
1. Stare nell’aperto del mondo
Quello che segue sarà un elogio dello stare nell’aperto del mondo, anzi un doppio elogio di un doppio modo di starci: l’essere immersi nella luce del mondo e il guardare. Per “stare nell’aperto del mondo” intendo l’uscire dal proprio io, l’assumere continua consapevolezza della propria appartenenza al mondo.
Tutto il corpo è presente con la mente nel loro stare nei paesaggi del mondo e del pensiero – ma il problema di carattere linguistico-lessicale (e, dunque, anche concettuale) è che paesaggio (Landschaft, landscape, paysage, paisaje) suggerisce l’idea di uno sfondo allo stare, al camminare e al guardare; sia invece da subito chiaro che lo stare e il guardare s’immergono totalmente nel paesaggio (naturale o urbano, non importa) per riconoscerne il respiro e a esso accordare il proprio. Leggi il seguito di questo post »

Il pensiero è un amabile rovello che non ha e che non vuole avere requie – è per questo che Salvatore Marrazzo propone, dopo il notevole La dimora di Eraclito, un denso lavoro (Scritture brevi, anzi brevissime. 18 luglio-18 ottobre 2024) pubblicato presso Areablu Edizioni di Cava de’ Tirreni nel novembre del 2025 il quale, pur nella forma unitaria della prosa, continua oserei dire senza soluzione di continuità la riflessione sul mondo e sul rapporto tra mondo e pensiero.
Il volume dimostra in maniera tangibile quanto e come la scrittura in poesia venga nutrita dalla riflessione filosofica, conferma la giustezza della scelta del plurale “scritture” nel titolo del libro e quanto permeabili e interconnesse tra di loro siano tali scritture. L’emersione del testo poetico è, infatti, il risultato di una lunga, caparbia stratificazione di letture e di riflessioni – attenzione, però: non vado sostenendo che Scritture brevi, anzi brevissime sia una sorta di archivio o di “officina” del poeta dal momento che il volume è opera in sé conclusa e perfettamente autosufficiente, ma che costituisca la seconda anta di un dittico il quale, nella sua completezza (La dimora di Eraclito + Scritture brevi, anzi brevissime), dà prova di una scrittura capace di dispiegare tutta la necessaria problematicità, complessità, articolazione del pensiero che trova appunto nell’atto dello scrivere un approdo che lo apre all’attenzione di chi legge.
Marrazzo non si nasconde (non ci nasconde) nulla circa dubbi, passi falsi, ambiguità per forza di cose connaturati al pensare e allo scrivere, si pone con impietosa sincerità di fronte alle questioni del pensare e dello scrivere, evita le trappole dell’autocompiacimento e dell’autoindulgenza, mostra quanto arduo sia scrivere, quanto facile cadere nelle banalità e nei luoghi comuni, oserei dire che al libro si adatta perfettamente l’immagine prima lucreziana e poi tassiana del vaso da cui bisogna bere un’amara medicina i cui orli vengono cosparsi di zucchero: c’è un indubbio piacere e un’innegabile dolcezza (che comprendo e condivido) nel fatto stesso di scrivere, di concatenare parole e pensieri, ma i contenuti affrontati non sono mai consolatori o rassicuranti, una ferrea etica del pensare impone di affrontare i nodi più difficili di quello stesso pensare e in tal senso c’è molto di greco nell’atteggiamento di Marrazzo, ma direi anche di spinoziano perché costante è l’attenzione a ragionare senza pre-giudizi e senza pre-concetti, senza sovrastrutture confezionate a priori, con una geometria del pensare che vuol fare piazza pulita di luoghi comuni e facili soluzioni.
È doveroso segnalare l’intelligente, partecipe Prefazione di Laura Caccia.

Coup d’idée pubblica un ennesimo volume di grande pregio tipografico e artistico: Michelangelo Buonarroti, Emilio Isgrò, Madrigali (Torino, novembre 2025), stampato grazie alle abili cure dell’azienza grafica di Alba “l’artigiana”, il progetto grafico è di Emanuele Di Ciancia – e non si tratta di informazioni “di servizio” o “di contorno”, ma essenziali, perché dietro una pubblicazione di coup d’idée c’è sempre la cura minuziosa per ogni momento del farsi di un libro il quale è, alla fine, oggetto di pregio e presenza dalla grande energia intellettuale e immaginativa.
Si cominci allora dalla prima di copertina che, nell’eleganza del bianco, riporta la testa e parte della mano che regge sulla spalla sinistra la fionda del notissimo David – – ma due formiche, in leggero rilievo, stanno l’una sulla guancia sinistra mentre l’altra sembra allontanarsi dalla figura verso il margine destro della copertina. Sono qui visibili, fin da subito, l’atto concettuale e artistico, l’intervento dirompente e paziente, la provocazione elegante e contemporaneamente riverente/irriverente di Isgrò. Leggi il seguito di questo post »
su Via Lepsius Asemic: