Ma allora è un vizio.

Anche lo scorso anno vi ho fatto gli auguri il 19 gennaio, che poi valgono lo stesso perché fino a marzo io auguro buon anno.

Potremmo fare così. Voi cominciate l’anno il 1 gennaio, e io invece no, inizio il 19, così, a schiaffo. Mi faccio le mie cose come se fosse ancora l’anno vecchio per 19 giorni così non mi sento addosso la pressione da ‘non hai ancora scritto niente ai 23 lettori!’ e siamo tutti più contenti.

Sono successe cose. Alcune non sono successe perché ho deciso di posticiparle. Altre non succederanno se non mi muovo a comprare un manuale per studiare. Ma sono successe cose.

Ho anche trovato un nuovo progetto, però adesso devo correre a ritirare un referto, ho fatto un tagliando (una delle cose che sono successe), devo mandare una mail per una presentazione che forse potrei fare e non succederà se non mando la mail, devo mandare tre pacchi perché inspiegabilmente mi sono andate male un sacco di cose in cui dovrei essere bravissima ma riesco a vendere su Vinted, e non ho mai aspirato a vender nulla, e devo ancora lavarmi. Il bello di lavorare il pomeriggio è che la mattina posso lavarmi più tardi.

Quindi facciamo che vi aggiorno con calma e con i miei tempi biblici e che oggi comincia l’anno dell’ufficio reclami.

Buon anno di reclami!

Ridendo e scherzando è quasi Natale

E ho mantenuto almeno un proposito: quello di tuffarmi in un gomitolo, anzi, in tanti gomitoli di strade. Ho fatto cose, visto gente, trovato nuove droghe legali (arancia disidratata, se non costasse un rene e mezzo probabilmente mi nutrirei solo di quella), approfittato di quella cosa che ti prende prima di Natale molto più di tutti gli altri mesi e nonostante la tua testa ti dica che sei povera come la merda e non puoi assolutamente comprare una roba che finirà entro il 30 dicembre negli stomaci di chiunque conosci tu te ne freghi e ti dici ‘Natale arriva una volta sola all’anno’, insieme a ‘vabbé, tanto se devo morire povera è meglio povera con una roba buona in pancia’ (leggi: ho comprato un nuovo gin. Non tanto, eh, che il gin costa, se è prodotto da realtà locali artigianali sarcazzo, però sempre 4 volte una bottiglia di Tanqueray, in proporzione).

E ho fatto scorta di lana bellissima per avviare la produzione del prossimo anno. Che è già partita. Ho ancora le sciarpe degli ultimi due anni da consegnare, smaltire, eccetera, e sto meditando di darmi ai mercatini, tanto a furia di girarli, soprattutto se sono delle pulci, mi sto facendo una cultura.

Non ho studiato, se ve lo state chiedendo. Non ho studiato perché il patentino, o meglio l’esame andato un po’ in merda mi ha bloccato il chakra dello studio. Lo dico qui, per la prima volta da quando me ne sono resa conto, ma magari se lo scrivo nero su bianco questa cosa diventa reale e comincio a trovare un modo per risolverla, perché resto dell’idea che ricominciare a studiare sia stata una delle migliori decisioni che ho preso in decenni, e non mi va di farmi bloccare da una cosa che non dipende da me ma da un’organizzazione idiota pensata per un esame di abilitazione, studiato appositamente per eliminare candidati. Perché di fatto siamo stati un enorme esperimento sociale mascherato da esame di abilitazione. Una specie di grande fratello istituzionalizzato. C’è gente che ha in mente un ricorso, si stanno organizzando in privato, ma, come dire, io non intendo fare un ricorso che implica energie mentali da utilizzare per cose migliori. Preferisco ricominciare da dove mi sono interrotta il 18 novembre 2025, tornando a fare le cose che mi piacciono e che sono il motivo per cui un giorno, anni fa, ho deciso che se dovevo per forza morire povera tanto valeva farlo cercando di fare qualcosa che mi piace. Girare per luoghi artisticoculturali raccontandoli alla gente.

Non ho fretta, non ne ho mai avuta, ho solo avuto un incidente di percorso come ne ho avuti tanti negli ultimi anni. Non mi sento defraudata di qualcosa perché non ho vissuto con l’ossessione di fare esclusivamente la guida turistica e fallire un esame non è sinonimo di fallimento di vita.

Sono tante altre cose, non sono una cosa sola. Non mi sarei mai accontentata di essere una cosa sola. Succedeva già quando ero adolescente, con pochissime ambizioni a parte quella di andare a dormire la sera tranquilla. Questa cosa, non sempre ma molto spesso, più che in tutti gli altri momenti della mia vita messi insieme, sta succedendo, da quando ho deciso che non ho voglia di vivere la vita che si aspettano gli altri.

Ho raccontato questa cosa a una persona, poco tempo fa, un giorno, a pranzo. Gli ho detto che la mia vita vista da fuori non è quella che si definisce un successo, anzi. Ho una collezione di fallimenti invidiabile alle spalle. Che poi, quando si parla di fallimento sembra di bestemmiare. Guardate le facce delle persone quando ammettete candidamente che avete fallito in qualcosa. Non si può, non si deve osare. Il fallimento è brutto e cattivo. Sono pronte a dire ‘ma no, non è vero, tu sei meglio di così’. Perché devono consolarti in qualche modo.

E adesso mi tocca svelare un segreto. Non mi dovete consolare quando parlo dei miei fallimenti. Sono i miei. Li conosco uno per uno. Sono la cosa che mi ha portata qui, vi piaccia o meno. E piaccia o meno pure a me. Le nostre conquiste, i nostri successi e i nostri fallimenti sono parte integrante di noi. Ci formano. Probabilmente i fallimenti ci formano molto più delle conquiste e dei successi, perché stabiliscono un limite. Ci fanno capire fino a dove possiamo spingerci. O cosa potremmo cercare di migliorare, se a quella cosa in effetti teniamo. Ma io ve lo dico, il 90% delle cose in cui falliamo sono fardelli che possiamo scrollarci di dosso senza grandi rimpianti. Il 10% è quello da tenere e su cui ripartire. Va semplicemente cambiato l’approccio, dobbiamo trovarne uno più congeniale. A noi, non al sentire comune. Non abbiamo l’obbligo di rispondere alle aspettative della zia che a Natale ci chiede come mai non abbiamo ancora un lavoro fisso alla nostra età, tanto per restare in tema natalizio. Dobbiamo rispondere alle nostre aspettative, e se nelle nostre aspettative non c’è quella di avere un unico lavoro fisso fino alla pensione, perché sappiamo che moriremmo dentro se stiamo ancorati a un unico posto di lavoro, sono esclusivamente questioni nostre. Anche perché la zia, diciamocelo, non è quella che ci deve mantenere. Ci manteniamo da soli da tempo, non andiamo a chiederle l’elemosina. Non è il tipo di zia a cui possiamo chiederla, tra l’altro.

Ci tengo a precisare che io non ho una zia che mi chiede come mai non ho ancora un posto fisso nella vita il giorno di Natale. A Natale siamo io, mio padre e mio fratello e non parliamo di lavoro. La zia ipotetica è la vostra, perché tra le altre cose la mia zia reale queste cose non me le ha mai chieste, ha lavorato per tutta la vita nello stesso posto e voleva fare tutt’altro. Quindi per esperienza personale non si mette a fare domande del cazzo.

Però è un esempio che calza perfettamente. La pressione sociale dei parenti, degli amici, del portiere è quella roba che va levata di mezzo, perché non è a loro che dobbiamo rispondere. Rispondiamo a noi stessi. Abbiamo il diritto di cercarci la nostra felicità nel modo che preferiamo. Anche se fossero solo 10 minuti al giorno, anche se fossero due ore a settimana che dedichiamo a una cosa che ci piace e in cui non deve entrare nessuno, ancora di più se decidiamo che la nostra vita non deve essere cadenzata dai desideri del resto del mondo.

Perché ho fatto tutto questo pippone? Ah, sì, perché non dovete consolarmi quando parlo dei miei fallimenti. I miei fallimenti sono parte integrante di quello che sono.

