RIFLESSIONE 161

Dio ci ha dato due orecchie, ma soltanto una bocca, proprio per ascoltare il doppio e parlare la metà.
( Epitteto 50 d.C. – 140 d.C. )
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( Epitteto 50 d.C. – 140 d.C. )
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Sono iperteso, in cura con irbesartan e amlodipina. Recentemente ho fatto una visita cardiologica e la pressione misurava 150/80. Mezzora dopo l’ho misurata a casa ed era 118/70, il giorno dopo 101/66. Ho letto che esiste un «effetto camice bianco»: potrebbe trattarsi di questo nel mio caso?
Risponde Pietro Palermo, responsabile Unità operativa Riabilitazione cardiologica, Centro Card. Monzino, Milano (VAI AL FORUM)
L’evidenza di valori di pressione arteriosa al di fuori della normalità durante la visita medica è frequente e può creare disagio e incertezza.
Il paziente rimane sorpreso e spesso mostra un tabulato di misurazioni manuali di pressione che risulta ben controllata.

L’aspetto emotivo non è percepito, né dichiarato dal paziente, ma riveste un ruolo importante nel modificare i valori pressori. Durante la visita è auspicabile mettere il paziente in condizioni agevoli e misurare la pressione dopo qualche minuto di colloquio.
Tutte le situazioni o gli episodi che si associano a movimenti emozionali, siano essi di felicità, commozione o di tristezza e rabbia, determinano modifiche dei valori di pressione, a causa degli ormoni circolanti che agiscono attraverso il sistema nervoso autonomo (per esempio il rilascio di adrenalina dalle ghiandole surrenali).
Durante la vita quotidiana ognuno di noi affronta momenti emotivi più o meno intensi, ma anche situazioni di impegno fisico e stress.
Il preciso meccanismo di equilibrio degli ormoni segue il nostro ritmo circadiano, mettendoci sempre nella situazione migliore per affrontare i diversi eventi.
Dunque i valori di pressione arteriosa, nell’arco della giornata, possono variare, mentre durante il riposo si riducono, come quelli della frequenza cardiaca.
L’obiettivo che il medico si prefigge proponendo un trattamento farmacologico per l’ipertensione è contenere in un range accettabile e di normalità i valori di massima e minima (i valori di normalità si attestano al di sotto di 140/90 mmHg, oltre i quali si parla di ipertensione arteriosa).
Le nuove linee guida del 2024 hanno introdotto inoltre una nuova categoria denominata «pressione arteriosa elevata», definita da una massima di 120-139 mmHg o una minima di 70-89 mmHg.
Il rischio maggiore per eventi cardiovascolari o cerebrali si verifica quando si osservano picchi ipertensivi con valori alti. Lei sta assumendo una terapia adeguata. Vorrei anche tranquillizzarla in merito al valore registrato durante la visita cardiologica: 150/80 mmHg non è un valore normale, ma non è assolutamente pericoloso.
L’emotività e la «sindrome da camice bianco» è di difficile gestione e controllo e di ciò è cosciente il medico, mentre quello che lei ha fatto misurando la pressione a casa, senza stress, è stato prezioso per fugare il dubbio di una terapia non del tutto efficace.
Quando le temperature si abbassano drasticamente, tenere sotto controllo la pressione può diventare complicato: ne sanno qualcosa gli ipertesi, che con il freddo possono vedere i valori salire più del normale, aumentando il rischio di malesseri e complicanze cardiovascolari.
“Quando fa freddo, il corpo mette in moto i suoi meccanismi di difesa per mantenere il calore e chi ha problemi di cuore può risentirne”, spiega Eugenio Stabile, ordinario di Cardiologia all’Università della Basilicata e direttore dell’Unità operativa complessa di Cardiologia dell’Ospedale San Carlo di Potenza, illustrando tre suggerimenti utili in questo periodo dell’anno.

