciocchezze mi hanno tolto il sonno quasi me ne vergogno).

Auguro a tutti un agosto da attraversare, le braccia lungo il corpo, le spalle leggere, senza ombra di imbracature, un agosto pianeggiante, dove si veda tanto orizzonte, che riempia gli occhi e curi le fatiche della mente.

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Ninna nanna dell’adolescente.

Ninna nanna dell’adolescente

Che di giorno ti insulta e di sera si pente

Ripete la nenia non è colpa mia

Ma si cresce sbagliando, non c’è un’altra via.

Ninna nanna di noi genitori

Che preghiamo l’arrivo di tempi migliori

Giochiamo a chiamarli “gli adolescemi”

Siamo barche nel bosco, per di più senza remi.

Ninna nanna dei corpi mutanti

Abbasso i neuroni, con gli ormoni avanti!

È il continuo oscillare dell’adolescenza:

tra il non valgo niente e l’onnipotenza.

Ninna nanna delle ore nel bagno

Con il cellulare fedele compagno

Oltre a firme su scarpe e sui vari accessori

Lui ha anche le chiappe griffate Ginori.

Ninna nanna dei tu dove sei?

Che quando gli scrivi ti risponde okay.

E a casa lo aspetti, occhi aperti, per ore

Ovunque lui vada si porta il tuo cuore.

Ninna nanna dei lascia che sia

Ci vuole pazienza è un po’ di ironia

È che mettono ali alle nostre radici

Per andare nel mondo, non per farci felici.

Ninna nanna del figlio che cresce

Della madre che insegna quel che non le riesce

È ciò che facciamo come educatori

ignorare i precetti di cui siamo fautori.

Ninna nanna delle cose da niente

Che sussurro di notte al mio adolescente

E ogni sera mi trovo, nel buio, a implorare

Figlio, ora dormi, che ti devo parlare.

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Mamma, io faccio schifo solo a casa.

Lorenzo è via per una settimana, è partito sabato per uno scambio con una famiglia di Monaco. Dormirà a casa di questa ragazzina che ad aprile verrà in Italia. La ragazzina l’ho vista in foto, è bellissima, più grande di un anno, sorridente. Nel questionario che Lori ha dovuto compilare a inizio anno per organizzare la trasferta, alla voce “animali domestici” aveva scritto che non gli piacciono i cani (ne ha paura da quando è molto piccolo). Un mese fa, per simpatizzare prima dell’incontro italo tedesco, i due compagni d’avventura si sono scritti su whatsapp, la foto del profilo della fanciulla la vedeva abbracciata a una coppia di pastori tedeschi grandi come due fuoristrada. Il primo messaggio della chat diceva “ciao, è vero che non ti piacciono i cani?”, messaggio a cui Lorenzo ha risposto con un lampo di genio “Non mi piacciono solo quelli… PICCOLI”.

Passerà la settimana a scappare da Volks e Wagen, già lo so. La vigilia della partenza è trascorsa con me che facevo raccomandazioni a raffica. “Ti scongiuro sii gentile, abbi cura di chiudere tutto quello che trovi aperto se lo hai aperto tu, frigo, luci, tubetti, ante, tavolette del cesso. Sul gabinetto mi sono soffermata mezz’ora: hai presente quello scopettino che c’è vicino al bagno? Quello non serve per fare qualche affondo di fioretto mentre caghi, quello serve a pulire le tracce del tuo passaggio. Dico passaggio e non permanenza. Non starci ore, ti scongiuro, tu stai così tanto sulla tazza che quando hai finito è di nuovo l’ora di ricagare. Potresti passare in questo modo tutta la tua settimana a Monaco, in un loop infinito. Non lanciare le calze sul lampadario, quando ti lavi i denti non stuccare il lavandino col dentifricio, non fare l’aquafan sullo specchio, non fare l’aquafan manco quando fai pipì, ti prego siediti, non farla in piedi, ma se ti siedi non ci prendere troppo gusto e non ricagare altrimenti non finiamo più”.