E onestamente, a guardare bene, potevo essere molto peggio. Potevo essere un’indicibile stronza che si mette a pontificare su tutte le scelte altrui che non le stanno bene. Quelle innocue, intendo. Perché sulle scelte altrui che danneggiano l’umanità ho tanto da dire e tanto su cui manifestare, ma è un’altra questione e va sviscerata in altri momenti. Anche perché è il 24 dicembre, avete un sacco di cose da fare, incluso cercare la migliore disposizione dei commensali per evitare che la zia rompicoglioni si trovi di fianco al nipote disoccupato e cominci a minare la sua autostima per tutto il tempo del pranzo, mandandolo di traverso a tutti.

Quindi facciamo così, siccome da stasera al 31 sarò inagibile anche perché vado a Roma per qualche giorno (finalmente) ci sentiamo direttamente nel nuovo anno.

E se non dovessimo più sentirci, speriamo che sia per colpa vostra.

(volevo lasciarvi un consiglio, a proposito di questa cosa qui, la felicità e tutto il resto. Trattasi di consiglio di lettura, visto che come abbiamo appurato quest’anno tra le tante cose ho anche ricominciato a leggere. Giulia Blasi, una di quelle femministe brutte e cattive che hanno sempre in mente l’intersezionalità, che ha una newsletter che dovreste leggere e che ha scritto un sacco di altre cose che dovreste sempre leggere, ha pubblicato un nuovo saggio, dal titolo che è tutto un programma: La felicità è un atto politico. Questo saggio nasce da un momento di profondo sconforto di Giulia, ed è probabilmente la ricetta migliore che potete trovare per portare avanti l’anticapitalismo che scorre forte e potente in tutti noi che siamo sì cresciuti guardando crollare il muro di Berlino ma che a un certo punto ci siamo resi conto che il capitalismo forse non doveva vincere per KO tecnico dell’unica ideologia in grado di contrastarlo, forse si poteva provare dell’altro in termini di preoccupazione della salute di tutta l’umanità, da quella occidentale che sta meglio a quella che subisce sulla sua pelle tutti i giorni questo privilegiare esclusivamente la salute di noi occidentali. Insomma, leggetevi Giulia Blasi e leggetevi pure le sue fonti, che sono tante)

Novembre è stato lungo e non è ancora finito.

E io invece voglio proprio tuffarmi in un gomitolo di strade, con buona pace di Ungaretti, e trovarmi davanti la gente che infesta il centro per Natale, le luminarie della Rinascente, l’albero. Quelle cose che mi sono sempre piaciute e per qualche anno si sono spente come ero spenta io. Quest’anno voglio tutta la luce del Natale, quella artificiale e quella naturale.

Non so com’è. Però c’è sempre questa cosa, che il Natale ha senso quando hai dei bambini che ci credono, che aspettano un Babbo Natale (pure se sono grandi, perché non si è mai abbastanza grandi per credere ciecamente al compagno che ti dice che Babbo Natale sono i genitori), che hanno desideri e li esprimono. Ma vi rendete conto di quanto è liberatorio essere bambini e potersi permettere di esprimere dei desideri, anche se non saranno realizzati tutti, e pensare ‘vabbé, ho sempre un compleanno’ o ‘vabbé, c’è sempre il prossimo Natale’?

Quand’è che diventiamo così adulti da smettere anche solo di pensarli, i desideri?

Io non lo so, quando è successo, ma mi rendo conto che a un certo punto ho cominciato a esprimerne pochi. Mi accorgo che sono sempre stata troppo adattabile alla mia situazione, a quello che volevano gli altri, a quello che si poteva fare ragionevolmente.

Diciamo che crescere in condizioni econimiche disagiate non aiuta, e non aiuta nemmeno vivere con genitori che si sentono frustrati perché non sono in grado di mantenere una famiglia in modo decente. Prima o poi scriverò questa storia, come l’ho vissuta io, e non so se mi perdoneranno, i miei, ma pace perché ormai c’è rimasto solo papà.

Tra l’altro non è una storia imperdonabile. Essere poveri, o diventarlo dopo che si è raggiunta una certa stabilità economica, dover tornare indietro nella scala sociale, non è una colpa. Si chiamano eventualità della vita. Una buona parte di italiani lo sta scoprendo adesso, ma in casa mia siamo precursori in tutto. I miei sono stati negli anni 70 due che si sono sposati tardi, mia madre aveva 37 anni e mio padre 41, ci hanno avuti tardi per il periodo (mentre adesso a 38 anni le donne fanno figli senza tutta l’ansia che hanno trasmesso a mia madre 51 anni fa), siamo passati dall’avere una buona condizione economica allo zero quando mio padre è stato lasciato a casa per ridimensionamento del personale in piena Milano da bere, quell’epoca in cui era fatto divieto di essere poveri. E mio padre era già troppo vecchio e aveva un lavoro troppo qualificato per essere riassunto. Gli mancavano 9 anni alla pensione. L’unica cosa buona di quel periodo è stata la pensione di vecchiaia a 60 anni. Qui non troverete mai gente che recrimina sul retributivo perché il retributivo a noi ha letteralmente salvato il culo. Avevo 17 anni quando entrambi i miei genitori sono andati in pensione con la vecchiaia. I 9 anni precedenti sono stati un inferno per un’adolescente che vive a Milano a cavallo tra gli anni 80 e 90. E se vi ricordate cosa erano i paninari potete capire cosa sto dicendo. O forse no perché dovevate essere prima stati economicamente bene ed essere passati dall’altra parte della barricata senza poterci fare nulla perché eravate troppo piccoli.

Quindi a pensarci bene forse ci sono delle ragioni se ho smesso di esprimere desideri. Non me li potevo permettere. Ho ricominciato quando ho smesso di essere dipendente economicamente ed emotivamente dai miei, e in quel periodo ha ricominciato a piacermi anche il Natale. Perché il Natale da una certa età in poi mi è sempre piaciuto. E i momenti in cui mi è piaciuto di più coincidevano con quelli in cui avevo bambini di cui occuparmi. Perché i bambini ti costringono proprio a inventarti cose, voglio dire, io faccio il calendario dell’avvento per i bambini aggirandomi per tutti i luoghi dove posso trovare le cose che costano meno ma che saranno utilizzate di continuo. Ed è un divertimento. In questo mantengo la mia riserva di consumismo intatta. Sono pur sempre una figlia degli anni 80 e della globalizzazione.

Per me invece ho desideri molto meno impattanti. Ma sono tutti corposi. E in realtà non aspetto nemmeno che li realizzi qualcuno. Ci provo da sola.

Da qualche tempo sto immaginando addirittura un futuro a lungo termine. Uno in cui sono laureata, non importa con che voto, e ho la mia associazione culturale con cui organizzo visite guidate per i miei soci, visto che sul desiderio del patentino bisogna lavorare meglio al Ministero, tirando fuori magari un esame più sensato (come previsto non l’ho superato, il test, ma Torino è stato un ritorno di fiamma e ci dovrò tornare, se non altro per stanare Christian Greco a cui probabilmente fischiano le orecchie).

Grazie alle lezioni di archeologia, che purtroppo sono terminate, ho una nuova meta, sempre raggiungibile, da visitare il prima possibile. Devo tornare a Brescia. A vedere Santa Giulia, la croce di Desiderio e soprattutto i bronzi che sono miracolosamente scampati alla fusione dei metalli del tardo impero e del medioevo (perché, vedete, io non ho passato un test che era una partita di Trivial, ma ho studiato, cazzo se ho studiato).

Devo tornare a Roma. Devo fare un sacco di cose. Sono tutti desideri che non avrei espresso negli ultimi anni, ma nemmeno quando di anni ne avevo 15, un po’ perché non sapevo di averli e un po’ perché comunque non me li potevo permettere. Non tanto economicamente quanto emotivamente.