“Le arterie periferiche si restringono, riducendo il flusso sanguigno a mani e piedi per proteggere organi vitali come il cervello. Poi entra in azione un secondo meccanismo: per produrre più energia e mantenere la temperatura interna, il cuore accelera. La pressione arteriosa aumenta e, in alcuni casi, anche il battito cardiaco, così da portare sangue caldo agli organi principali”, aggiunge Stabile.
Alcune persone, soprattutto chi soffre del fenomeno di Raynaud o di patologie reumatologiche, “possono vedere mani e piedi diventare bianchi o blu a causa della vasocostrizione, con possibile dolore o formicolio”.
I soggetti più a rischio “sono quelli che soffrono di arteriopatia periferica, di arteriosclerosi cardiovascolare e di alcune patologie reumatologiche: in caso di freddo possono peggiorare i sintomi alle mani e ai piedi, avere ridotta autonomia al cammino o dolore toracico”.
Chi ha problemi alle arterie degli arti inferiori può notare un peggioramento della resistenza al cammino durante i mesi freddi, mentre chi ha coronarie ristrette dall’aterosclerosi può avvertire dolore toracico o angina, perché il cuore deve lavorare di più per mantenere la temperatura e fornire ossigeno agli organi.
Per chi soffre di ipertensione, “ridurre al minimo il consumo di sale aiuta a far scendere la pressione: idealmente dovremmo mangiare solo il sale naturalmente contenuto nei cibi”, avverte il professore.
“La riduzione di sale è il primo intervento terapeutico con il paziente iperteso. Poi, se si aggiunge attività fisica non estrema, la pressione arteriosa scende ancora.
Se inoltre si smette di fumare, lo stesso effetto. Abbassare il consumo di sale equivale all’effetto di un farmaco anti ipertensivo”, conclude.

“Gli alleati stanno collaborando strettamente sulle questioni artiche”, di recente è stato “concordato di approfondire la nostra comprensione delle attività nell’Artico e incrementare le nostre attività ed esercitazioni nell’estremo nord. La cooperazione militare in questa regione non è mai stata così forte”.
Lo ha detto il comandante supremo delle forze alleate, il generale Alexus Grynkewich, alla conferenza su politica di sicurezza e difesa di Salen, in Svezia.
“Nell’estremo nord, navi russe e cinesi stanno conducendo sempre più pattugliamenti congiunti”, ha sottolineato, aggiungendo che la minaccia diventerà “sempre maggiore”
Sabato, durante il congresso del partito Fidesz a Budapest, tutti gli oratori hanno affermato che se il partito al governo vincerà le elezioni parlamentari di primavera, la pace rimarrà, ma se il partito di Tisza sarà al governo, la guerra arriverà in Ungheria.
Inoltre, i politici di spicco del partito hanno convenuto che la leadership dell’Unione Europea vuole portare il continente alla guerra.
Il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha persino parlato di una cospirazione per portare l’Ungheria in guerra e ha affermato che solo il primo ministro ungherese Viktor Orbán potrebbe impedirlo.

