Senso di colpa sterile

6 Apr

Lavoro in un’agenzia di viaggi. Meglio, lavoravo, data la situazione che conosciamo tutti. Così, mentre attendo che l’azienda mi richiami perché, tra vaccini e nuovi decreti, le prenotazioni sono ripartite, cerco di trovare qualche soluzione alternativa. Impresa titanica. Mi manca sempre qualcosa e solitamente si tratta di esperienza o di un percorso di studi tecnico-scientifico. Insomma, quel poco che so e saprei fare non serve a nulla. Quindi, dopo aver passato un tot di tempo a scorrere gli annunci, azzardando anche qualche sporadico invio di curriculum, scoraggiata e impaurita mi metto a leggere, ricamare o scrivere. E allora arriva lui, il senso di colpa sterile. Eh sì, perché, se da un lato mi sento in colpa perché “non sto producendo né sto cercando di fare qualcosa in merito” dall’altro non so che altro fare. Mi sono messa addosso questo grande occhio che mi fissa severo ogni volta che mi prendo una pausa dalla mia ricerca forsennata. Ma ho cercato, visto, chiesto e pregato. E ogni giorni ricomincio.
Il senso di colpa dovrebbe servirci a capire il perché di una determinata azione sbagliata e a non ripeterla. Poi dovrebbe svanire, smetterla di schiacciare lo sterno e intorpidire gli arti. Invece persiste. Maledetto senso di colpa sterile che non smetti di ricordarmi errori su cui non posso più rimediare. Maledetto senso di colpa sterile che mi impedisci troppo spesso di godere di momenti leggeri. Maledetto senso di colpa sterile che non ti arrendi alla tua sterilità.

23 Mar

L’insonnia è causa dell’aumento di peso. Il freddo un deterrente.

Alle 3:00 ero sveglia, come mi succede da un sacco di notti (ogni volta ho una spiegazione, quindi ho smesso di chiedermi sterilmente perché), e avevo una fame terribile. Avrei voluto un pezzo di cioccolato come carezza, un trancio di pizza come schiaffo, una cascata di patatine fritte come tappo definitivo per certi bidoni che di giorno riesco a reggere meglio. La fortuna ha voluto che non avessi niente di tutto ciò in casa e, soprattutto, che fosse troppo freddo per decidere di alzarmi e capire come avrei potuto rimpiazzare i miei desideri nati dall’incontro appassionato di lucidità e delirio. Così ho fissato la parete dell’armadio in attesa di tutte le domande che presto avrebbero stroncato ogni speranza di riaddormentarmi. Ma dopo qualche istante mio figlio ha riso nel sonno. Si stava divertendo com’è tipico dei bambini. Quel riso leggero e pieno mi ha salvata. Mi sono stretta a lui, gli ho dato un bacio e di colpo sono arrivate le 7:30.

Cambiamenti

16 Mar

Quando sono arrivata in questa casa (meno di un anno fa), non mi piacevano i gatti. Ma nei paraggi ne gironzolava uno con un miagolio capace di muovermi a compassione (non escludo che la maternità mi abbia cambiata anche da questo punto di vista). Così ho iniziato a dargli da mangiare. Anzi, darLE, perché poco dopo ho scoperto che era una gatta incinta di quattro micetti tutti diversi e, sì, lo ammetto, mi hanno ispirato tanta dolcezza. Hanno conservato il dna randagio e non so che fine abbiano fatto due di loro, ma dev’essersi sparsa la voce che qui si mangia perché ogni tanto vedo musi diversi avvicinarsi e guardami interessati. Naturalmente l’amore per Asia, il mio pastore maremmano abruzzese, non è in discussione, ma si è creato un tipo di rapporto con questi felini. Cosa che mai avrei creduto. Questo per fare l’esempio dei cambiamenti che mi hanno attraversata. Ad un occhio esterno può sembrare una cosa futile, ma vi assicuro che, conoscendomi, è indice emblematico.

Come avrei potuto rimanere impassibile?!

Fenici

13 Mar

Io avevo dimenticato di avere un blog. Avevo dimenticato l’indirizzo email col quale mi ero registrata. Avevo dimenticato la password. Poi però oggi mi è venuta un po’ di nausea perché in questa casa si mangia sempre e io non ne posso più. Così mi è partito in testa il gioco delle attinenze e sono approdata qui. Mi pare di essere tornata un po’ indietro nel tempo a vedermi col portatile, la tisana miracolosa (no, non sono riuscita a disintossicarmi in tutti questi anni), i guanti per tenere a bada Raynaud e le emozioni che strabordano tentando di divenire parole e non autofagiche. Eppure c’è stato un lungo momento in cui ho creduto persino di essere morta e di non poterci fare nulla. Invece no, ho avuto un’altra possibilità e non voglio renderla vana. L’ultimo anno, in cui la pandemia è stata solo un’elevazione a potenza, mi ha insegnato a guardare diversamente le persone, gli accadimenti, le azioni e i sentimenti. È stato il più duro e il più doloroso, ma oggi sono forte e, nonostante lo scoramento intermittente e i picchi di disperazione, attendo fiduciosa la mezzanotte. 