Adesso sì. E non lo so se c’entra con il Natale, anche perché non è che Babbo Natale o chi per lui (dite sempre ai bambini che vi chiedono se Babbo Natale esiste che c’è sempre un ‘chi per lui’, perché è quella cosa lì, un Babbo Natale, lo spirito di una cosa bella che investe i genitori, i nonni, gli zii, le vecchie rincoglionite che fanno le tate, e si preoccupano di andare a cercare la meraviglia nelle facce dei bambini che scartano qualcosa sotto un albero. Un Babbo Natale ma pure un Gesù Bambino, una Befana, i tre Re Magi, e anche Babbo Nachele, qui non siamo mica razzisti) mi porta qualcosa. Mi metto io la barna e il vestito rosso, prendo la mia renna e faccio da me.

Però ho dei desideri e li esprimo. E ci sono voluti i 50 anni per farlo.

Avevo scritto un post.

Era così nero che ho pensato di archiviarlo perché mi stava venendo la depressione solo a leggerlo.

Tre cose importanti.

Martedì sono a Torino per l’esame scritto per il patentino. Non andrà bene ma è una questione di principio. Mal che vada mi faccio una minivacanza a Torino che fa sempre bene.

Mi sono iscritta di nuovo al Touring per fare la volontaria. Non ho ancora cominciato, devono farmi fare l’affiancamento, ma è un dettaglio. Quindi vi dirò esattamente quando e dove non venire se non volete incontrarmi un sabato o una domenica.

Forse nella vita ho sbagliato tutto e dovevo vendere cose usate. Comincerò a girare per mercatini e vedo se qualcuno mi prende come apprendista. Gli porto come curriculum il mio armadio di Vinted dove sto vendendo cose che non avrei mai pensato di vendere.

Questo è quanto.

Aggiornerò la newsletter dopo martedì mentre domani uscirà un post su Patreon come ogni lunedì. Sarà pubblico perché per il momento ci saranno le mie sciarpe. D’altronde è quasi Natale, quale momento migliore per tediar…Per proporvi le mie sciarpe imperfette come regalo di Natale alla suocera rompicoglioni o allo zio imbarazzante che durante il pranzo del 25 parla del governo Meloni e vi chiama Voi Sinistri.

Se invece volete venire a sbirciare il mio armadio su Vinted fatevi riconoscere.

Ci si sente dopo Torino.

Sto scrivendo.

Non qui, capiamoci. Sto scrivendo tanto a mano. Prendo appunti mentre sono a lezione di archeologia. I miei giovani compagni di corso si portano dietro il PC e scrivono direttamente su bellissime pagine word, così hanno degli appunti comprensibili a chiunque, mentre io ho degli appunti che sembrano scritti da un medico zoppo. Con una calligrafia molto armoniosa, eh. Niente da dire. Ma il mio corsivo è sempre stato abbastanza ostico, a volte persino per me. Figuriamoci per il resto del mondo.

Insomma non chiedetemi gli appunti. Però posso darvi le registrazioni delle lezioni, quando non mi casca il cellulare. Perché va bene tutto ma non ho messo io i chiodi a Cristo. E dove non arrivo scrivendo a mano forse un giorno ci arrivo riascoltando.

Scrivo anche altre cose. Per esempio ho scritto una newsletter, la scorsa settimana, e dovreste proprio andare a leggervela. Perché secondo me vi interessa. Parla di sciopero. Di quello che i precari non possono fare a cuor leggero. E nemmeno le tate. Parla anche di un bel podcast con una cadenza rigorosamente a caso che dovreste ascoltare se non lo state già facendo.

Ho cominciato, ieri, a scrivere una cosa che non è il seguito delle Rondini (su quello sto lavorando, tanto, mentalmente, e in effetti se qualcuno si offrisse volontario per aiutarmi a tirare fuori bene i personaggi dopo 30 anni gliene sarei molto grata. Nel senso che gli faccio una sciarpa). Ho deciso che era il momento buono per partecipare a una cosa che esiste da anni e che io riesco sempre a mancare perché me ne ricordo il 3 novembre. Si chiama NANOWRIMO e io mi sono iscritta alla piattaforma italiana. L’idea è di scrivere un romanzo di 50000 parole entro il 30 novembre. Secondo loro dovrei scrivere 1600 e spicci parole al giorno. Io vado a caso. Ma scrivo capitoli che si concludono. Se non saranno 50000 parole sticazzi. Sto cercando di scrivere una storia che ho in mente da anni, e in effetti, adesso che ho quasi concluso la pubblicazione del romanzo su Patreon, potrei cominciare a pubblicare questa.

Fatemi sapere se vi sembra una buona idea.

Poi, poi, poi, cosa ho fatto d’altro? Ah, sì, mentre mio padre si fratturava un polso e lo ingessavano è uscita la data dell’esame per lo scritto del patentino famigerato. Quindi devo andare a Torino il 17 e 18 novembre, il 17 perché il 18 devo essere alle 9:30 nel posto più inculato di tutta Torino.

Quindi probabilmente non passerò lo scritto ma il 17 sarò a Torino e mi andrò a vedere il Museo del Cinema. Così, per non sprecare due giorni in preda all’ansia. Tra l’altro il Museo del Cinema fa parte del programma d’esame. Sarei andata anche all’Egizio, ma chiude alle 14 e ho il treno alle 11. Devo dire due parole a Christian Greco. Se ci sposiamo gli faccio aprire il Museo Egizio anche il lunedì pomeriggio.

Ho letto due libri. Uno di Camilleri. Tre storie. Non credevo che dopo la morte di Camilleri sarei stata così contenta di leggere di nuovo delle sue storie, postume. E invece. Prima o poi dovrò parlare del rapporto con Camilleri e i suoi libri. Ma non adesso.

L’altro libro è un’intervista a Emanuela Fanelli, fatta da Marco Tiberi. E niente, ci ho messo un po’ a leggerlo perché un tempo riuscivo a leggere senza problemi tra uno spostamento sui mezzi e un altro e adesso il cartaceo è diventato difficile da gestire.

Ho un altro cartaceo, da leggere. In effetti ne ho tanti, perché il Libraccio mi sta facendo diventare povera, a furia di mettermi nuove librerie con reparti di libri a 2 euro, soprattutto lavoro in zona Naviglio Grande e indovina cosa c’è sul Naviglio Grande. Non uno. Tre librerie. Più quella dei libri a 2 euro che per mia fortuna apre solo il venerdì, sabato e domenica, e ci passo davanti solo un pomeriggio a settimana. Lavoro per dare soldi al Libraccio.

Però entrare in libreria è un’altra cosa. Poi ci porto i bambini, quando torniamo dall’oratorio. Entriamo in libreria e non ci schiodiamo più. O quasi. Perché io comunque alle 7 finisco di lavorare.

Dovrei studiare. Ci provo. A fatica. Sono state giornate un po’ al limite dell’assurdo. Mi devo mettere a studiare seriamente. Soprattutto la geografia del mondo antico perché mi sono accorta che non la conosco. A tal proposito, avete un buon atlante storico da consigliarmi? Uno che possibilmente sia abbastanza recente da includere la guerra civile in Siria.

Ho cominciato ad avere esperienze paranormali con l’utenza che infesta Vinted. Proprio adesso mi hanno offerto 12 euro per un cappotto che ho messo in vendita a 20. Francamente mi pare esagerato. A sto punto chiedimi direttamente se te lo regalo e facciamo prima.

Però sto eliminando un po’ di roba che sta oggettivamente lì a fare nulla. Quindi va bene, a parte il disagio di chi fa offerte lunari.

Ho fatto cose belle, ho visto cose brutte, anche questo mese sono mancate delle persone che ho conosciuto un tempo, e a quanto pare mi devo rassegnare, continuerà a succedere. Ho superato quel momento della vita in cui andavo ai funerali delle persone che conoscevano i miei genitori da un pezzo. Sto andando ai funerali di persone che conosco io da quando avevo 15 anni.

E sì, peggiora ogni anno.

L’unica cosa che resta da fare è scrivere. Raccontare cose. O fare sciarpe, che pure quello aiuta.

Per il momento vado a leggere. E a crollare sul letto, che in effetti ce n’è bisogno.

Buon novembre.

Un po’ di cose belle, un po’ normali, una questione di dignità umana e una cosa terribile.

Parto da quella terribile, contravvenendo alle regole dell’editing che prima vorrebbe indicati i punti di forza, per predisporre meglio il lettore. La vita reale non funziona come l’editing, le cose terribili vengono prima.

Ieri c’è stato un funerale a cui non ho partecipato. Non è una cosa da dire, ‘mi sarebbe piaciuto partecipare a un funerale’, non fa piacere partecipare a funerali. Ma la sensazione resta quella, che a certi funerali avresti voluto esserci, ma esistono le circostanze avverse. Fisiche e mentali, o entrambe.

Allora mi sono presa del tempo, nell’ora del funerale, per andare ad accendere una candela, a Sant’Ambrogio. Non è la prima candela che accendo a Sant’Ambrogio per amici immaginari dell’internet che non sono poi tanto immaginari, e non sarà l’ultima perché quell’angolo di Sant’Ambrogio mi piace, lo vedo direttamente dalla porta di ingresso che corrisponde con la navata destra, è un altare con un crocifisso, l’altare è una lastra recuperata da qualche sepoltura romana, come succede spesso in quella chiesa, e già una volta l’ho scelto per accendere la prima candela, quella volta in modo casuale. Ho anche rischiato di mandare a fuoco la chiesa, se è per quello.

Stavolta ci sono andata decisa, perché se non ho mandato a fuoco la chiesa evidentemente è il segno che quel posto è il posto dove devo accendere le mie candele, per i miei defunti. Quindi sono entrata, ho cercato la candela, che lì non hanno messo (forse non sono la sola che sotto quell’altare cerca di mandare a fuoco la chiesa, forse è intenzionale, devono proteggere un monumento, vai a sapere), l’ho accesa, e insomma, non è che ho proprio pregato, ho un po’ chiesto a Gesù se ce n’era proprio bisogno, perché se c’era una persona che poteva stare ancora qui, e per tanto tempo, era proprio Sandra.

Poi, oh, non è che la gente muore secondo il bisogno che c’è di lei sulla Terra, sai quanta gente che consuma spazio vitale inutile poteva levarsi dalle scatole se pure la morte si basasse su un sistema capitalistico? Invece no, è a caso. E quindi si porta via le persone che si spendono in qualsiasi modo, on line, off line, ovunque, per cercare di rendere il mondo migliore pezzettino per pezzettino.

Perché Sandra era così, io con lei mi ci sono presa per alcune stronzate, tipo lei era team estate e io team vi prego non datemi più di 25 gradi sennò collasso, ma lei era anche quella che mi ripeteva ‘appena sistemo casa andiamo a cercare le pietre d’inciampo a Bologna’, e io che in quel momento non riuscivo a prendere un treno che fosse uno pensavo ‘eh, sì, sarebbe un buon motivo per prendere un treno’, e ovviamente non lo abbiamo mai fatto, perché la vita è quello che è.

In questi giorno ho letto tante cose che non sapevo, di Sandra, ma che erano intuibili dal suo modo di fare on line. Era in tantissime cose. Era l’incarnazione della partecipazione civica. E quando aveva informazioni importanti, che alla gente servono davvero, sapete quelle cose contro cui vi scontrate una volta l’anno quando fate il 730? Ecco, lei le informazioni le spargeva anche oltre il suo orario di lavoro, perché quello lì era il suo lavoro e lo conosceva bene, e quello lì, lo so per esperienza, non è un lavoro facile, perché quella roba lì è fatta a cazzo di cane apposta per mettere le persone in difficoltà. Ecco, capivi che era una persona che aveva un certo modo di fare anche solo per il modo in cui si metteva a spiegarti quella roba terribile che finisce all’Agenzia delle Entrate. Oh, io lo so che sembra una cazzata, ma non lo è. Provate voi a conoscere bene una cosa che alla gente serve tantissimo ma che non capisce, perché è proprio fatta per non essere capita, e a spiegarla, di continuo, costantemente, senza stufarvi. Soprattutto a farlo gratis.

Io quando pensavo a Sandra pensavo ‘ecco, forse si riesce, alla fine, a essere precarie e a continuare a non voler prendere a mazzate la vita tutti i giorni anche quando si invecchia’.

Ho pianto, mentre pensavo tutte queste cose, mi commuovo anche adesso perché non mi sembra giusto, ma di giusto non c’è molto sulla faccia della Terra. Quindi è meglio prendere, cominciare a fare quello che c’è da fare.

E ci sono un sacco di cose da fare. Io per dire ho un’università cominciata. Ho un nuovo lavoro.

Ho iniziato il piano di attacco alle case editrici, giusto due giorni fa. Ho cose da spazzare via per fare posto ad altro. Sarà un autunno caldo, nonostante le temperature si stiano abbassando.

Sarà un altro autunno di gente in piazza. Solo che la gente in piazza stavolta è in tutta Europa. Domani c’è uno sciopero generale, e qui non sono in ballo i diritti dei lavoratori. Oggi ho letto, da qualche parte su instagram, quindi domani non lo troverò più, che quello che sta succedendo a Gaza sta mettendo a repentaglio uno dei fondamenti della nostra civiltà occidentale, quella che ha formato la sua coscienza collettiva dopo la Seconda Guerra Mondiale. Uno dei fondamenti della nostra civiltà occidentale in effetti è l’idea che l’Olocausto sia uno degli abomini peggiori che l’umanità ha mai concepito. Solo che a guardare quello che sta succedendo a Gaza sembra che l’Olocausto sia un abominio se lo compi su una popolazione. Se si tratta di palestinesi, allora va bene. Diventa diritto di difesa. E allora parte il via libera allo sterminio.

E se un’intera società civile, occidentale, decide che non puoi continuare a eliminare persone a Gaza (dico persone perché ci si concentra sempre e solo sui bambini, ma esistono anche donne e uomini e non è possibile pensare che un genocidio sia terribile solo se lo si compie contro i bambini, contano anche gli adulti, e contano comunque, perché non puoi scegliere chi salvare, se pensi che uno sia un terrorista lo ammazzi altrimenti lo salvi, non decidi tu, non puoi decidere della vita e della morte di nessuno a tuo sentimento se ti ritieni civile) affamandole, e manda delle navi piene di cibo e persone, tu Stato di Israele non ti devi permettere di trattarle come se ti stessero muovendo guerra, abbordarle in acque internazionali, come un pirata qualsiasi, e farlo con il beneplacito di ogni governo che voglia dirsi rispettabile. Sì, lo so, attualmente il governo italiano non ha niente di rispettabile, il punto è che gli piacerebbe, per questo va a braccetto con la merda della merda dell’umanità. Leggi Trump. Leggi Nethanyau. D’altronde un governo che oltre a Meloni si trova Giuli alla cultura, Salvini ai trasporti, Valditara all’istruzione, Santanché al turismo e La Russa Presidente del Senato che cazzo potrà mai avere di rispettabile.

E niente, qui tocca fare cose, tenendo gli occhi aperti, tocca cercare di fare quello che si può, e se non si può scioperare, io non posso, per una serie di ragioni, tocca essere meno rompicoglioni possibile con chi invece sciopera, scende in piazza, e ogni tanto spacca una vetrina, una cazzo di vetrina che resta una cazzo di vetrina, una roba che si sistema subito E CHE NON TOGLIE NIENTE ALLA PROTESTA LEGITTIMA IN CORSO.

E questo, signori convinti che bisogna protestare senza dare fastidio, mettetevelo in testa: le proteste DEVONO DARE DEL CAZZO DI FASTIDIO, LE RIVOLUZIONI NON SONO PRANZI DI GALA E NON POTETE PENSARE CHE NON SUCCEDERA’ NULLA SE SCENDONO IN PIAZZA MIGLIAIA DI PERSONE CHE NON HANNO NIENTE ALTRO PER POTERSI FARE SENTIRE A PARTE LA FORZA DELLA RAGIONE, SOPRATTUTTO SE PROVATE A ZITTIRLE A LACRIMOGENI E A MANGANELLI. E RINGRAZIATE CHE DI VETRINA NE SPACCHINO UNA SOLA.

Per Dio.

E niente, ottobre è iniziato. E adesso tocca vedere come finisce.

(questo post è confuso, rispecchia perfettamente quello che mi passa per la testa in questi giorni, d’altronde non ho mai detto di essere una persona tranquilla e serena. Soprattutto pacata)

Baol o dei libri che segnano inconsapevolmente

Stefano Benni non era tra i primi 10 autori di cui avrei parlato totalmente a caso (e sicuramente non ne avrei parlato tanto presto), ma gli è successa una cosa.