Anche Viktor Orbán ha concentrato la sua discussione di sabato intorno alla minaccia di guerra.
Sulla sua pagina Facebook ha scritto che “in un mondo incerto, il valore più grande è la sicurezza” e ha proseguito affermando che l’Ungheria “è sempre stata un Paese su cui l’Europa può contare, e questo vale anche adesso, quando i burocrati di Bruxelles e il loro drone domestico vogliono trascinarci nella guerra che infuria nel nostro vicinato”.
Orbán ha affermato che il governo ungherese ha dimostrato con le sue azioni di essere sulla strada della pace, citando come esempi “la quattordicesima mensilità, il raddoppio degli assegni familiari, il più grande programma europeo di creazione di case, 150 nuove fabbriche, autostrade in costruzione”.
Nel suo discorso al Congresso, ha spiegato di ritenere che il sostegno all’Ucraina sia anche uno spreco di denaro a causa della corruzione in Ucraina.
“Sono d’accordo con i cechi: lasciateli rubare, ma non da noi”, ha detto il primo ministro ungherese, aggiungendo che il governo del partito Democratico statunitense ha portato gli europei in una guerra, dalla quale gli americani sono ora usciti con il loro “nuovo presidente favorevole alla pace”.
In confronto, l’Europa ha ancora al potere i leader che hanno portato i loro Paesi in guerra, ha osservato. Ha detto che chi ha cervello non cambierebbe le proprie economie in modalità di guerra.
“L’Ucraina non ci sta rendendo più forti, ma più deboli e, se continua così, distruggerà l’economia europea”, ha dichiarato il presidente del partito Fidesz Viktor Orbán al congresso di Fidesz a Budapest sabato.
Péter Szijjártó ha parlato di un’esplicita cospirazione tra Bruxelles e Kiev. Secondo lui, l’obiettivo di questo piano è trascinare l’Ungheria in guerra.
Ha affermato che “le riunioni del Consiglio Affari Esteri dell’Ue si sono trasformate in riunioni di guerra negli ultimi anni, perché il buon senso è andato completamente perso a Bruxelles”.
“Noi ungheresi siamo i più in pericolo se questa guerra si intensifica. Siamo i più vicini, perché siamo proprio accanto a noi. E in Ucraina la politica dello Stato è palesemente anti-ungherese. Un piano Bruxelles-Kiev è pronto a portare l’Ungheria in guerra”.
Szijjártó ha sottolineato che c’è un solo ostacolo alla realizzazione di questo piano: il governo nazionale e sovrano di Viktor Orbán.
“E ora a Bruxelles e a Kiev si sta lanciando ogni pietra per rimuovere questo ostacolo”, ha detto.
Parlando delle prossime elezioni parlamentari, ha definito il governo guidato dal partito Tisza, previsto in caso di cambio di governo, un governo fantoccio di Bruxelles. Ha detto. Un governo fantoccio il cui leader è tenuto in ostaggio. Un governo fantoccio con un leader che detiene l’immunità è la loro garanzia che questo piano diabolico di Bruxelles-Kiev sarà portato a termine”.
Leone XIV parla “papale papale” nel discorso d’inizio anno al corpo diplomatico presso la Santa Sede.
La tradizionale udienza con le rappresentanze in aula della Benedizione vede il Papa in persona esprimere le posizioni della Santa Sede sulle grandi questioni mondiali.
È significativo che il discorso di ieri sia partito proprio dal Giubileo appena concluso per rimarcare il legame speciale con l’Italia e l’apprezzamento per governo e amministrazione capitolina.
Nell’offrire la sua panoramica sulla situazione internazionale, il Papa ha manifestato la sua preoccupazione per “la debolezza del multilateralismo” dimostrata dall’affermazione di “una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati”.

