
Scomparsa è la mia gente, ma io ancora esisto,
e la piango nella mia solitudine…
Morti sono i miei amici, e nella loro
morte la mia vita non è altro che una
grande sciagura.I colli del mio Paese sono sommersi
di lacrime e di sangue, perché la mia
gente e i miei cari sono scomparsi,
e io sono qui, ancora vivo come quando
la mia gente e i miei cari godevano
della vita e della sua generosità,
e le colline del mio Paese
erano sommerse e benedette
dalla luce del Sole.
La mia gente è morta d’inedia,
e chi non venne ucciso dalla fame
fu massacrato dalla spada; e io
sono qui, in questa terra lontana,
a vagare tra gente gioiosa che dorme
su soffici letti e sorride ai giorni
mentre i giorni gli arridono.
La mia gente ha patito una morte di dolore
e di vergogna, e io sono qui a vivere nell’abbondanza
e nella pace… È questa una grande tragedia
che ha sempre luogo sul palcoscenico del mio cuore;
a pochi preme assistere a questo dramma, perché
la mia gente è simile agli uccelli dalle ali spezzate,
lasciati indietro dallo stormo.
Se fossi affamato e vivessi
tra la mia gente affamata, e se fossi
perseguitato tra i miei oppressi compatrioti,
più lieve sarebbe il peso dei giorni bui
sui miei sogni agitati, e l’oscurità
della notte sarebbe più fonda dinanzi
ai miei occhi incavati, al mio cuore
piangente e alla mia anima ferita.
Perché colui che condivide con la sua
gente il dolore e il tormento riceverà
il supremo conforto che solo può dare
il sacrificio della sofferenza. E si sentirà
in pace con se stesso, quando morirà innocente
coi suoi compagni innocenti.
Ma io non vivo con la mia gente
affamata e perseguitata, che incede
nella processione della morte
verso il martirio… Sono qui,
al di là del vasto mare, a vivere
all’ombra della serenità e alla
luce gioiosa della pace…
Sono lungi dal penoso agone
e dai sofferenti, e di nulla posso
andar fiero, neppure delle mie lacrime.
Cosa può fare un figlio in esilio
per la sua affamata gente, e quale
valore per loro può avere
il lamento di un poeta assente?
S’io fossi una spiga di grano nella terra
del mio Paese, il fanciullo affamato
mi raccoglierebbe e allontanerebbe
dalla sua anima, grazie ai miei chicchi,
la mano della Morte. S’io fossi un frutto
maturo nei giardini del mio Paese, la donna
affamata mi coglierebbe per sostentarsi.
S’io fossi un uccello che vola nel cielo
del mio Paese, il mio fratello affamato
mi darebbe la caccia, così da allontanare
dal suo corpo, grazie alle mie carni,
l’ombra del sepolcro. Ma ahimè,
non sono una spiga di grano cresciuta
nelle pianure della Siria, né un frutto
maturo nelle valli del Libano; è questa
la mia sciagura, questa la mia tacita
sventura, che porta umiliazione dinanzi
all’anima mia e ai fantasmi della notte…
È questa la dolorosa tragedia che mi serra
la lingua, mi lega le braccia e mi paralizza,
privandomi della forza, della volontà e
dell’azione. È questa la maledizione che arde
sulla mia fronte, dinanzi a Dio e agli uomini.
E sovente mi dicono: «La rovina
del tuo Paese è nulla di fronte
alle sventure del mondo, e le lacrime
e il sangue versati dalla tua gente
sono niente in confronto ai fiumi
di sangue e di lacrime che si
versano giorno e notte nelle valli e
nelle pianure della terra…».
Sì, ma la morte della mia gente
è una tacita accusa; è un delitto
concepito dalle menti di invisibili
serpenti… È una tragedia
senza musiche e senza scena…
E se la mia gente fosse morta
ribellandosi a despoti e oppressori,
avrei detto: «Morire per la libertà
è più nobile che vivere nell’ombra
del debole asservimento, perché
colui che riceve la morte
impugnando la spada della Verità
s’immortalerà a fianco della Verità Eterna,
perché la Vita è più debole della Morte
e la Morte è più debole della Verità».
Se la mia nazione avesse partecipato
alla guerra di tutte le nazioni e fosse
perita sul campo di battaglia, avrei detto
che la furia della tempesta aveva spezzato
con la sua potenza i rami verdi; e la
morte violenta sotto la volta della
tempesta è più nobile della lenta
agonia tra le braccia della vecchiaia.
Ma nessuno è scampato al serrarsi
delle fauci… La mia gente è caduta e
ha lacrimato cogli angeli piangenti.
Se un terremoto avesse distrutto
il mio Paese e la terra avesse
inghiottito dentro di sé la mia
gente, avrei detto: «Una grande
e misteriosa legge è stata indotta
dalla volontà di una divina forza,
e sarebbe pura follia se noi
fragili mortali tentassimo di
esplorarne i profondi segreti…».
Ma la mia gente non è morta da
ribelle; non è stata uccisa sul campo di
battaglia; né il terremoto ha distrutto
il mio Paese e l’ha soggiogato.
La morte è stata la sua unica
salvezza, e l’inedia l’unica sua preda.
La mia gente è morta sulla croce…
È morta con le mani protese
verso Oriente ed Occidente,
con gli occhi fissi all’oscurità
del firmamento… È morta in silenzio,
perché l’umanità non aveva prestato
orecchio alle sue grida. È morta
perché non ha trattato da amici i
suoi nemici. È morta perché
amava il suo prossimo. È morta
perché aveva fiducia in tutta
l’umanità. È morta perché non ha
oppresso gli oppressori. È morta
perché era il fiore calpestato,
non il piede che calpesta.
È perita perché era portatrice
di pace. È morta di fame
in una terra ricca di latte
e di miele. È morta perché
si sono levati i mostri
dell’inferno, hanno distrutto
tutto ciò che i suoi campi
producevano e hanno divorato
le ultime provviste nelle sue dispense…
È morta perché le vipere e i loro figli
hanno sputato veleno nel luogo in cui i
Sacri Cedri, le rose e il gelsomino
esalano il loro profumo.
La mia gente e la tua gente, fratello
siriano, sono morte… Cosa si può fare
per coloro che stanno morendo? I nostri
lamenti non appagheranno la loro fame,
e le nostre lacrime non estingueranno
la loro sete; cosa possiamo fare per
trarli in salvo dagli artigli d’acciaio
della fame? Fratello mio, la bontà
che ti spinge a dare una parte della
tua vita a qualsiasi uomo si trovi
in pericolo di perdere la propria
è l’unica virtù che ti renda degno
della luce del giorno e della pace
della notte… Ricorda, fratello mio,
che la moneta che fai scivolare
nella mano avvizzita, protesa verso di
te, è l’unica catena d’oro che
unisce il tuo ricco cuore al
Cuore amorevole di Dio…
Morta è la mia gente – Poesia di Gibran Kahlil Gibran
tratta dal libro “I segreti del cuore”
Scritta in esilio durante la carestia in Siria durante la Prima Guerra Mondiale
Perchè certi popoli da secoli non conoscono altro che guerre !


