Il cielo è ancora indeciso, non sa se far nevicare o meno. Mi sento rifiutata e cnompresa, con un sottofondo di consapevolezza e accettazione di cosa sono. Domani torno a casa e ai doveri, forse con qualcosa di diverso dentro. Un grande silenzio di attesa per qualcosa che verrà. I cancelli rimangono silenziosi, le strade vuote, non c’è nessuna intraprendenza verso di me. Dovrò essere vissuta in solitudine? Sono agitata per la partenza.
Diciassette.
Il cappotto e il cappello nella cassetta di plastica. Il cameriere che ti gira intorno e ti guarda, sorridendo compiaciuto mentre si allontana. Il tavolo centrale e il vuoto intorno. Il caffè caldo e confortante. Le nubi attraversate. L’attesa. I biglietti. L’aspirina. La libreria con le luci spente. La pioggia leggera sui vetri dell’autobus. Un programma radiofonico caldo, le canzoni scelte sul tema “hidden” sono tutte canzoni d’amore. La lucentezza delle strade della città. La nebbia ad altezza d’uomo. I banchi del mercato vuoti a mezzanotte. La corsa di due bici con il semaforo rosso. I vestiti scomodi. La notte sorda e priva di coscienza.
Ricorderò.
Ricorderò per sempre quello sguardo. La luce che confonde i contorni e amplifica il centro. Il tramonto gelido, il vento che sospinge, quel sorriso sembrava quasi una promessa. Ho il timore sia solo mia speranza, un brivido si appoggia alle mie spalle a questo pensiero. Pur sempre dolce. La condivisione tacita. Il silenzio denso e apprezzato.
Il coraggio di scegliere.
E il coraggio di scegliere la solitudine. La solitudine intesa come il proprio spazio personale, il proprio nido sicuro, privo di giudizio. Il mio spazio non è mai stato privo di giudizio. L’ho farcito di anni ed anni di esperienze negative, rimuginate fino a diventare indistinguibili. Ho fatto in modo formassero muri compatti, divenuti labirinti per la mia mente e per il mio corpo. Ora mi sento impenetrabile nel mio spazio personale, libera di sbagliare e correggermi. Nessun errore è mortale. Voglio lasciarmi lontano tutte quelle voci, reali o immaginate o sul confine, che mi ripetono che non ce la farò. Posso prendermi la responsabilità della mia vita, della mia carriera accademica, delle mie scelte lavorative. Posso prendermi la responsabilità dei miei sogni. Tirando le somme, sono la sola che suda per quei sogni. Anche se sarebbe più consigliato scegliere quel dottorato, quel tirocinio assicurato rispetto ad altri 6 anni di università che Dio solo sa come pagherai. Pensaci bene, mi dicono. Pondera bene. Ho sempre ponderato, sapendo in anticipo che l’alternativa sulla quale sarebbe ricaduta la scelta sarebbe stata quella che gli altri si aspettavano da me. Sembra tanto banale ma per una volta vorrei seguire il mio cuore, pensando a me stessa e a quello che voglio fare per tutta la vita.
Autunno.
Mangio l’uva arrampicata al cancello. La spremo tra le dita e lascio cadere la buccia. Le dita si bagnano e le sfere di dolcezza sembrano caramelle. É la dolcezza dell’infanzia felice, scivola via troppo in fretta e rimane sulle labbra la polvere del tempo passato. Scelgo la più scura ed esposta al sole, è ancora tiepida dentro la mia bocca, vibrante come il cielo d’autunno. Il tempo sembra scorrere più lento e calmo, scandito da un sole luminoso, da qualche gallo che canta in lontananza, il pigolio della natura nelle mie orecchie è sempre stato soporifero e sano, in grado di distendere i nervi più tesi. Il mio cuore batte all’impazzata ultimamente, sembra mi stia innamorando della vita e ogni evento sembra accadere per la prima volta. La pioggia, le nubi, il vento, le foglie, tutto mi porta ad un’esperienza nuova, i miei occhi neonati divorano il mondo. Ho talmente tante cose da fare che devo concentrarmi sulla quotidianità, per non farmi rincorrere dall’ansia. L’ansia che ultimamente mi manda fuori focus, ma mi sento una brava oculista e lentamente, con pazienza, mi faccio scorrere davanti agli occhi tutte le lenti, per trovare quelle che si adattano meglio. L’autunno sembra essere la preparazione alla rinascita.
