Nonni e nipoti

Euphorbia pulcherrima (stella di Natale, foglia) mie foto

Ho visto un vecchio film ieri. Narrava di nonni e di nipoti.
Pensavo.
Pensavo che noi vecchi siamo come libri.
Libri, che contengono le nostre storie e le storie dei nostri genitori e quelle dei nostri antenati e della nostra terra.
Di tutto ciò che abbiamo vissuto e imparato, conosciuto, visto, letto, viaggiato, sentito, amato e odiato.
In questi tempi di “intelligenza artificiale” (che “intelligenza” non è, solo capacità veloce di reperire informazioni nella rete, ma che non sa “creare” dal nulla, come invece fa l’intelletto umano), in questi tempi, i vecchi sembrano inutili, ma non è così.
Noi vecchi siamo enciclopedie viventi, a disposizione di chi vuole ascoltarci, di chi vuole imparare ciò che noi sappiamo fare.

437

grafite su carta mie opere

Avevo voglia di un pandoro quest’anno, per queste feste.
Ho acquistato uno di quelli tradizionali, un Melegatti, peccato che non fosse, al gusto, come quelli che ricordavo: poco saporito, una cottura mal fatta, gommoso e con un retrogusto di lievito chimico.
Mi sono chiesta che cosa fosse successo a quest’azienda e ho cercato: Melegatti non è più italiana, è stata acquistata dall’irlandese Valeo Food.

Tra il 2008 e il 2012, 437 (quattrocentotrentasette) aziende italiane sono state acquistate da gruppi esteri. Aziende dell’agroalimentare, dell’industria meccanica, della moda, della telefonia, dell’editoria e quant’altro.
Me le sono trascritte tutte 437 in ordine alfabetico e ho riempito tre pagine di quaderno.
Non oso immaginare quante altre siano state acquistate dal 2012 a oggi.
I marchi del “made in Italy” sono stati mantenuti, perché non è certamente il prodotto che ha ingolosito l’acquirente, ma il MARCHIO, perciò noi oggi acquistiamo Galbani che è in mano a Lactalis, Francia, Sperlari e Paluani che appartengono a Katjes International, Germania, Perugina e Buitoni che sono ormai della Nestlé, Svizzera.
Gucci, Pomellato, Richard Ginori, Fendi, Bulgari, Loro Piana, Emilio Pucci, Versace, Valentino, Algida, De Rica, Parmalat, San Pellegrino, Peroni, Pernigotti, Magneti Marelli, Pirelli, Acciaierie Lucchini, Ducati, Lamborghini…solo per citarne alcune di quelle aziende che non sono più italiane e anche Italo e FIAT.

Sì, la FIAT, che ora è FCA e appartiene al gruppo Stellantis, non è più italiana perché la maggior parte delle azioni Stellantis è in mano alla Francia.
E qui ci si dovrebbe chiedere perché mai, John Elkann, erede degli Agnelli, tutto ciò che riesce a toccare lo disfa?
Ha preso in mano il gruppo Philips e sta licenziando e chiudendo vari reparti del gruppo.
Ha fatto un’OPA su GEDI, nel 2019, ottenendo la totalità delle azioni e ha chiuso subito, o venduto, quasi tutti i giornali e ora lo cede a un imprenditore greco.
Monetizzare: is this the question?
Le grandi aziende che erano l’orgoglio del nostro “made in Italy”, che hanno portato il benessere nel nostro paese e il nome Italia nel mondo, non sono più nostre.
I prodotti hanno ancora il nome, ma non il “gusto”: gli ingredienti hanno subito “lievi” modifiche, forse non avvertibili ai palati giovanili che non hanno memoria, ma chi è vecchio come me e ha buona memoria, avverte le differenze, le variazioni, anche se impercettibili.

La “Selezione”

mie foto

Quando vado in soffitta non posso non notare la quantità delle riviste tascabili “Selezione dal Reader’s Digest” impilate in ordine in fondo a destra. A questa rivista era abbonata mia madre e ci arrivava in casa ogni mese consegnata dal postino ma, quando ero bambina, mi era stato proibito leggerla con la scusa che non avrei compreso gli argomenti trattati.