Stefano Benni è morto.

E come succede quando muore qualcuno che hai incontrato almeno una volta nella vita e insieme a te lo ha incontrato altra gente, da ieri si susseguono, nella mia bolla di lettori forti, racconti di Benni, di libri di Benni, citazioni di Benni, persone che leggono Benni a chi non lo ha mai letto (i loro figli perlopiù), e lo scrivono in luoghi dove esistono altre persone che non hanno mai letto Benni. Che probabilmente ci guardano come la mucca che guarda passare il treno, anche se proprio oggi ho letto una persona che chiedeva consigli su Benni, perché non lo conosceva.

Ho fatto lo stesso. Ho una spacciatrice di libri che mi passa la qualsiasi, e non è semplicissimo passare la qualsiasi a una persona che ha fatto letture estremamente disordinate nella vita. E ieri chattavamo proprio su Stefano Benni. Mi è partito l’amarcord. Perché io, Benni, l’ho conosciuto relativamente tardi. Avevo 20 anni e cominciavo l’università. Prima leggevo, eh, non è che non leggessi. Però leggevo quello che proponevano le insegnanti, quello che trovavo a casa, quello che mi passava mia zia, una che essendo lettrice lasciava libri in giro ovunque, anche a casa nostra, così noi li trovavamo e li leggevamo. Quando ho vissuto a Roma me li andavo a prendere direttamente da lei ma è un’altra storia e merita un altro libro.

Insomma per farla breve quando ero adolescente ero io quella che leggeva tanto, e praticamente da sola perché le mie amiche adolescenti facevano altro, le mie compagne di classe soprattutto. O se leggevamo, leggevamo altro.

Stefano Benni è arrivato all’università. Quando da frequentatrice della libreria Feltrinelli in Santa Tecla, che era sulla strada per Festa del Perdono (i milanesi non avranno problemi a riconoscere il percorso, ora c’è un Libraccio e mi spiace per lui ma non lo amerò mai come ho amato quella Feltrinelli) e che è stata la causa dei miei pasti mancati per tutti i miei anni da universitaria. Perché i soldi che mi dava mia madre per il pranzo li convertivo in libri. Meno male che mamma non l’ha mai saputo. Ed ecco spiegato come mai portavo costantemente una taglia 42 sotto dei vestiti di due taglie più grandi. Non mangiavo a pranzo. Però non avevo nemmeno fame, quindi va bene così.

Avevo due perversioni all’epoca. Gli struzzi in edizione economica Einaudi (quelli con la costa azzurra, per intenderci. Che poi le edizioni Einaudi hanno cambiato veste editoriale, dopo anni, ma quella è rimasta per un sacco di tempo) e l’Universale Economica Feltrinelli. Che era davvero economica, a quei tempi. Loro no, loro hanno ancora lo stesso logo riconoscibilissimo. Però i prezzi non sono più da economica. Ma ormai mi spacciano i libri, va bene così.

Ecco, all’epoca conoscevo pochi spacciatori di libri, dovevo incontrarli a breve. Quindi me li dovevo cercare per i fatti miei. E una delle cose che non è mai cambiata, per i lettori casuali, ordinati, metodici, compulsivi, è che entrare in libreria e sfogliare un libro per decidere se ci piace o no è il più grande piacere della terra, superiore persino alla prima sorsata di birra.

Io ho scoperto Baol così. Entrando in libreria, sfogliando libri di cui mi attiravano le copertine. La copertina di Baol per me era un richiamo fortissimo.

Non l’ho comprato subito. Prima di comprare un libro allora come ora ci metto sempre un po’, perché nonostante le edizioni economiche all’epoca fossero economiche i soldi andavano spesi con criterio. Questa roba, che i libri non si comprano compulsivamente ma si scelgono bene, perché comunque costano soldi e soprattutto occupano uno spazio definito, mi accompagna ancora oggi. Posso comprare con leggerezza gli ebook, forse il limite dell’ebook è proprio questo, che non vedendolo non ti rendi conto dello spazio che occupa, ma mai un libro cartaceo. Anche perché qualcuno poi dovrà spolverarlo, il cartaceo (e nonostante questa accortezza ho avuto librerie enormi in tutte le case in cui ho abitato, tanto che non so nemmeno io cosa succederà ai miei libri quando non ci sarò più, ma non sarà un problema mio. Almeno quello).

Quindi ho guardato Baol per diversi giorni, anche mesi, prima di comprarlo.

E l’ho comprato al Libraccio. Scusa, Feltrinelli in Santa Tecla, ma al Libraccio era al 50%. Perché quando il Libraccio non era ovunque ma solo in certi posti di Milano ne avevo uno bellissimo dove mi trovavo a passare. E un giorno ci ho trovato Baol.

Me lo sono letto. Era surreale. Non me lo ricordo tantissimo, anzi, non me lo ricordo proprio per niente. Ma era surreale ed era una storia per me. D’altronde in un periodo in cui ero fissata con le dittature del novecento (avevo scelto storia contemporanea apposta per poter dare una tesi sul fascismo, con gli anni nella mia testa l’avevo perfezionata in una tesi sull’arte di regime perché nel frattempo scoprivo Carrà, Sironi, Depero, quella gente lì, se mi fossi laureata sarebbe stata una bella tesi, e invece) era scontato che leggessi un libro come Baol.

Oh, poi sono arrivati altri libri di Benni. Quando sono usciti I Miti Mondadori mi sono procurata Bar Sport. E ho scoperto la Luisona.

Cesare, che aveva 7 anni più di me e conosceva Benni da molto prima, mi aveva passato L’ultima lacrima, e io me lo sono letto, e Fratello Bancomat continua a essere uno dei miei racconti preferiti.

Poi ho provato a leggere Terra, e lì mi sono arenata perché avevo finito il periodo in cui volevo leggere Benni.

Da cui però ho preso un consiglio fondamentale, anzi, il consiglio fondamentale di Benni, per essere precisi, è arrivato da Simona che mi regalò Il paradiso degli orchi di Pennac. La quarta di copertina della mia edizione, sempre, costantemente, Universale Economica Feltrinelli, è di Benni, che definisce la famiglia Malaussène ‘una famiglia disneyana’. Col senno di poi mi permetto di dissentire, ma all’epoca la definizione è stata decisiva per la mia lettura.

Per anni tra l’altro c’è stato questo paragone tra Pennac e Benni, dove Pennac veniva definito ‘il Benni francese’ e io non lo so, se in Francia qualcuno abbia mai definito Benni ‘il Pennac italiano’, anche se non ce li vedo.

Io invece ho smesso di leggere Benni. Perché stavo leggendo altro e perché stavo facendo altro.

Non mi manca non aver letto Benni e non conoscere i libri che sono stati importanti per tutti quelli che conosco, posso recuperarli, perché i libri restano anche se gli autori non ci sono più.

Non è questo. Il fatto è che Benni era una presenza. Anche senza leggerlo, anche senza conoscere tutta la bibliografia di Benni, Benni ha unito persone di età diverse, con esperienze diverse, per un tempo che sembrava lunghissimo quando lo stavamo vivendo e ieri improvvisamente mi sono resa conto che non è così. Che quel tempo non è lunghissimo e a un certo punto finisce. E che da quando ho letto Baol sono passati 30 anni. Più di metà della mia vita.

E da ieri non c’è più chi ha scritto Baol.

E io è da ieri che ho tipo un nodo in gola che ogni tanto si scioglie e mi ricorda tante cose. Che un libro non è mai solo un libro, soprattutto. Che è un po’ il motivo per cui sto raccontando i libri segnanti della mia vita, perché non sono mai solo libri.

(non ho il cartaceo, stavolta vi dovete accontentare della copertina dell’ebook, il cartaceo è in una delle tante librerie sparse in giro per altre case)

Dell’8 settembre e del Diario Clandestino*

Oggi inauguro rigorosamente a caso, come tutto quello che contraddistingue la mia vita passata, presente e futura, una minirubrica dell’Ufficio Reclami.