Densità.
I pensieri sono densi come il cielo nuvoloso di fine agosto. Non ci sono stelle, solo un’oscurità che si potrebbe affettare. Brividi di fresco mi riempono, seduta alla mia scrivania, sommersa da doveri incorrisposti, impilati materialmente sotto forma di libri. Il fresco è quello di un’estate che finalmente lascia posto all’autunno. Questa estate che per me non è esistita, è stata solo solitudine, circondata da alto granturco, fatica, stanchezza, minuti di sonno morsicati con violenza dal passare del tempo troppo veloce. Estate di crescita dolorosa, un lungo parto di una personalità più coesa. E la solitudine ne è stata la condizione necessaria. Mi capita di pensarti con nostalgia. Certe volte, quando i ricordi sono rievocati da più di un senso. Quando c’è un odore che abbiamo vissuto insieme, un momento del giorno. Penso a tutta quella felicità, a quei frammenti di anima che si sono distaccati danzando nel vento. Ci penso e, anche se non sono più innamorata di te, più ci penso più non capisco dove possano essere finiti. Come è stato possibile che tutto si sia consumato, mi stupisco, sono sbalordita. Non mi manchi tu. Mi manca il sentirmi così. Pienamente appagata. Con una esistenza talmente piena da farmi sentire di essere immortale, di non esistere in questo mondo ma da qualche altra parte, senza spazio, senza tempo. Mi guardo, certe volte mi sembra di essere autistica, l’amore lo ricordo ma non lo capisco. Mi sembra inafferrabile, mi sembra che qualcosa si sia rotto tra me e gli uomini. Sono tornate tante cose. Sono di nuovo affamata dalla bellezza del mondo, sono di nuovo comoda nel mio corpo, sono di nuovo in grado di commuovermi per le foglie che ingialliscono, per le nuvole, per il vento, per qualsiasi cosa. Mi chiedo se quella sensazione ritornerà. Se saprò incontrare qualcuno. Forse è troppo tardi per chiedersi tutte queste cose.
La mia prima volta.
C’è silenzio intorno, la luce è spenta e il cielo si è oscurato, è cupo di pioggia. I tuoni lo oscurano anche di più, sono ancora lontani. Non mi preoccupo di nulla, il mio corpo rimane rilassato e allungato sul divano, gli occhi chiusi. Per la prima volta mi sembra di stare bene da sola. Potrei passarci la vita così, semplicemente facendo le cose che amo fare. Il mio corpo si sta ritarando. Tutte quelle paranoie sul peso, sull’aspetto, sono evaporate. Sento di vivere nuovamente in un corpo mio amico. Mi godo i sorrisi degli altri come fossero sole sul mio corpo. Sembra che anche gli altri si accorgano del mio corpo e del mio starci bene, oggi io e uno sconosciuto ci siamo scontrati in metropolitana e, ancora camminando, ci siamo voltati a guardarci e ci siamo sorrisi. Mi sto resettando, mi muovo, dormo e mangio e penso. Mi viene voglia di ballare, non c’è nessuno in casa. Mi viene voglia di uscire e starmene al sole e non mi importa di chi mi vedrà, di come mi vedrà. Ci sono io, nella cartolina di questa estate passata in solitudine, sdraiata su un prato, su una spiaggia, su una panchina, da qualsiasi parte. Ci sono io che sorrido beata alla vita. Ai cambiamenti. A me stessa.
Piove.
Piove lentamente e pesantemente sulle tegole, nella notte silenziosa. Il letto è ancora caldo. Me ne sto rannicchiata in un angolo, ad ascoltare il ritmo della pioggia, simile a quello del mio cuore. Il mio corpo ha mille segni di vita, chissà cosa racconterebbe ad uno sconosciuto. Chissà come un interprete potrebbe trasporlo in una lingua diversa, deprivandolo della sua natura originaria. Quello che importa è come lo vivo, come si lascia vivere. Le priorità pian piano si riallineano, come pianeti sfuggiti alla logica dell’universo. Lentamente il peso della mia esistenza si stabilizza nel centro del mio corpo e apre il respiro. Il petto si espande e l’aria del cambiamento scivola dentro, inconsapevole e fresca. Mi avvolgo nel lenzuolo, mi lascio scivolare nel sonno come l’acqua sulle tegole. La solitudine è la mia condizione di equilibrio. Il tempo mi appartiene. Il mio corpo mi appartiene. Sento di esserci e di avere possibilità.