Aperta parentesi. A dirla tutta io a quattordici anni non ci sarei voluta andare a casa di gente sconosciuta, che parla una lingua sconosciuta, mi sarei rifiutata. Lorenzo, che bullizzo con costanza da quando è diventato adolescente, mi rende orgogliosa soprattutto per questa sua apertura verso il mondo. Non ha paura. I cambiamenti non lo spaventano ed è bellissimo perché amare solo quello a cui si è abituati è un’arma a doppio taglio, l’abitudine finisce per appannare e impoverire ciò che si ama. Chiusa parentesi.

Gli ho domandato se avesse portato il deodorante spray e lui mi ha risposto “Sì e anche l’accendino così lo uso per fare le fiammate ai cani se mi attaccano”. Per un secondo ho avuto paura che fosse serio. Alla sesta ora di raccomandazioni mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha messo di fronte a una verità che ho sempre intuito e mai verbalizzato: “Ma’ stai tranquilla, io faccio schifo solo a casa mia”. Di sua iniziativa ha comprato 12 euro di gianduiotti per la fanciulla, gli altri 8 euro sospetto li abbia investiti in crocchette per i pastori tedeschi.

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Leggende metrogenitoriali.

Io credo che esistano due leggende metropolitane capaci di influenzare e appesantire la vita dei genitori, due credenze popolari che non trovano corrispondenza nel quotidiano, eppure vengono ribadite e tramandate con assurda determinazione. La prima riguarda i neonati, ovvero che i neonati dormano da soli, dormano tanto, notti intere senza risvegli. Non so chi abbia messo in giro questa voce ma ha creato aspettative assurde, la maggioranza dei neonati non funziona così, i neonati infatti banalmente vanno addormentati, quelli che dormono da soli tutta la notte ci saranno, ci sono, ma sono un biglietto vincente alla lotteria per gente che non gioca alla lotteria. Il sonno dei neonati è un lavoro, uno dei tanti secondi travagli che i genitori vivono dopo il parto. Niente di drammatico, ma terribile se non ti aspetti la resistenza e se la vivi come una totale anomalia.

E poi c’è la leggenda metropolitana che riguarda un’altra fase, quando il bambino cresce, va a scuola e ci si aspetta che ci vada anche bene. Che la mattina si alzi, si infili uno zainetto in spalla e lo riporti nel pomeriggio carico di bei voti. Non va così,

ed è assurdo considerare l’aspettativa la norma, in verità la media dei ragazzi non va bene, al massimo va nella media e questa media è spesso frutto di parole, urla, divieti, minacce, ripetizioni, è il risultato di un compromesso che logora e accresce la frustrazione. Credo si dica troppo poco di questa contrattazione costante, che la si racconti come fosse l’eccezione, mentre è la regola. La regola è fatta di madri che consultano registri elettronici come una chat di un amante e questo non perché sono delle povere sfigate prive di vita interiore ma perché è richiesto dal sistema. È fatta di ripassi serali, di raccomandazioni mattiniere, di “do ut des”, di preghiere inascoltate, di appelli al buon senso mentre si urlano cose senza senso.

Non è un problema di oggi. Mia madre fu regina di contrattazioni, promise a mia sorella di farle conoscere Luis Miguel se non fosse stata rimandata. Credo di non dover approfondire la grandiosità del suo bluff. Ogni volta che tornava dal lavoro toccava il retro della tv, con lo sguardo serio di un’indiana che mette la testa sulle rotaie, per capire da quanto fosse spenta e se fosse stata accesa durante le sessioni di compiti. Ieri c’era la battaglia con la tv, oggi combattiamo contro il telefono. Contro la distrazione. Non cerco assoluzioni, come adulta mi rendo conto di aver contribuito all’incapacità dei miei figli di concentrarsi. Li ho cresciuti sicura di stimolarli, invece li intrattenevo, non li ho lasciati annoiare anche se nella mia ipocrisia ho sostenuto l’importanza della noia. Ma un bambino annoiato, amici, è la cosa più noiosa che possa capitare a un adulto. Annoiatevi, orsù, senza essere noiosi, mi verrebbe da dire ai miei tre, ogni due per tre. Dicevo, non cerco assoluzione, e nemmeno una soluzione (c’è troppa gente, pseudo educatori per lo più, con soluzioni in tasca per problemi che non hanno mai avuto), tra l’altro la soluzione è semplicemente che la scuola a un certo punto finisce, però auspicherei che quel finale arrivasse con meno sensi di colpa e senso di inadeguatezza in questo costante tutti contro tutti, questo sì.