Era tanto tempo che pensavo non parlo mai dei miei libri seminali, e invece dovrei e così ho deciso di cominciare proprio oggi, che ricorre un anniversario importante, quello dell’armistizio firmato da Badoglio con gli Alleati, che fa incazzare i tedeschi, scatena la Resistenza come la conosciamo e soprattutto manda in panico le truppe dell’Esercito italiano, che non sanno più se devono combattere, con chi, perché, quando.

E comincio con il Diario Clandestino di Giovannino Guareschi. Non parlerò solo del Diario Clandestino, anche se è un documento importante, insieme a Ritorno alla base, scritto anni dopo, quando Giovannino torna a cercare i luoghi in cui è stato internato insieme al figlio Albertino.

Perché Guareschi, pochi se ne ricordano, ci ricordiamo meglio Don Camillo e Peppone grazie ai film, ma è stato anche altro, e prima di Don Camillo e Peppone. Guareschi è stato un umorista che nel 1943 era un ufficiale dell’Esercito italiano, e combatteva per l’Esercito italiano.

Sì, lo so. Era fascista. Spoiler: se volevi essere vivo in quel momento eri per forza fascista. Qualcuno era fascista perché ci credeva, qualcuno non lo era e stava in esilio, nascosto o sottoterra, qualcuno non era fascista ma doveva lavorare per forza sotto il fascismo, qualcuno era pure militare, e lì c’era poco da fare perché pure se non eri fascista ma avevi l’età per essere arruolato in guerra ti ci mandavano. E io ora non so se voi siete mai stati in guerra, a me non è mai successo, ma ho la sensazione che se diserti, pure per delle idee sacrosante, sei di sicuro uno a cui danno una bella medaglia alla memoria, ma magari preferivi essere vivi senza medaglia, alla fine della guerra, e farti una famiglia, o ritrovare la tua.

Quindi Guareschi, che non era un grandissimo fascista, pure se lo erano tutti, in quel momento era un militare. Ed era in forze all’esercito. E l’8 settembre lo coglie come coglie tutti i militari italiani in quel momento: con un sacco di confusione. Perché tu il giorno prima sai che stai combattendo contro dei nemici, gli Alleati, insieme alla Germania nazista (e il Giappone, ma del Giappone quando si parla della guerra in Italia non si ricorda mai nessuno), e invece l’8 settembre improvvisamente scopri che OPS. Quelli che prima erano i nemici adesso sono i tuoi amici. E viceversa.

Ma nessuno ti ha in effetti detto cosa devi fare.

E tu sei un militare. E i militari prendono ordini.

Ecco, forse in questo momento, se sei un militare e anche una persona pensante, e Guareschi lo era, prendi una decisione che non si sa dove porta ma è sicuramente quella che sta dalla parte giusta. E davanti all’aut aut o continui a combattere con i tedeschi o ti trattiamo come un nemico e ti interniamo lui sceglie la seconda.

Guareschi è un IMI. Uno di quelli di cui non sentiamo mai parlare, perché degli IMI, che sono i militari italiani internati, fateci caso, non parla mai nessuno. Eppure ci sono stati anche loro.

Quindi Guareschi finisce in campo di internamento. Ci passa due anni. Fino alla fine della guerra, e anche un po’ di più se non ricordo male, proprio perché alla fine della guerra c’era un sacco di confusione, e se noi non ci ricordiamo mai degli IMI pure se abbiamo avuto 80 anni di tempo per accorgerci di loro, figuriamoci se se ne accorge un Paese che deve contare i morti, fare i conti coi fascisti e trovare i superstiti.

Ma insomma, evidentemente alla fine qualcuno di Guareschi e dei suoi compagni di internamento si ricorda. Lui non permette di dimenticarsi che è stato internato, o almeno ci prova. Durante l’internamento prende degli appunti, appunti che riesce a riportarsi a casa, un po’ come in un altro campo di internamento altri militari italiani sono riusciti a riportarsi a casa addirittura un presepe fatto con quello che erano riusciti a recuperare e che adesso si trova esposto a Sant’Ambrogio, dalla parte del Sacello di San Vittore. Non vi potete sbagliare, quindi se ci andate guardate anche il presepe, oltre a Sant’Ambrogio.

Insomma Guareschi si porta gli appunti, ma non vanno bene così come sono. Magari andavano anche bene, eh, per qualcun altro. Ma lui li rivede. Li trasforma in un diario che gli somiglia. Perché Giovannino Guareschi è surreale, e il suo surrealismo è dato dalla semplicità con cui racconta qualsiasi cosa. Il bello di Giovannino Guareschi è riuscire a ricordarti che sei un essere umano in qualsiasi momento, anche in quelli più complicati che possono farti pure perdere l’umanità.

Questo è il Diario Clandestino. Che putroppo non fanno leggere nelle scuole del Regno. Pardon, della Repubblica. Perché se lo facessero leggere probabilmente dovremmo ricordarci che ci sono stati anche gli IMI. E farci anche un po’ i conti.

Il Diario Clandestino non è uno dei libri di Guareschi che ho amato follemente, perché non puoi amare follemente qualcosa che ti ricorda che c’è una parte della tua storia che non hai mai conosciuto e con cui non hai mai fatto i conti. Soprattutto quando lo legge una come me che ha un certo orgoglio nel pensare alla Resistenza si sente anche un po’ di merda, perché c’è stata una forma di Resistenza, da parte di quei soldati che sono stati spediti nei campi di internamento, di cui ci scordiamo sempre. E stiamo parlando di quelli che sono tornati.

Perché se passate in via Carlo Alberto dalla Chiesa a Roma, dalle parti di Lepanto, davanti alla caserma die carabinieri c’è una serie di pietre d’inciampo, sono lì da anni. Una è dedicata a 2000 carabinieri italiani deportati il 7 ottovre 1943 e mai tornati.

Dicevo, il Diario Clandestino non è uno dei libri che ho amato follemente, ma è uno di quelli che faccio leggere, quando posso. E ne ho due copie.

Una è la mia, rimasta a Roma. L’altra l’ho ereditata. Non scherzo, me l’ha lasciata la nonna di Beatrice. Un’edizione del Diario Clandestino del 1950. L’anno dopo la prima edizione.

Non so, secondo me è un buon inizio, per una nuova rubrica in cui vi parlo dei miei libri seminali.

Di Vera Gheno, di cose fondanti e di altre amenità.

Ma veramente non scrivo da luglio? Qui, intendo, perché sono piuttosto sicura di aver impestato di logorrea altri luoghi.

Eh, allora bisogna cominciare a fare ordine, a essere più meticolos* (ho scoperto in questi giorni che una persona che mi legge oltre a essere maschio etero cis, razzista, pro Israele e diciamolo pure, boomer inside e outside, non capisce perché uso l’asterisco quando scrivo, quindi lo userò con molto più piacere, da notebook, mentre userò lo schwa da smartphone) e a pubblicare un post a settimana.

Toccherebbe il riassunto delle puntate precedenti ma ieri è successa una cosa di quelle che riesco a fare capitare raramente, perché è raro che riesca a partecipare a eventi che iniziano all’ora aperitivo o alle 19.

Ieri è successo. C’era un evento gratuito al Base, a Milano. Il Base è un posto che ho letteralmente visto crescere da quando sono tornata nel 2015, ci andavamo a mangiare in pausa pranzo con le mie colleghe della GFK Eurisko, in estate: ci siedevamo lì, all’epoca, adesso non lo so più, avevano messo delle specie di grandi fioriere in cui coltivavano verdura, e Antonella si portava a casa zucchine e pomodori. Ops. Forse non dovevo raccontarlo, però sfido chiunque a trovare Antonella.

Poi il Base è diventato un polo culturale, una di quelle robe molto milanesi che però hanno questa cosa meravigliosa di essere a volte gratuite, al massimo ti prendi una consumazione a prezzi non popolarissimi, ma accettabili per essere in quella zona (parleremo di via Tortona e della riqualificazione dell’Ansaldo, prima o poi, ma non qui, altrove, ed è una minaccia) o non ti prendi niente se non hai voglia di prendere niente o banalmente non puoi. Io dico sempre che Milano non è più per tutti ma ogni tanto quando a Milano c’è qualcosa che non ti fa spendere un sacco di soldi va comunque detto a voce alta. E anche di questo parlerò probabilmente qui, tra pochi giorni, perché andrò alla manifestazione per il Leoncavallo. Ma questa è un’altra storia.