Accanto alla difesa del multilateralismo in crisi, Leone XIV non ha risparmiato frecciate alle Nazioni Unite a cui ha chiesto di essere “più orientate ed efficienti nel perseguire non ideologie ma politiche volte all’unità della famiglia dei popoli”.
Quello del primo Papa statunitense è stato soprattutto un appello all’Occidente dove, ha detto, va “sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano”.
In genere i testi pronunciati in queste occasioni sono da leggere tra le righe, mentre in questo caso Prevost è stato esplicito. Senza un’autentica libertà di espressione, si finiscono per “comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza”.
Il Pontefice ha citato degli esempi specifici di quest’attacco alla libertà di coscienza, tra i quali “il diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari”.
Nel discorso allarmato del Papa non poteva mancare il riferimento alla libertà religiosa minacciata.
Le violazioni, ha detto Prevost, sono in aumento al punto che colpiscono il 64% della popolazione mondiale. E a farne le spese sono soprattutto i cristiani.
“La persecuzione dei cristiani ha affermato rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi”.
Il grido del Papa non è rimasto generico e ha citato “le numerose vittime delle violenze connotate anche da motivazioni religiose in Bangladesh, nella regione del Sahel e in Nigeria”.
Parole molto importanti perché smentiscono i tanti che, per negare la persecuzione islamista in questi luoghi, attribuiscono i morti agli effetti del cambiamento climatico.
Leone XIV è stato molto esplicito nel rivolgere il suo pensiero alle vittime di quella che ha chiamato la “violenza jihadista a Cabo Delgado in Mozambico”.
Prevost però ha tuonato anche contro la “sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani” in Europa e nelle Americhe e ha rivendicato la difesa della sacralità della vita.
In questo senso, oltre al sostegno della dignità dei migranti e della centralità della famiglia, il Papa ha ribadito la sua condanna ai progetti di legge pro-aborto e si è scagliato contro la maternità surrogata, che, ha detto, “viola la dignità sia del bambino ridotto a prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo”.
Nel finale, Leone XIV è tornato ad esprimersi sul Venezuela rinnovando l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e ad impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno”.
Gustose, versatili e salutari. Stiamo parlando delle noci, ovvero i frutti di un albero originario del Medio Oriente e oggi diffuso anche in Italia: il Juglans regia.
Sull’arbusto essi sono ricoperti da un guscio verde chiamato mallo. Una volta terminata la maturazione quest’ultimo si secca e si annerisce, facendo cadere le noci. Quali benefici donano all’organismo? Scopriamolo insieme.