Era il 1960.
A giugno avrei compiuto 12 anni anche se ne dimostravo molti di meno.
Mi ero ormai abituata alla mia nuova famiglia: chiamavo Bepi papà e i suoi figli, Luciano e Silvano, erano miei fratelli.
Quell’inverno avevo trascorso Natale e l’ultimo dell’anno a casa della nonna Diva nel mio paese natale e il primo gennaio mia madre incaricò Luciano, che ad agosto sarebbe diventato maggiorenne, di venirmi a prendere e lui, che era appena rientrato a casa dopo aver trascorso la nottata dell’ultimo dell’anno con gli amici, salì sul treno e mi raggiunse.
Quando mia nonna vide questo ragazzone aiutarmi, con attenzione e gentilezza, ad infilare il cappotto, avvolgermi la sciarpa intorno al collo, controllare se avevo guanti e berretto di lana, smise di chiedermi se mi volevano bene.
Il nostro viaggio di ritorno a casa iniziò nel pomeriggio, prima la “corriera” che ci portò fino alla stazione ferroviaria di Mantova e poi il treno Mantova-Cremona che, a Piadena, incrociava la Parma-Brescia, linea che ci avrebbe portato al nostro paesello.
Appena seduti, Luciano si addormentò ed io vidi sporgere dalla sua tasca la piccola rivista che mi era sempre stata proibita. La presi e mi immersi nella sua lettura, pagina dopo pagina. Ricordo ancora un articolo dal titolo “La danza dei cromosomi” che mi affascinò e mi fece scoprire mondi sconosciuti. Immersa nella lettura, con piena fiducia nel mio fratellone, ignara del tutto del percorso che dovevamo fare, svegliai Luciano quando il treno si fermò e l’altoparlante segnalò che eravamo giunti al “capolinea”, a Cremona.
Luciano, costernato, acquistò nuovi biglietti e ripartimmo sulla stessa linea e questa volta scendemmo a Piadena per salire sul treno Parma-Brescia.
Io mi rimisi a leggere la rivista e Luciano beatamente a dormire, così, questa volta finimmo al capolinea di Brescia.
Scoppiammo in una bella risata. Luciano acquistò nuovi biglietti, riuscimmo a prendere l’ultimo treno e questa volta io chiesi al controllore quante fermate c’erano per arrivare al nostro paesello e come si chiamava la fermata precedente alla nostra.
Feci molta attenzione e, finalmente, riuscimmo a scendere alla nostra stazione dove trovammo Bepi che ci aspettava in ansia per il nostro “stranissimo” ritardo.

Silvano, io, Luciano, in una vecchia foto, un po’ danneggiata, del 1960

Nebbie d’inverno

nebbia

nebbia – mie foto

La nebbia si sta alzando e tutto è bagnato come se fosse caduta la pioggia.
Il vecchio fico, più che settantenne, dorme in attesa della primavera, qualche foglia è ancora verde, le altre penzolano ormai morte e accartocciate.
Ricordo le nebbie di quando ero ragazzetta e frequentavo la scuola per interpreti in città.
Ogni mattina correvo lungo quel chilometro e mezzo che mi separava dalla stazione per prendere il treno delle sei e trenta.
La sera tornavo con il treno che arrivava in paese alle diciannove e venti.
Nebbia al mattino e alla sera. Nebbia densa e lattiginosa, umida, pesante. Non si vedeva ad un palmo dal naso. Dovevo scuotermi l’umidità di dosso, togliermela con le mani dal cappotto, dai capelli, umidi i libri legati con la cinghia, gli occhiali appannati avrebbero avuto bisogno di un tergicristallo come le automobili.
E il freddo che intorpidiva, penetrava sotto gli indumenti resi pesanti dall’umidità.
Correvo per scaldarmi, per arrivare prima, per non perdermi in quella specie di nuvola rasoterra che mi avvolgeva.
I suoni erano resi ovattati, le parole soffocate, la vista, appunto, annebbiata e io, sempre di corsa per quel chilometro e mezzo che mi separava dalle mie mete.
Beata gioventù quella, nella quale la voglia di studiare, di rendermi indipendente, era corroborata dalla speranza e da una strana certezza di immortalità.

Femminicidio

espressioni-minime
disegno a pastello su carta colorata
mie opere

Non sto a disquisire su questa legge e sui motivi per cui i leghisti l’hanno decurtata di una parte.
Sono troppo furibonda per essere in grado di valutare il testo con serenità.