Desperate me!

19 Apr

Diciamo che ultimamente le cose non vanno granché bene, che certi rapporti umani sono devastanti. Diciamo pure che dalle beghe sul lavoro alle piccolezze quotidiane, tutto sembra accumularsi per spingermi giù. Diciamo che alla fine sono uscita di casa chiedendo a Dio di mostrarmisi, che magari mi sarei anche potuta convertire sulla via di Damasco e che la riposta è stata un auricolare smontato (che ora non funziona), un paio di stivali rovinati e, tragedia, la chiavetta Usb morta. 8 gb della mia vita persi. Così, finiti in un non luogo. Ho passato la giornata a richiedere preventivi per il recupero dati, ma non sono sicura che metà della mia vita abbia quel prezzo. 

Misera me.

La guardo e mi sembra di vedere me: piena da scoppiare, ma senza altra possibilità che restare in silenzio.

Pausa pranzo

29 Mar

Sono in pausa pranzo, vedo il mare dall’ufficio e questo cielo così azzurro mi spacca dentro.
Se credessi a un qualche cosa, penserei alla punizione per una colpa atavica. Invece mi tocca riflettere sul fatto che, semplicemente, soffro. Probabilmente perché sono un essere umano, sicuramente perché mi ferisco in modo troppo facile.
Stanotte ho sognato, prima di esser costretta a mangiare una serie interminabile di cibo spazzatura, troppo unto e troppo colorato, e poi di dover scappare perché rincorsa da un essere biancastro che voleva uccidermi e dal quale non riuscivo a difendermi perché privo di ossa. Insomma, io cercavo di reagire (non ho fatto arti marziali senza motivo!), ma questo era inespugnabile perché si ricomponeva. Senza contare che aveva al seguito quattro o cinque cani neri pronti a mordermi. Esausta e atterrita mi sono svegliata e la testa, per distrarsi, ha pensato bene di riempirsi dei miei incubi diurni, quelli che devo affrontare al mattino.
Sto andando in crisi, lo so, come quando sento che sto per avere un calo di pressione. E l’unica cosa che ho la forza di fare è cercare di rimanere intera.

Sabato sera sono stata a vedere il musical Il Gobbo di Notre Dame ed è stato meraviglioso. Ho avuto la pelle d’oca e mi sono sentita pienamente parte della storia. Domenica, un cielo variabile, ha vomitato su di me pioggia sporca e acida. Perché la fregatura (per usare un eufemismo) è che, pur intuendo che qualcosa non va, non riesci ad essere preparata e, quando quel qualcosa accade, rivela la sua essenza, tu ti laceri dentro. Non si è mai pronti.

132 passi

6 Feb

Farro a pranzo e spinaci a cena. Sono giorni che vado avanti più o meno così perché ho ancora dei residui di Natale. Poi mi chiama mia madre: “Vieni a cena da me? Ti ho fatto un ciambellone per la colazione… Verdure, promesso!” Mantiene la promessa ma a fine pasto mi presenta, tutta trionfante, una Sacher! Cioè, mica una crostata, o, che so, una torta paradiso! No, una Sacher! Una torta che a guardarla già sento lievitarmi. Sbarro gli occhi, ma, dalla sua espressione di cucciolo birichino, mi rendo conto che, quello che voleva essere uno sguardo di rimprovero, è in realtà un tripudio dei sensi. Sospiro. E’ stata fatta con tanto amore e, del resto, l’ho sempre detto: se devo peccare, che sia per qualcosa per cui valga veramente la pena.
A casa mi faccio una di quelle tisane miracolose (lo sono dentro di me, lo so, e tanto basta) mentre controllo la posta. Una caterva di pubblicità per regali/cene/gite fuori porta per S. Valentino invade il mio pc e mi rendo conto, dal riflesso sul vetro della finestra, che sto facendo delle smorfie. Mi viene in mente che per me, se sono innamorata, è sempre S. Valentino, che la commercializzazione dei sentimenti è alimentata dalla piega che stiamo dando alla nostra vita, che…che noia questi discorsi, Venù! Lo sappiamo!
Mi fermo. Spengo tutto.
Sai qual è la cosa più bella di questa casa? Che, nei giorni di tempesta, come stasera, si sente il mare. Quel ruggito potente e carezzevole che diviene voce di me stessa. Anche quando devo soffocarlo, quando spennello il viso di calma e bel tempo, mi ricorda che sono tuono.
Sorrido. So che sarà un’altra notte insonne, ma non sarò sola. 132 passi tra me e il mare. E poi ho ancora fresco il ricordo della Sacher che si scioglie in bocca. Vuoi mettere?