Le noci possono essere consumate sia fresche che essiccate. Appena raccolte, il loro sapore è più dolce e gradevole grazie al contenuto di acqua e ad una minore concentrazione di nutrienti.
L’essiccazione, invece, è un processo che consiste nell’eliminazione dell’acqua e comporta sia una maggiore concentrazione di nutrienti, sia la possibilità di conservare i frutti più a lungo nel tempo.
Ricordiamo, infine, che esistono numerose varietà di noci. Abbiamo quelle di macadamia dal gusto delicato, quelle californiane con un guscio più grande e ancora quelle del Brasile ricche di selenio, un minerale dall’intensa azione antiossidante.
Le noci sono caloriche, infatti 100 grammi apportano circa 650 calorie. Sorprende soprattutto il contenuto di acidi grassi prevalentemente monoinsaturi e polinsaturi, i cosiddetti “grassi buoni” che proteggono e supportano la salute cardiovascolare. Buono anche il quantitativo di fibre.
I frutti sono altresì una fonte preziosa di vitamine:
E minerali:
Le noci sono delle vere e proprie alleate del benessere. Tra i componenti spiccano i grassi monoinsaturi, polinsaturi e l’acido oleico che riducono il rischio di sviluppare patologie cardiovascolari. Ma i benefici non finiscono qui: aiutano in caso di stitichezza, migliorano l’umore e contrastano i danni provocati dallo stress ossidativo e dai radicali liberi.
Una ricerca condotta dall’American Heart Association e pubblicata su “Circulation” ha confermato che mangiare circa mezza tazza di noci ogni giorno per due anni ha abbassato moderatamente i livelli di colesterolo LDL o cattivo e ha ridotto il numero di particelle LDL (predittrici del rischio di malattie cardiovascolari) negli anziani sani.
In un sottostudio (Walnuts and Healthy Aging) gli scienziati per due anni hanno valutato se il consumo regolare di questo frutto, indipendentemente dalla dieta, avesse o meno effetti positivi sulle lipoproteine.
L’analisi ha coinvolto 708 partecipanti sani provenienti da Barcellona e da Loma Linda e di età compresa fra 63 e 79 anni. Il team ha scoperto che:
In conclusione gli studiosi affermano che mangiare una manciata di noci quotidianamente è un modo semplice per promuovere la salute cardiovascolare.
Anche le mandorle possiedo virtù cardioprotettive. Un recente studio pubblicato sul “Journal of Medicine Food” ha evidenziato che in 65 soggetti affetti da prediabete, il consumo di mandorle (20% delle calorie totali della dieta) ha abbassato i livelli di colesterolo LDL in media di 12,4 mg/dl. Il tutto è avvenuto in un lasso temporale di 16 settimane.
Chiamata anche costipazione, la stitichezza si manifesta quando l’intestino non funziona con regolarità. Dunque le evacuazioni sono meno frequenti del normale (meno di tre volte a settimana) oppure le feci sono dure e difficili da espellere. Tra le numerose cause vi è anche un’alimentazione povera di fibre.
In tal senso il consumo di due o tre noci nel contesto di una dieta più sana ed equilibrata (è necessario anche bere maggiori quantità di acqua) può aiutare concretamente a contrastare e a prevenire la stipsi.
Mangiare regolarmente le noci significa anche avere un migliore tono dell’umore. La conferma giunge da uno studio condotto dagli scienziati della University of New Mexico e della Andrews University.
A beneficiare di questo effetto sarebbero soprattutto i soggetti giovani di sesso maschile. Il merito spetta alla presenza di omega 3, magnesio, triptofano, vitamina E e melatonina.
Le noci sono una fonte preziosa di sostanze antiossidanti, indispensabili per contrastare l’eccesso di radicali liberi e i danni causati dallo stress ossidativo.
In particolare uno studio pubblicato sul “Journal of the Medical Association of Thailand” ha sottolineato che gli antiossidanti presenti in questo frutto sono in grado di proteggere le membrane cellulari dal danneggiamento ossidativo e di combattere i radicali liberi meglio del pesce azzurro.
Circa una persona su cento soffre di allergia alle noci. I sintomi, che possono verificarsi subito o entro un’ora dall’ingestione, sono vari e includono: orticaria, formicolio alla lingua, gonfiore al viso, difficoltà respiratorie e, nei casi più gravi, anche shock anafilattico.
Poiché i frutti sono molto calorici, devono essere consumati con moderazione soprattutto se si è sovrappeso o obesi. Grandi quantità, inoltre, possono provocare gonfiore alla pancia e diarrea. Chi soffre di insufficienza renale e calcoli ai reni dovrebbe evitarli a causa della presenza considerevole di ossalati.
Quante noci si possono mangiare al giorno?
Gli esperti consigliano il consumo di 30 grammi giornalieri, pari a 5-7 gherigli interi. Chi non è in sovrappeso o obeso può anche mangiarne 50 grammi.
Perché mangiarle la sera?
Una piccola quantità consumata la sera può favorire il sonno. Il frutto, infatti, contiene la melatonina (un ormone che regola il ciclo sonno-veglia) e il triptofano (un aminoacido precursore della serotonina che facilita il rilassamento).
Jean Monnet scrisse nelle sue Memorie che “gli uomini accettano il cambiamento solo nella necessità, e vedono la necessità solo nella crisi”.

L’osservazione risale al 1976, ma descrive la condizione attuale dell’Europa. Nell’aprile 2024, Enrico Letta ha consegnato al Consiglio Europeo un rapporto dal titolo eloquente: Much More than a Market.
L’analisi: il mercato unico, dopo trent’anni, non basta più. Servono integrazione nella difesa, nell’energia, nelle telecomunicazioni, nella finanza. Serve, in sostanza, fare politica insieme.
Le ultime settimane hanno offerto una sequenza di eventi che non sono cronache sparse. L’intervento americano in Venezuela, le tensioni sulla Groenlandia, la ridefinizione della presenza militare statunitense in Europa, l’inflazione russa, la silenziosa penetrazione cinese nella Siberia orientale.
A guardare meglio, questi fatti raccontano la fine di un ordine e la nascita di qualcosa d’altro.

Partiamo dal Venezuela. In 26 anni di chavismo, il Paese più ricco del Sudamerica è diventato il più povero. Secondo l’UNHCR, quasi otto milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese, la più grande diaspora dell’emisfero occidentale dalla Seconda guerra mondiale.
Gli Stati Uniti, che quel continente lo considerano giardino di casa sin dalla dottrina Monroe, hanno deciso che la pazienza era finita unendo la questione della rilevanza delle riserve petrolifere per far fronte alla propria indipendenza energetica futura a quella della scomoda presenza di interessi cinesi e russi a un passo dalla Florida. Si può discutere della legittimità internazionale dell’azione. Ma il punto politico è un altro: Washington ha dimostrato che quando un interesse nazionale viene percepito come vitale, le procedure diventano un dettaglio.