Quando ero ragazza io e un ragazzo diventava un po’ troppo intraprendente bastava bollargli un ceffone e finiva lì, a volte seguiva una bella risata e poi, magari, si diventava pure amici.
Negli anni settanta del secolo scorso, appena diventata maggiorenne, ho viaggiato per quasi tutta l’Italia e anche all’estero, sempre da sola. Non mi sono mai sentita in pericolo. Certamente ho osservato alcune regole di prudenza e di buon senso. Anche nel mondo del mio lavoro, dove, d’estate, i maschi si sentivano liberi di offrirsi a tutte le femmine che incontravano, io riuscivo a togliermi dalle scatole ogni importuno che pensava fossi disponibile visto che lavoravo in albergo, luogo di vacanza e di sollazzo.
Bastava in NO chiaro e limpido per mettere a posto l’importuno e se qualcuno, a causa di un po’ di alcool che gli ottenebrava il cervello, continuava a insistere, magari allungando le mani, il manrovescio, sonoro e ben dato, lo rimetteva al posto suo.
Perché oggi i maschi il NO non riescono a capirlo?
Perché non riescono a capire e ad accettare che una storia sia finita?
Perché un marito deve pensare che moglie e figli siano una sua proprietà?
Le mogli non sono le serve della casa, le deficienti che non sanno fare nulla, le mantenute, sono donne che lavorano tutto il giorno e se lavorano anche fuori di casa allora i mariti devono condividere tutto ciò che c’è da fare in casa, educazione dei figli compresa. E se il marito in casa pretende di essere servito come un signore e padrone e trasmette questo esempio ai figli, allora è sacrosanto che le donne ne abbiano le scatole piene e si ribellino.
Il pensiero fascista riguardo alla donna era molto chiaro: la donna doveva essere sottomessa, essere un animale che doveva scodellare figli per tutta la sua vita riproduttiva.
Nessuno nota la somiglianza con il pensiero maschilista islamico? Che non è condizionato dal Corano, ma è interpretato così dai maschi retrogradi e prepotenti.
Perché la libertà e l’indipendenza della donna fa tanto paura? E perché ci sono ancora oggi donne che si sottomettono volontariamente alla brutalità di certi maschi?
Ho conosciuto, anche in tempi recenti, donne che erano maltrattate dai propri compagni, eppure continuavano a stare con loro, perché li “amavano” ed erano “amate”.
Ma dici di amare una donna e poi la batti come un tappeto, le impedisci ogni libertà, la privi di ogni dignità?
E tu, donna, che cosa aspetti a prendere il manico della scopa e a fracassargli gli attributi? Ti lasci mettere i piedi in testa da uno che non ha alcun rispetto per te? Non ti sei accorta, durante le frequentazioni precedenti al matrimonio che era un omuncolo, pensavi di poterlo cambiare? Se non c’è riuscita sua madre a tirarlo su come si dovrebbe, pensi di poterlo fare tu?
Perché i figli crescono con l’esempio dei propri genitori (chi da gallina nasce in terra raspa, diceva la mia bisnonna) e non sarà certo una moglie a raddrizzare un marito che ha certe caratteristiche.

A parte tutto ciò, vedo che l’uccisione di fidanzate, mogli, donne qualsiasi, sembra aumentato in tutto il mondo e allora, c’è da chiedersi che cosa fa imbufalire i maschi riguardo alle donne: il fatto che le donne oggi sono istruite e forse, molte, sono migliori dei loro uomini, più intelligenti, meglio addestrate a sopportare le fatiche quotidiane, indipendenti, meno sottomesse, più consce della propria libertà e perciò questo mette in cattiva luce la mascolinità, fa emergere la fragilità di certi maschi male allevati?

Non so, non sta a me trovare le risposte.
Penso solamente che siamo nel terzo millennio, a un passo da una guerra mondiale che distruggerebbe la maggior parte di questo pianetino, a un passo comunque da gravi fenomeni climatici e noi tutti sembriamo i topolini in trappola che si azzannano a vicenda senza nemmeno sapere perché, guidati da mentecatti affamati di potere e da religioni integraliste, tutte quante, che non dovrebbero nemmeno più esistere perché ora le risposte, alle domande che i nostri progenitori si facevano, noi le abbiamo e dovremmo solo starcene tranquilli ad assaporare la vita, finché siamo ancora vivi.

E, a proposito, il termini “femminicidio” lo trovo proprio assurdo.
Possiamo quindi chiamare anche l’omicidio “maschicidio”?