Ecco, ieri sera c’è stato uno di questi eventi. Un talk, si chiamano così, credo. Una roba in cui, dato un tema, si invitano persone che sono competenti a parlarne. Io non ho capito tantissimo di quello di cui volevano parlare, lo confesso, perché si parlava dell’IA e di come impatta sulle nostre esistenze e come impatterà, ma sono un’aspirante lavoratrice della cultura, anche se ormai ho un futuro alle spalle, e a me l’IA continua un po’ a sconcertare. Però a parlare di questa cosa c’era Vera Gheno.

Non è la prima volta che sento Vera parlare al Base. L’avevo già sentita raccontare i suoi fallimenti in un evento dedicato proprio al fallimento. Diciamo che in quell’occasione ha raccontato cose che sapevo già perché la conosco da anni. Da prima che i suoi libri cominciassero a occupare uno scaffale intero nelle peggiori librerie di Caracas, voglio dire. Faceva ancora la traduttrice, collaborava con la Crusca, era sempre docente a contratto. All’epoca era una di quelli che ancora oggi chiamo gli amici immaginari dell’internet, su friendfeed.

Ora, io lo so che voi 23 lo sapete, cosa fosse friendfeed, ma negli anni ho incontrato un sacco di gente che non c’è mai stata. Succede che ti chiedono ‘come la conosci?’ (può capitare con Vera e con persone meno impattanti per il mondo di fuori) e la risposta porta a uno sguardo dell’interlocutore che ricorda la mucca che guarda passare il treno. E quindi parte lo spiegone.

Ecco, ieri sera è partito lo spiegone, di nuovo. Per l’ennesima volta mi sono trovata a parlare di gente incontrata su friendfeed e a rendermi conto che stare su friendfeed in quel momento lì, con quella gente lì, è stata una cosa che non si ripeterà mai più, in nessun modo.

Soprattutto mi sono accorta che tutto quello che è stato fondante nella mia esistenza difficilmente sarebbe successo se non avessi avuto quel tipo di bolla di gente che ha una serie di conoscenze specifiche che ha condiviso, anche creando discussioni abbastanza accese.

Alcune delle persone che ho incontrato lì ancora oggi sono quelle con cui discuto pure essendo in disaccordo con loro, sempre con quella modalità per cui posso non essere d’accordo, ma ci si stima lo stesso. Succedeva anche con Michela Murgia, pure se non l’ho trovata su friendfeed, ma in effetti anche se non l’ho incontrata su friendfeed faceva parte di un nucleo di persone che si sono riconosciute.

Tutte persone incontrate usando un social network in quel modo, o usando i social network con quella modalità, che adesso non so quanto si ripetibile, perché non trovo più lo stesso modo di interagire altrove. Lasciando perdere facebook, che con gli algoritmi sta rendendo impossibile un qualsiasi tentativo di discussione decente, tanto che funziona benissimo se ti scambi ricette per il tiramisù ma appena provi a parlare di Palestina ti mette i post in fondo alla home (e non sto esagerando), e tu devi andarti a cercare anche i post degli amici per poterli leggere perché comanda l’algoritmo, quando quello stesso algoritmo non ti blocca perché non capisce le iperboli, in altri luoghi è impossibile una discussione tra visioni del mondo contrapposte senza che il risultato non diventi ‘se non sei con me sei contro di me’. Mi viene in mente Threads, che farei bene a non leggere mai, ma che mi serve da contraltare alla bolla meravigliosa in cui mi trovo ogni volta che sono nel mio ambiente protetto.

Ecco, questa cosa che mi capita di raccontare come se facesse parte di un mondo che non esiste più, e mi sento in effetti una vecchia Piera rincoglionita che rimpiange i bei tempi andati mentre lo sto scrivendo (no, non erano bei tempi, proprio per un cazzo, altrimenti sarei ancora dove stavo 10 anni fa e invece alla fine sto meglio dove sono ora), un po’ è triste. Un po’ mi fa capire che nel bene o nel male mi ha plasmata in un certo modo, e che poteva andarmi molto peggio.

Non mi ricordo chi aveva parafrasato Stand by me, di recente, forse era Azael, ma non è vero che non avrò mai più amici come quelli che avevo su frienfeed. I miei sono tutti lì e trovarli non è difficile. Perché chi aveva delle cose importanti da dire si è espanso invece di restare chiuso dentro una bolla.

(oh, io non lo so se è chiaro quello che volevo dire, perché non era chiaro nemmeno a me quando ho cominciato a scrivere, quindi ve lo tenete così)

(che poi volevo parlare di tutt’altro, ma vi toccherà un altro post. Sì, è una minaccia)

“Ehi, guardate un po’ chi si rivede!”

A vostra discrezione potete scegliere se canticchiarvi nella mente il seguito di Servi della Gleba o continuare a leggere. Io se fossi in voi farei così, canticchierei nella mente fino alla fine (agevolo un pratico ausilio audiovisivo) e poi riprenderei a leggere MA NON VOGLIO ASSOLUTAMENTE OBBLIGARVI, EH. STO SOLO DANDO UN CONSIGLIO.

Bene. Adesso che avete finito di canticchiare nella mente, per casa, sul balcone con la vicina che vi guarda come se foste pazzi, possiamo andare avanti con il racconto dell’ultimo mese e dieci giorni e spicci.

Cercherò di limitare il tutto all’essenziale perché nonostante la disoccupazione iniziata il 12 giugno non ho avuto mezza giornata per riposarmi. Anche adesso in teoria dovrei essere impegnata sui libri di storia dell’arte, che sì, ho finito il gotico italiano, evviva evviva, ma devo ancora cominciare quello internazionale, tipo Gentile da Fabriano, Pisanello, questa gente così, e poi arrivare come un caterpillar all’Alberti, a Brunelleschi, quella gente lì che rende la storia dell’arte del rinascimento una roba da orgasmo da qualsiasi parte ti volti.

E però devo fermare un po’ di cose. Perché ci sono state brutte cose nel mondo, le sapete tutt*, una è una roba che sembra la Tangentopoli milanese del nuovo millennio, un’altra è una roba che non possiamo chiamare genocidio anche se lo è perché sennò Israele e tutti i suoi amici ci chiamano antisemit* e non vogliamo mica che Israele ci chiami antisemit* a cazzo di cane, no? (io me ne sbatto, se un genocidio è un genocidio lo dico, e no, non sono antisemita, semmai sono antisionista, e sì, c’è differenza, se volete cercarla avete le dita per googlare), poi ieri era di nuovo l’anniversario di Via d’Amelio e oggi di Piazza Alimonda, pardon, Piazza Carlo Giuliani. Questa roba potete cercarla sui giornali, sui siti di informazione, nei profili di chiunque viva su internet e condivida notizie.

Io invece ho delle cose mie, belle, anche meno belle, ma che meritano un po’ di tempo e spazio. Non per altro, così quando tra qualche anno rileggo il blog nei momenti di sconforto e penso ‘che vita di merda che ho’ mi rendo conto che sto dicendo un sacco di balle come al solito.

Allora.

Intanto la grande notizia, quella che a volte mi tiene ancora sveglia di notte perché sono lì che penso ‘forse posso sistemare qui o lì’ e che mi fa pure piangere molto se ci penso, è: dopo 15 anni ho finito il secondo romanzo.

Dice: un elefante ci mette meno tempo a partorire. Certo, ma io non sono un elefante e ho i miei tempi.

E visto che mi sono presa i miei tempi, ci ho pensato, ripensato e poi sono andata più o meno a colpo sicuro, devo dire che mi è venuto proprio bene.

Ovvio, sono la mamma, ogni scarrafone è bello a mamma sua. E infatti prima di dirlo così spudoratamente l’ho fatto leggere a una lettrice che è cattivissima. Circola voce che abbia persino fatto cambiare una linea a uno scrittore, perché non voleva vedere morti. Con me non avrebbe mai funzionato perché se io racconto una morte la morte non me la puoi togliere. Non sto spoilerando. E non è questo il tema del romanzo. Fatto sta che la lettrice cattivissima mi ha mandato una di quelle disamine che mi sarei sognata quando ho finito il primo romanzo.