Lo stesso pragmatismo spiega l’ossessione americana per la Groenlandia. Sotto i ghiacci potrebbero esserci minerali rari, ma l’estrazione in quelle condizioni rimarrà antieconomica per decenni. La vera partita è strategica.
La Groenlandia dista 1500 chilometri dalle coste americane, come Cuba. In un’epoca di vettori ipersonici e competizione spaziale, controllare quel territorio significa controllare le rotte più brevi tra America e Russia, tra America e Cina.
Il corridoio Groenlandia-Islanda-Regno Unito, che durante la Guerra Fredda serviva a intercettare i sottomarini sovietici, torna attuale. Non è Trump, è la geografia.
E poi c’è la flotta. Gli Stati Uniti mantengono undici gruppi d’attacco con portaerei nucleari, come richiede per legge il National Defense Authorization Act.
Ma delle undici, dieci appartengono alla classe Nimitz, navi commissionate a partire dal 1975 e ormai vicine alla pensione. Solo la Gerald R. Ford rappresenta la nuova generazione. Costruire una portaerei nucleare richiede un decennio e 13 miliardi di dollari.
Washington ha fatto i conti: non può più essere il poliziotto del mondo. Deve scegliere dove concentrare le forze.
L’Europa, che per ottant’anni ha goduto della protezione americana quasi a costo zero, deve prepararsi a fare da sola.
La richiesta è ufficiale: dal 2027 gli alleati europei devono assumersi la responsabilità primaria della propria sicurezza. Non è un’opzione.

Per decenni il comandante supremo della NATO è stato un americano; la domanda ora è cosa accadrà quando le basi americane in Europa verranno ridimensionate.
Francia e Regno Unito, gli unici europei con seggio permanente al Consiglio di Sicurezza e arsenali nucleari autonomi, hanno capito.
L’attacco anglo-francese contro presunte postazioni dell’ISIS in Siria, condotto in perfetta sincronia con l’azione americana ma in autonomia, è stato un segnale: siamo pronti a guidare una difesa europea. Berlino e Roma dovranno decidere se seguirli o restare ai margini.

Infine, c’è un fronte orientale. La Russia di Putin ha scombinato l’ordine europeo invadendo l’Ucraina, e per quasi quattro anni l’Occidente ha risposto con sanzioni e aiuti militari. Ma la guerra ha anche un fronte economico.
L’inflazione ufficiale russa ha oscillato tra l’otto e il dieci per cento nel 2025. La Banca Centrale ha portato i tassi fino al ventuno per cento. I numeri ufficiali raccontano solo una parte della storia. L’inflazione percepita è doppia. Quella ufficiale contiene prezzi amministrati che non si trovano sul mercato.
I salari nominali crescono, mentre il potere d’acquisto si erode. Con una economia a K anche nella Russia. Stanno meglio gli appaltatori della guerra, peggio tutti gli altri e, a poco a poco, scontenti.

Pechino non è più il compratore disperato di energia russa a prezzi di saldo. È il creditore, il fornitore di tecnologia, il partner che fissa le regole.
Nella Russia asiatica, quella che va dagli Urali al Pacifico, i cartelli stradali iniziano a essere bilingue, e la seconda lingua non è l’inglese.
Le città siberiane, spopolate dai russi che cercano fortuna a Mosca, accolgono lavoratori e imprenditori cinesi. Non è un’invasione militare, ma un’infiltrazione economica che i russi non possono fermare.
Se Xi Jinping avesse fretta, e a settantatré anni al terzo mandato ne ha, potrebbe lasciar affondare l’economia russa. Senza aiuti cinesi, la guerra in Ucraina diventa insostenibile. Con la pace, paradossalmente, tutto potrebbe normalizzarsi.

Il destino dell’Europa si gioca su due tavoli. Sul primo c’è la sicurezza: costruire una difesa comune credibile, con o senza gli americani. Sul secondo c’è l’economia. I dati della Banca Centrale Europea parlano chiaro: tra il quarto trimestre 2019 e il secondo trimestre 2024, la produttività del lavoro per ora lavorata è cresciuta dello 0,9 per cento nell’eurozona e del 6,7 per cento negli Stati Uniti.
Il divario si è aperto soprattutto nei servizi digitali. Secondo l’FMI, le barriere interne al mercato unico europeo equivalgono a un dazio del 45 per cento sui beni e del 110 per cento sui servizi.
È come se l’Europa si autoimponesse tariffe protezionistiche contro sé stessa.
Cosa farebbe l’Europa se la Russia collassasse economicamente? Cosa farebbe se la Federazione Russa si frammentasse, con la parte europea che cercasse sbocco a ovest e quella asiatica che finisse nell’orbita cinese?
Per quanto siano scenari, gli esiti non sono più impossibili. Sono possibilità che richiedono pianificazione. Letta, nel suo rapporto, parla di “ultima finestra di opportunità per porre fine alla frammentazione e agire insieme”.
C’è chi pensa che la storia la facciano i grandi uomini. Ma i leader visionari sono rari, e quando arrivano devono comunque fare i conti con le strutture esistenti. Preferiamo pensare che la storia la facciano i processi: economici, tecnologici, demografici, geopolitici.
Gli eroi, quando ci sono, cavalcano onde che esistevano prima di loro. Monnet lo sapeva. Non era un politico eletto, non aveva carisma mediatico. Ma capiva i processi. All’Europa oggi servirebbe meno retorica e più ingegneria istituzionale.

La Carta delle Nazioni Unite riflette un ordine nato nel 1945, quando i vincitori della guerra si spartirono il mondo.
Il diritto di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza è un anacronismo: Germania e Giappone, sconfitti allora, sono oggi tra le principali economie del pianeta. Cambiare quel sistema è impossibile, perché richiederebbe il consenso degli stessi che ne beneficiano.
L’Europa, che dalla guerra uscì divisa tra vincitori e vinti, non ha mai avuto una voce unica. Francia e Regno Unito tuttavia vi siedono, ora come ora per conto proprio. Creare una politica estera comune, un arsenale condiviso: è questo il salto che la crisi richiede.
Il mondo multipolare che sta emergendo potrebbe avere un polo europeo, oppure no. Potrebbe avere un’Europa frammentata, con alcuni paesi nell’orbita americana, altri da soli e a rischio di derivare verso poli non democratici.
La scelta di che fare non è tuttavia nelle mani di un singolo leader, e paradossalmente potrebbe essere un bene.
È nelle mani di processi che però dovrebbero essere avviati oggi. Monnet aveva ragione: gli uomini vedono la necessità solo nella crisi. La crisi sta bussando alla nostra porta.

( Epitteto 50 d.C. – 140 d.C. )
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“È stato un onore parlare con il presidente della Colombia, che mi ha chiamato per spiegare la situazione relativa alla droga e altri disaccordi che avevamo. Ho apprezzato la sua chiamata e il suo tono, e non vedo l’ora di incontrarlo in futuro”.

Lo ha detto Donald Trump sul suo social Truth, riferendo che il segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli Affari esteri colombiano si stanno accordando. “L’incontro sarà alla Casa Bianca”, ha messo in evidenza Trump.
Il presidente colombiano ha affermato che la telefonata ha consentito di “ristabilire, per la prima volta”, un canale di comunicazione diretta dopo le recenti tensioni verbali.