Da sola.
Presto rimarrò da sola, un mese di silenzio e solitudine. Stasera sarei dovuta andare a passeggio, ma ho scelto la solitudine. Non è mai abbastanza. Soprattutto in questo periodo. La sera è lattigginosa e afosa, io sono chiusa dietro le mie tende scure. Penso, penso a quel sentimento che tu stia uscendo con qualcuno, penso a te innamorato e non so che impressione mi faccia. Mi dico che è più che lecito, che è auspicabile, che è naturale le cose vadano così, che succederà anche a me. Ma non so cosa provo. Sono quasi spaventata da questa idea, sembra quasi mi tolga petali d’esistenza. Eppure in qualche modo la desidero, come un segnale stradale lungo la strada che ti dice che hai imboccato l’uscita giusta. Non mi oso chiedertelo, ma lo sento, da qualche parte, dentro di me. Come sento brulicare l’anulare della mano sinistra quando mi innamoro. Mi manca quella sensazione. Mi faceva paura, all’inizio. Poi invece mi sentivo così viva quando aspettandoti sentivo quell’intorpidimento frizzante. Sono consapevole di quanto sia brutto a dirsi, soprattutto a 24 anni, ma ho la sensazione che rimarrò sola e relegata in questo tempo e in questo spazio.
Fallimento.
Me ne sto qui con il mio caffè ed è tardi. Il suo profumo intenso e accomodante si sparge per la stanza, contrastando con l’odore fresco della sera temporalesca. Dentro casa si soffoca, sono io che soffoco, boccheggio senz’aria alla ricerca dell’ispirazione necessaria per terminale l’indice ragionato della tesi. Mi accompagnano dei taralli e una bottiglia d’acqua. Intorno c’è un moderato ordine, qualche articolo e qualche penna rimangono abbandonati sulla scrivania e vorrei prendessero vita, portando avanti il lavoro al posto mio.
Vorrei solo dormire. Dormire è l’esigenza più intima di questo periodo della mia vita. Non so se per dimenticare o per rigenerare. Vorrei fosse primavera, una di quelle primavere fresche e dolci, con l’erba soffice e i primi fiori lievemente profumati, con gli uccelli che ancora timidi cantano sugli alberi. Vorrei solo chiudere gli occhi e lasciare il tempo passare sul mio viso come il sole tra le foglie appena germogliate.
Vorrei vorrei vorrei. Ho sempre scritto di quello che vorrei. Mai verbi d’azione, sempre verbi di desiderio, sospesi in quello spazio di possibilità indefinita dove non mi piace stare. Eppure l’impotenza appresa mi ci relega. Lentamente, come un animale immenso, qualche parte del mio corpo inizia a scuotersi nel tentativo di liberarsi dall’impotenza, dal passato, dai pesi, che giacciono come uccelli parassitari sulla schiena di questo immenso animale, grigio e rallentato.
Mi sono sentita un fallimento di fronte a tutti gli altri. Di fronte alla laurea, agli amici, al fidanzato degli altri. Mi sono detta che i miei sogni non valgono niente. Lo vedo sempre più che tutte queste affermazioni malefiche se ne stanno nella mia testa. Mi sembra di sentirle sempre più distaccate, se chiudo gli occhi vedo davvero pezzi di materia grigia che si staccano, rettangoli indefiniti dei miei limiti. Non hanno proprio la consistenza che dovrebbero avere ma non importa. Forse è importante si stacchino e basta. Così finalmente posso vederli da fuori e capire che non mi definiscono e che sono ben più di quei cubetti grigi e gommosi. Forse finalmente riesco ad avvicinarmi alla sensazione di completezza che deriva dal bastarsi da soli. Sembra quasi più dolce anche il caffè.