E comunque mia sorella Luis Miguel non lo conobbe mai.

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GIOVANNIN SENZA PAURA

Quest’anno mi è stato chiesto di scegliere un classico e tenere intorno a quel titolo una piccola lezione aperta al pubblico. Per facilitarmi l’arduo compito del preferire uno solo tra i miei tanti amori letterari, mi sono orientata sul primo, il grande classico della mia infanzia, le Fiabe italiane di Calvino. D’altronde l’infanzia è la terra su cui camminiamo tutta la vita. Avevo quattro anni, l’età della mia figlia minore, mi sedevo sulle ginocchia di mio padre, lui apriva il grande tomo illustrato e iniziava la prima delle duecento favole, l’unica che ricordo a memoria, Giovannin senza paura. Volevo ascoltare solo quella, ancora e ancora, i bambini amano ripercorrere sentieri oscuri ma battuti, anticipare, esorcizzare i timori, sapere dove si va, i piccoli vogliono riconoscere più che conoscere. Lo spiega bene Malamud quando scrive attraverso le storie che raccontiamo, i bambini sanno che finirà la notte e loro non moriranno. Ha ragione, questo vogliono i bambini e infatti di questo parlava la prima delle fiabe italiane, di morte e di albe che si fanno aspettare.

Giovannino è un ragazzetto che non conosce timore, accetta così senza indugio di trascorrere un’intera notte in un palazzo infestato da creature malefiche. È avvisato: da quel luogo si esce solo in una cassa da morto. Ma Giovannino non vacilla, arriva indenne al mattino superando le prove oscure, guadagna ori e averi e vive felice e contento nel castello per tutta la vita. E qui arriva la parte crudele ma anche divertente, perché tutta la vita è un tempo brevissimo, infatti un brutto giorno Giovannino vede la sua ombra e muore di spavento. Sbam. Perché quel finale mi abbia parlato e mi parli ancora tanto (parlava anche a Calvino, non a caso piazza quella storia stramba e fuori dagli schemi in apertura) io lo so. Di certo c’entra l’ironia, compagna delle nostre vite che spariglia le carte, che disinnesca i moralismi e forse anche le morali, che ci fa ridere di noi e della spietata regola del fai fai e poi te ne vai. Ma c’è di più.

C’è di mezzo l’importanza della paura. La favola non si intitola Giovannin CON il coraggio, ma Giovannin SENZA paura, a Giovannin manca qualcosa, è in-cosciente, cioè privo-di-consapevolezza. La paura ci serve, è utile, crea anticorpi, ci presenta a noi stessi, ci dice chi siamo, cosa dobbiamo affrontare (sempre che non diventi cronica naturalmente e porti alla paralisi e al terrore di vivere). Giovannin senza paura non è un eroe, è uno sprovveduto che non si è mai affrontato davvero e che infatti muore guardando in faccia sé stesso, la parte oscura che, a differenza dell’ombra, è tutta interna a noi. Non c’è coraggio senza paura, non c’è valore senza consapevolezza.

Se devo scegliere un solo augurio per questo anno a venire è di riempirlo di storie. Attraverso le storie (storie, non bugie) esistiamo, ci cerchiamo e ci diamo un senso. Attraverso le storie sappiamo che la vita è crudele e ironica, spaventosa e sorprendente, ma che merita di essere affrontata con il coraggio dei bambini, perché la notte passerà e loro (e noi) non moriremo.

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DAI

Ogni volta che dico a uno dei ragazzi: metti giù quel cellulare, loro rispondono: sto controllando i compiti. Ma esattamente questi compiti perché vanno tenuti sotto controllo? Scappano? Si moltiplicano come Gremlins bagnati? Spagliano come l’acqua nella pentola della pasta? Non si capisce, quello che è certo è che bisogna marcarli a vista, sono troppo imprevedibili. Mi pare altresì di capire che vadano controllati, ma non disturbati, non fatti, ecco. Lascio il tempo per controllare e poi riparto: metti giù quel cellulare e loro rispondono che no, non possono, hanno chiesto in chat la pagina del libro mancante, perché il libro l’hanno sempre lasciato da papà. Tutto quello che deve essere qua e da papà e tutto quello che deve essere da papà è qua. Se non è né qua né là è a scuola. In un giro eterno delle tre carte dove perdiamo tutti, io di sicuro la pazienza e la voglia di vivere.

Dico DAI millanta volte, è la parola che ripeto di più, più di minchia e ho detto tutto. DAI è come quei termini giapponesi che si pronunciano “gni” e vogliono dire “quel giorno infrasettimanale del mese di novembre di un anno bisestile in cui non sei triste come domenica sera ma nemmeno sollevato come il tardo pomeriggio di un prefestivo”.

DAI è come il puffare dei Puffi, contiene un mondo di sfumature, a seconda dell’intonazione scelta.

C’è il DAI… ti prego, non me lo dire… quando mia figlia piccola riporta i pidocchi in una casa di teste ormai adulte. Pidocchio ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?! Almeno ho la risposta alla grande domanda del momento: Che belva si sente? Un pidocchio. Tenace, veloce, adattabile. Altro che puma, aquila… pidocchio! È la belva più belva, preferirei avere un gatto attaccato ai coglioni che una banda di pidocchi attaccati al cuoio capelluto.

C’è il DAI… ti ho chiamato mille volte, ripetuto il nome che ti è stato assegnato alla nascita e che ormai dovresti aver assimilato per associazione significante e significato, ma non rispondi, in più nonostante il ritardo, perché viviamo in ritardo, con il cappotto già addosso hai deciso di tornare in camera, aprire una scatola riposta da anni sotto a un letto, tirarne fuori una maschera da sub Decathlon e inseguire le tue sorelle facendo il verso di Dart Fener.

C’è il DAI… smettetela subito perentorio quando sono in call ma i miei figli hanno deciso tutti di cantare insieme “la cacca è quella cosa marron che si attacca ai calzon e poi grattando si stacca”.

C’è il DAI… mollami, non voglio vedere per la quarantesima volta come fai la ruota a destra e poi a sinistra, sai girare a sinistra, non sei la protagonista di Zoolander, brava ma basta.

C’è il DAI attonito, il DAI… non ci posso credere che tu stia facendo ciò che stai facendo. Questo lo riservo solo a Lorenzo. Ieri dopo una discussione si è ammutolito e l’ho guardato trascinarsi per un’ora dal divano al pavimento, strisciava, non c’è altra parola per definire quello che era impegnato a fare. Dal divano al pavimento, dal pavimento al sottodivano. Che belva si sente? Un acaro. E io osservandolo ho preso seriamente in considerazione l’idea di menarlo, ma non posso iniziare adesso a quattordici anni, non è un’attività che si improvvisi, se improvvisi il risultato è ridico e finisci per farti male tu. Quindi ho detto DAI, il novantesimo della giornata. Un DAI di frustrazione, un dai che significa: io ti vorrò sempre bene qualsiasi cosa tu faccia, acaro mio, i tuoi comportamenti non aumenteranno e non diminuiranno mai questo bene ineluttabile, non ho scelta e nemmeno la vorrei. Però non vuol dire che quello che fai è ininfluente rispetto al nostro essere madre e figlio. La verità è che se tu ascoltassi, se tu ti alzassi da quella polvere, se collaborassi un pochino, se non mi chiedessi “che ho fatto?” ogni volta che ti riprendo, se mi dimostrassi di aver capito, ecco io non vorrei più bene a te, ne vorrei un po’ di più a me.

È quel DAI i lì, il DAI che ce la possiamo fare.

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Quello che una madre chiama fine del mondo il resto del mondo lo chiama adolescenza.

L’adolescenza è come la stupidità, non è percepita da chi ne viene attraversato, ma crea frustrazione al mondo circostante.

La madre capisce che non è più l’unica che può rovinare il proprio figlio, l’adolescente ha l’età e soprattutto l’ardire di rovinarsi da solo. L’adolescente è abbastanza grande per arrecarsi danno quindi, ma troppo piccolo per risolverlo.