Sto aspettando gli altri beta reader ma adesso che sono finalmente a casa posso darmi da fare a cercare case editrici a cui mandarlo (oltre al concorso dedicato a Marco Tiberi che me lo casserà, perché Marco lo avrebbe trovato un romanzo borghese, un tre camere e cucina, ma chi può stroncare meglio della gente che stimi? Quindi a fine settembre parte per People).

Come mai dico ‘finalmente sono a casa’? Non sono andata da nessuna parte, un po’ come il Che che nel 1965 era stato in Congo ma non doveva saperlo nessuno. E infatti non sono andata da nessuna parte ma sono stata a casa mia tre settimane su 5. E no, non ero in vacanza.

Intanto ho continuato a fare per un po’ la babysitter, random, mentre studiavo per il patentino e per un concorso che mi è capitato davanti all’improvviso proprio l’ultima settimana di lavoro. Un concorso per bibliotecari che merita un post apposta o meglio una newsletter, quindi ne riparliamo altrove. No, non ho superato lo scritto. Ma non avevo praticamente studiato e ho comunque ottenuto un punteggio rispettabile. 19.5/30. Lo avrei superato con 21/30. Non sono affatto arrugginita. Mi serve il tempo per studiare. Che per me è una grande notizia. A 50 anni ho ancora i neuroni funzionanti e in grado di recepire cose nuove o di ricordare cose vecchie.

Ho seguito una lezione di orientamento per il corso di laurea in scienze dei beni culturali e ho capito le due o tre cose che mi servono per essere certa di potercela fare. Sì, va bene, devo studiare latino il primo anno perché latino è propedeutico, se non dò latino non mi fanno fare gli esami del secondo anno. Spoiler: sono anni che vorrei rimettermi a studiare latino, magari andando oltre quello abbandonato in IV ginnasio.

Devo anche dimostrare di sapere l’inglese abbastanza, ma mi serve pure per il patentino. Uniamo l’utile al dilette… Vabbé, scherzavo.

Ho fatto dei colloqui con un sacco di famiglie e con un po’ di aziende, dei secondi ho parlato sulla newsletter, dei primi scriverò qualcosa. Qualcuno è stato un’esperienza di vita, altri sono stati colloqui normali con famiglie che vedono tanta gente e poi scelgono, come succede normalmente. Uno è andato particolarmente bene, un altro così bene che a pensar male si fa peccato ma di solito ci si azzecca. Ho materiale per il futuro, comunque. Ho raccolto anche un sacco di annunci di ricerca di tate ai confini con la realtà. Posso aprire una succursale degli Annunci Possibili dedicata solo alle tate. Ci penserò.

Ovviamente sono colloqui per settembre perché io questi mesi li sto tenendo per me. O almeno questa era l’idea. Sì, c’era una settimana di reclusione dai miei perchè il fratellino è stato in Svizzera, ma era prevista, e infatti in questa settimana, finita oggi, ho fatto cose al limite della sindrome di Stendhal, come vedere 4 musei e una chiesa in 7 giorni. Solo 4 musei e una chiesa perché sono stata punita dalla febbre estiva. E il venerdì e il sabato sono stati dedicati più o meno al riposo. Il sabato in realtà ho fatto una cosa che mi ha riportata indietro di 30 anni, forse qualcosa di più, e la racconterò quando mi deciderò a raccontare la mia Milano. Per ora ho degli appunti.

L’imprevisto, quello che mi porta a non capire più dove abito, è stato un periodo di 9 giorni a casa di un’amica e della sua famiglia per fare nientepopodimeno che la catsitter.

E capiamoci, io non ho mai fatto la catsitter in vita mia. Quindi è stata un’esperienza che non pensavo avrei mai fatto ma che eventualmente, se vi dovesse servire, rifarò. I gatti sono vivi, pasciuti, contrariamente a quello che avrei mai pensato sono stati pure coccolati quando lo hanno permesso (la Pina mi tirava le capocciatine sulle gambe per avere le coccole, Napo mi tirava certe zuccate che se non ho i bozzi è un miracolo ma è un dettaglio, poi st’impunito non si fa accarezzare, mai). Magari quando metto l’annuncio come catsitter cerco di essere più convincente perché messa così non mi affiderei nemmeno una riserva di bacarozzi.

Quella settimana ho festeggiato con qualche amic*, incluso un giovane Piero quasi quattordicenne, il mio cinquantesimo compleanno. Non è l’unico festeggiamento che farò, ma ho deciso di dare retta alla mia capacità di resistenza al caos e fare cose con poche persone per volta. Siamo andat* a vedere l’ennesimo museo, perché c’è una mostra sui Beatles a Milano nel 1965, sai com’è, sono 60 anni da un concerto mitico, poi io ho una ragionevole passione per i Beatles, che non sfocia ASSOLUTAMENTE nel fanatismo, dovevo vederla per forza. Ecco, finalmente posso dire che ho 50 anni senza pensare ‘che anno di merda’. Non che prima fosse stato tutto terribile, ma mi serviva il rito. L’ho avuto.

Nei giorni tra un trasloco e l’altro ho fatto il test per il concorso, che racconterò altrove, e prima di chiudere il PC per una settimana ho iniziato, presumo (non si sa mai, posso cominciare tre cose e decidere in corsa quale porterò avanti per i prossimi 15 anni), il nuovo romanzo. Che mi ha chiamata. Perché è il seguito delle rondini. Ma, ehi, siamo solo all’inizio e appunto, devo stabilire se sarà lui o se sceglierò qualcosa che era in gestazione da prima.

Potrei dire che è tutto qui ma è successa anche un’altra cosa, che mi ha dato la dimensione di quanto in effetti avessi bisogno di fermarmi e respirare, facendo le cose che mi piacciono.

Ho letto 5 libri nuovi. Ne ho riletto uno. Ne ho cominciato un altro, anzi, altri due. Uno addirittura è Pinketts che avevo giurato di non leggere mai (prima o poi racconterò il perché, non adesso che non ho tempo).

Due sono gli ultimi capitoli della saga della famiglia Malaussène, e forse non è casuale che sia spuntato il seguito delle rondini. Ho avuto un momento di ‘se lo ha fatto Pennac allora posso farlo anche io’. Viva l’arroganza.

Uno è V13, che mi ha fatto piangere all’ultima riga come non piangevo dall’ultima frase dell’Amico ritrovato.

Uno è L’anniversario, che insomma, Strega anche meno.

L’ultimo terminato è un libro scoperto per caso, che non avrei mai nemmeno pensato di cercare se non me lo avessero proprio mandato come suggerimento via whatsapp. Si intitola L’estate che ho ucciso mio nonno. L’ha scritto una femmina, la protagonista è una femmina adolescente, con un linguaggio da adolescente per cui io devo ringraziare di essere in grado di cercare i riferimenti degli adolescenti quando non sono già miei (vedi Stranger Things), e che vi consiglio di leggere. Se avete da fare di meglio non mi offendo, eh.

Ah. Mi sono comprata, finalmente, Hai fatto una puzzetta, dinosauro? e al momento, nonostante tutti gli ottimi acquisti che ho fatto nell’anno, sempre molto misurati, è al primo posto nella mia lista di migliore acquisto di sempre.

Se non sapete di cosa sto parlando

1 non avete a che fare con abbastanza bambini

2 mi dispiace per voi. Sia perchè non avete a che fare con abbastanza bambini che per il fatto che non sappiate di cosa sto parlando. Ma alla seconda eventualità si rimedia, troviamoci da qualche parte a bere una cosa e ve lo porto.

Ho finito? Sono stata abbastanza logorroica? Direi di sì.

Vi ricordo che se volete potete offrirmi un caffè. Sennò va bene anche uno spritz, tra l’altro ho scoperto che è buono anche con il Mandarinetto Isolabella. Ah, già ho anche scoperto che il Mandarinetto Isolabella esiste ancora. E chi lo avrebbe mai detto?