Batata

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pastello
mie opere

La settimana scorsa sono stata in paese dall’unico verduriere che c’è ancora, per fare rifornimento di frutta e verdura, visto che il supermercato vicino a casa è ancora chiuso per ristrutturazione:
Sedano, carote, aglio, finocchio, radicchio rosso, mele, Kiwi e poi eccole lì le patate americane, quelle bianche, pastose, farinose, che hanno sentore di castagne e un po’ di banane. Non quelle arancioni, stoppose e dolciastre come la zucca, troppo dolci per i miei gusti.
Ne ho comperate tre, belle grosse e i ricordi sono andati a quando ero nell’orfanotrofio di Desenzano.
In quell’Istituto, in cui sono rimasta solo due anni all’inizio della scuola elementare, mi trovavo bene.
La scuola era semplice, avevamo molta libertà di scorazzare in lungo e in largo in quell’edificio che era stato un castello e alimentava la nostra fantasia.
Era un istituto povero, con poche suore alcune molto anziane e anche molto tolleranti e affettuose.
Il cibo era poco, misurato, ma per me, che ero molto piccola e di scarso appetito, era anche troppo. Ognuna di noi piccoline era assistita e aiutata da una delle ragazze più grandi.
Ci aiutavano a lavarci, a vestirci e badavano che non ci facessimo male quando giocavamo libere in quel castello che aveva alcune parti pericolanti o diroccate, come il grande torrione invaso dall’edera e nel quale ci era proibito andare, ma, si sa, più una cosa è proibita e più attrae.
Non ricordo che cosa mangiavamo al mattino e a pranzo, però ricordo che, soprattutto nella stagione fredda, alla cena ci servivano una minestrina un po’ acquosa e dopo la minestrina c’era una patata bianca americana. Io non riuscivo a finire quella grossa patata, ne mangiavo due bocconi, mi piaceva moltissimo, ma il mio piccolo stomaco era subito pieno. La ragazza che mi accudiva e che era seduta accanto a me mi chiedeva se poteva mangiarla lei e io, felice, gliela consegnavo, così lei poteva calmare un poco la fame che, in quell’epoca dell’immediato dopoguerra, ancora si leggeva sulle facce di molte persone.

Ieri sera mi sono fatta una minestrina un po’ brodosa e ho cotto una batata e sono tornata bambina.

Novembre

tecnica mista su carta – mie opere

Spazzavo le foglie cadute dal melograno sulla strada, ricordando gli autunni trascorsi.
Da bambina il pensiero era sempre rivolto al presente, o al futuro quando ero adolescente.
Sono vecchia ora e il pensiero corre spesso al passato, al piccolo mondo che circondava la fattoria del nonno, alla bisnonna e alle nonne.
Se in autunno, o in inverno, capitava di andare di domenica a casa della nonna Diva, in quel piccolo paese del mantovano, al confine con il veronese, dove ero nata, sapevo già che cosa la nonna avrebbe preparato per pranzo. Ogni domenica erano sempre le stesse vivande e ne sentivo il profumo appena varcata la soglia di casa.
Il pollo ripieno bollito, grasso e tenero, e il brodo profumato dalle verdure cotte insieme al pollo. Il brodo, filtrato e sgrassato, sarebbe servito per preparare una minestra con la “pasta di Puglia”, così chiamava la nonna la pastina a forma di semini di melone. Nella minestra ci sarebbero stati anche le “regaglie”, ovvero cresta, bargigli, fegatino, cuore, rognoncini e magone del pollo, tagliati a pezzetti e un pochino di prezzemolo tritato.
Come contorno al pollo, le carote saltate in padella con l’acqua di “Vichy” che era l’acqua frizzante, fatta con l’Idrolitina, le patate trifolate, tagliate a pezzetti, condite con un trito di aglio, lardo e prezzemolo, ricoperte con il brodo del pollo e fatte sobbollire lentamente in un angolo della stufa a legna fino a che avessero assorbito tutto il brodo e una bella insalata di finocchio profumato con olio, sale e pepe.
La zia Carla avrebbe fatto la torta Paradiso, la sua specialità, alta e soffice e spolverata di zucchero a velo che imbiancava le labbra lasciando baffetti dolci e divertenti, servita con vin santo, marsala oppure vermouth.

Ora che sono vecchia rimpiango di non aver chiesto a mia madre, alle nonne e alla bisnonna, alcune cose che oggi mi piacerebbe sapere. Vero è che le ho ascoltate molto, quando loro ricordavano il loro passato, raccontavano della loro infanzia e giovinezza. Le ho ascoltate e ho memorizzato molte cose e le ho scritte su pagine di quaderni. Ma ci sono domande che non ho mai fatto e dalle quali, oggi, vorrei poter avere una risposta. Piccole cose, forse poco importanti, ma che lasciano buchini nella traccia della vita, ma, come ho scritto all’inizio, da bambini si è ancorati al presente, da giovani proiettati verso il futuro e il passato diventa importante solo da vecchi.