Sono a Firenze!

2 Gen

E potrei anche azzardare di affermare di stare bene perché sono nella città che più di tutte è in grado di contenermi, di spezzarmi e rimettermi in forma, di amarmi.
Ho festeggiato il 31 qui, in piazza, con un’amica fantastica, in un mix di gesti adolescenziali, momenti adrenalinici e sorrisi sconosciuti. Dopo un tempo che non so quantificare ho provato un certo piacere a stare in mezzo alle persone. Sarà stato per il clima festoso, quasi da flirt estivo, per le risate spontanee, le chiacchiere improvvisate, i contatti fugaci con gente che non rivedrò più, ma che mi ha regalato un attimo di sospensione, leggerezza. Sarà stato perché la cena, opera della mia amica, è stata deliziosa e il vino non è mancato, perché ho chiuso a chiave incertezze e timori prima di uscire, perché ho “perso tempo” a truccarmi, una cosa che adoro, mentre ingoiavo gli ultimi istinti di rabbia (perché certe tensioni hanno provato a raggiungermi sin qui).
Sarà anche che sono in una regione che non mi ha mai deluso, dove posso rimandare bilanci e propositi a quando tornerò poiché ora mi sento in una specie di bolla magica.
Mentre scrivo e sorseggio il mio bicchiere di prosecco penso che, se è vero che la notte tra il 31 dicembre e il primo gennaio ha un valore oracolare, mi aspetta un anno folle.

E’ Natale, ahimè!

25 Dic

L’ultima volta ho affermato di poter sopravvivere a Natale e a me, ma, ora che il pomeriggio sta scivolando lentamente mentre le foto delle famose tavole adornate stanno invadendo i social, non sono più tanto sicura. Almeno sull’uscire indenne da questo Natale.
Stasera ho la tradizionale cena con metà della famiglia (le due metà sono diventate incompatibili nel tempo) e mia sorella non ci sarà perché di turno a lavoro, mia nonna mi chiederà se mi sono riaccompagnata e io dovrò far finta di essere pervasa dallo spirito natalizio senza neanche potermi buttare sul cibo, che non posso poi mica digiunare per due mesi!
Io li invidio quelli che veramente sentono questa festa, come la metà della famiglia con cui ceno stasera. Ma non con cattiveria, no, non sono mai stata realmente invidiosa. Mi chiedo semplicemente come fanno a non essere ingurgitati da quei dubbi atroci caratteristici di questo periodo. Da qui fino al 6 gennaio per me sarà un continuo riflettere su quanto non si è realizzato, sulla solitudine che inevitabilmente accompagna le feste, sulla sensazione di impotenza…
Basta, vado a lavarmi i capelli, sennò mi lascio soggiogare e, tremenda come sono, ci sta che all’ultimo mi finga malata per cenare da sola con la minestra colorata, senza tanto sconforto che domani arriva subito e la dieta ringrazia.

Ho tagliato i capelli

23 Dic

Taglio netto, drastico.
Ho avuto l’ennesima conferma che troppi cambiamenti insieme mi fanno crollare. E’ praticamente paradossale per una con un’indole incostante, che non riesce a trovare radici, che non sopporta la staticità. Ma, a quanto pare, affastellati, diventano insostenibili e rendono impossibile respirare.
Mi sono fermata un lungo momento, ho capito di dover fare un’operazione alla volta, come a scuola, durante un’equazione, che non sono mai stata un genio in matematica. Ma da dove iniziare?
Dai capelli! Ridare nuova linfa vitale a loro e a me, con un’azione che mi imponesse una nuova prospettiva. E’ inutile descrivere qui tutto l’universo implicato in un gesto così risoluto da parte di una donna, ma mi sentivo più libera già dopo la prima ciocca volata a terra. Non poteva portare con sé le angosce, ma creava l’illusione di cui avevo bisogno.
Ora la nuca è scoperta e le maniche rimboccate.
Posso sopravvivere al Natale e a me.

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