L’adolescenza è naturale. La natura, si sa, è un meccanismo perfetto. Ti dà circa 14 anni per innamorarti di questo bambino puccioso, con occhi grandissimi e liquidi, quattordici anni è il tempo che ci vuole per comprendere che non ne puoi proprio più fare a meno di quegli occhioni grandissimi e liquidi. E poi arriva l’adolescenza e non ti puoi tirare indietro. Se te lo rifilassero già adolescente dall’inizio sarebbe certo che lo lasceresti davanti a un convento nella sua cesta… di roba sporca.

Il mio figlio adolescente è passivo aggressivo: tu non credi in me mi ha detto. Ma cosa vuol dire??? Sei mio figlio, non sei Nostro Signore Gesù Cristo. Poi come fai a dire che non credo in te, se prima di entrare in camera tua mi faccio il segno della croce, come fai a dire che non credo in te se ti prego ogni giorno. Non lo vedi? Volerti bene in questo periodo è un atto di fede. Ti scongiuro di fare cose che non farai mai perché credo nei miracoli, credo addirittura che un giorno riuscirai a usare lo spazzolino come un sapiens. E ripeto spazzolino e non tubetto del dentifricio su cui ho ceduto, ho accettato che tu invece di spremerlo gli tirassi il collo come a un pollo… chissene è un problema solo estetico alla fine. Ma lo spazzolino. Tu non sei un ragazzino tu sei Chuck Castoro. Tu lo prendi e lo trituri tra gli ingranaggi dei denti e ti aggiri per casa come un Popeye schiumante con la sua pipa, sbavata. Stessa cosa accade per le penne che entrano penne ed escono pezzi di liquirizia.

L’accusa del non credere in lui nasceva dal fatto che, a un mese dall’inizio del liceo, l’abbia messo di fronte a una verità sorprendente: alle superiori si deve studiare e studiare significa mettersi davanti a un libro e apprendere non per contiguità ma per interiorizzazione. L’ha presa come un gesto di disistima. È diventato permaloso, piccino.

Gli specialisti di Instagram (specialisti che sono specializzati nel far sentire di merda i genitori di oggi) dicono che bisogna essere duri, risoluti. Allora vado da Lorenzo e faccio il genitore di ieri.

“Guarda che ti mando in collegio” gli dico bluffando, proprio come bluffavano i genitori di ieri. E lui mi fa un sorrisone e tira fuori l’opuscolo della Rafa Nadal Tennis Academy di Maiorca. Lo scruto e poi ammetto: “Niente da fare, siamo troppo poveri per mandarti in collegio”. La sera mi lamento con Dario, in questa casa non ci possiamo permettere nemmeno le minacce!

Il giorno dopo arriva tronfio.

“Mamma, ho studiato”.

“Se lo dici tu”.

“Non ci credi? Interrogami allora!”.

Mi passa un libro all’esterno mangiato e digerito da un bulldog francese, all’interno intonso.

“Parlami del sistema solare”.

“No, no dai qua, quella pagina non è da fare”.

“Allora di Marte”.

“No ma nemmeno quella pagina”.

“Allora dimmi le pagine da fare”.

“1,2,3,5,8,13,21,34,55,89…”.

Alla fine non riesco a farmi ripetere nulla, manco un satellite, un meteorite di merda, in compenso sappiamo l’intera sequenza di Fibonacci.

(PS ditemi anche voi che la pagina che gli chiedete non è mai quella che hanno assegnato da studiare, almeno mi sentirò meno sola).

Intanto arriva Marta.

“Mamma, già che interroghi Lo, interroghi anche me di geo?”.

“Ok. Una cosa facile. Dimmi i mari che bagnano l’Italia”.

“Mar Adriatico, Mar Ionio, Mar Ligure” spara un po’ così, in ordine sparso, poi si inceppa. La incalzo.

“Dai quello che bagna anche la Toscana”.

Silenzio

Silenzio

Silenzio

Poi come se avesse avuto un’illuminazione dal cielo, finalmente risponde.

“Mar Emma!”.

È che a me non preoccupa tanto la tempesta di ormoni che bussa alla porta, a me atterrisce la tempesta di cervelli che dimora dentro casa.

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