Triste settembre

acquarello – mie opere

Pioviggina, è tutto grigio e silenzioso. Sono lenta, sonnolenta, letargica.
Il mese scorso me lo sento ancora addosso, questo settembre che doveva essere l’inizio dell’autunno, il mio autunno, la stagione che preferisco.
Triste settembre invece.
Il 7 telefonai a Ludwig, compiva 96 anni. Rispose Jutta, sua moglie che ne aveva già compiuti 101 a febbraio. Doveva essere sdraiata perché la sua voce era impastata e debole. Mi disse che Ludwig era in cucina a preparare la colazione e lo chiamò. Sentii che una voce maschile, giovanile, non quella di Ludwig, le rispondeva che “Ludwig ist in Himmel” Ludwig è in cielo…e Jutta, con un sospiro profondo, si ricordò che Ludwig era morto il 2 luglio.

Jutta l’avevo conosciuta nel 1970 quando andai in Germania per la prima volta. Aveva un anno meno di mia madre e fra noi nacque un’immediata intesa, ci univa la conoscenza delle lingue europee, l’amore per l’arte e per i viaggi, la curiosità per la cultura e per la storia, il piacere della lettura e la pratica del disegno.
Non era ancora sposata, si sposò dopo due anni, con Ludwig dagli occhi azzurri e di 5 anni più giovane.
Entrambi erano molto alti ed io, piccolina che dimostravo meno degli anni che avevo, divenni la “loro” bambina italiana, uno scherzo che facevamo spesso. In realtà si affezionarono a me, veramente, come se fossi loro figlia.
Andavo spesso in Germania e loro vennero spesso in Italia. Ludwig era un dirigente delle Ferrovie tedesche e Jutta una guida turistica della Hirsch Reisen, specializzata nei viaggi a indirizzo storico, archeologico e artistico.
Negli inverni, quando sia lei che io non lavoravamo e andavo a trovarla, frequentavamo i corsi di aggiornamento all’università: la Magna Grecia in Sicilia, il Rinascimento Italiano, i Castelli della Loira…
Ludwig amava la musica, la filosofia e Dante, mi regalò i volumetti della Divina Commedia, tradotti in tedesco con testo originale a fronte.
Le nostre gite nel tardo autunno nei boschi dei Vosgi, le visite a Speyer, Heidelberg, Wildbad e le passeggiate nella Foresta Nera, i racconti delle tradizioni di quei luoghi, i cibi tipici, i concerti nella Stadthalle, e poi le cene nella Cantine del teatro, le risate quando mi prendevano per le mani e mi facevano volare come se fossi stata una bimba di pochi anni e poi le torte di Jutta che amava cucinare e viziava sia me che Ludwig.
Quante lettere ci siamo scritte, e biglietti di auguri e cartoline, con bei francobolli perché sia io che suo fratello Goetz, microbiologo e medico, collezionavamo francobolli. Per le mie nozze d’argento mi donò una lunga collana di perle, contenuta in una stupenda scatola ottagonale di cristallo blu di Boemia appartenuta a sua madre. Ogni anno, per il mio compleanno e per Natale mi arrivavano sempre i suoi auguri fra le pagine di un libro che pensava mi potesse piacere. Ovviamente anch’io ricambiavo sempre, con piccole cose fatte con le mie mani e che loro apprezzavano.

Ieri pomeriggio Jutta non rispondeva al telefono. Ho insistito quattro, cinque volte.
Dopo cena mi è venuto un dubbio. Ho cercato i Traueranzeige (annunci mortuari) sul BNN (Badische Neueste Nachrichten) giornale della sua città e vi ho trovato l’annuncio. Era morta il 17 settembre, dieci giorni dopo la mia telefonata del mese scorso, il giorno prima della morte di mio fratello.

15 ottobre

mie foto

I frutti del melograno si stanno lentamente maturando.
Alcuni li ho già colti perché avevano delle crepe e sarebbero marciti.
Ho sgranato i semi e li ho spremuti, il succo è ancora asprigno, ma abbastanza gradevole.
I rami sottili, carichi del peso dei frutti, si stanno piegando fin quasi a terra facilitandomi la raccolta.

Le giornate sono ancora gradevoli e soleggiate, ma fa freschetto.
Sto cucinando un pezzo di pollo, alla cacciatora, con funghi e polenta, per onorare la metà di ottobre e questo autunno gentile e colorato.