Parlando davanti alla folla riunita a Bogotá, Gustavo Petro ha spiegato di aver affrontato il colloquio nel clima di minacce e polemiche emerse nei giorni precedenti, ribadendo che “la difesa fondamentale della Colombia è sempre stata il suo popolo”.
Secondo il capo dello Stato, il rischio di un’escalation deriva più dal conflitto politico interno che da una reale ostilità sul piano internazionale.
“Non siamo nemici di nessun popolo”, ha sottolineato, indicando nel dialogo l’unico strumento capace di evitare che le controversie degenerino in violenza.
Nel colloquio, durato circa un’ora, Petro ha detto di avere indicato due priorità a Trump: il dossier venezuelano e la lotta al narcotraffico.
Ha quindi difeso la strategia colombiana basata sulla sostituzione volontaria delle coltivazioni di coca e sull’aumento delle confische, sostenendo che “senza dialogo si va verso la guerra”, mentre una comunicazione diretta tra governi può prevenirla.
Gli Stati Uniti di Donald Trump si stanno “progressivamente allontanando” da alcuni alleati e “si svincolano dalle regole internazionali”: è quanto deplora il presidente francese, Emmanuel Macron, nel suo discorso annuale davanti agli ambasciatori francesi.

Nel suo intervento, Macron ha anche evocato una forma di “aggressione neocoloniale” sempre più presente nelle relazioni diplomatiche.
“Le istituzioni del multilateralismo funzionano sempre meno efficacemente”, si rammarica il leader francese, secondo cui ci stiamo avviando verso “un mondo di grandi potenze con una reale tentazione di spartirsi il pianeta”.

Il blitz venezuelano dell’Amministrazione Trump ha una nuova dimensione. Assai più globale. E assai più inquietante. Per capirlo basta guardare quanto successo nelle acque dell’Atlantico settentrionale.
Lì quasi 7mila chilometri a nord ovest dalle coste venezuelane e a poche centinaia da quelle scozzesi navi ed elicotteri americani hanno abbordato e sequestrato dopo due settimane d’inseguimenti la petroliera battente bandiera russa «Marinera».
La mossa apre un partita che finisce con il legare il destino di Caracas a quello dell’Ucraina. E a rendere pericolosamente teso il rapporto tra Casa Bianca e Cremlino.
Anche perché la caccia alla «Marinera» è il prologo di una doppia campagna dell’Amministrazione Trump. Una campagna rivolta da una parte ad imporre a russi e cinesi il rispetto dell’assoluto dominio Usa sull’Atlantico e dall’altra a bloccare o ridimensionare i commerci di quella «flotta fantasma» con cui Mosca s’è fatta beffe delle sanzioni.
Ma il doppio obbiettivo rischia d’innescare un pericolosa escalation. Da una parte infatti azzoppa i commerci fondamentali per un economia cinese che punta a mercati e risorse dell’America Latina.
Dall’altra punta a togliere al Cremlino le risorse indispensabili per proseguire la guerra in Ucraina.
Insomma l’«imperium» americano sull’Atlantico rischia di rendere ancor più solida l’alleanza Mosca Pechino e più complessa la pretesa trumpiana di togliere alla Cina le risorse russe.
In questo nuovo corto circuito anche i rapporti Mosca Washington rischiano di raggiungere nuovi picchi di criticità. La cosiddetta «flotta fantasma» assemblata dalla Russia mettendo insieme 1400 vecchie carrette dei mari tra cui 600 petroliere battenti le più disparate bandiere ha consentito a Mosca di continuare ad esportare le sue materie prime e il suo petrolio.
Stando alle stime delle intelligence occidentali nel 2025 le petroliere della flotta fantasma avrebbero trasportato circa 3,7 miliardi di barili di greggio garantendo il 6580% delle esportazioni di greggio russo per via marittima.
E proprio le entrate assicurate da quella flotta avrebbero permesso d’ignorare le richieste di un cessate il fuoco. Dunque l’abbordaggio della «Marinera» rappresenta con tutta probabilità il via libera di Trump ad un più aggressivo tentativo di spingere Putin ad accettare il cessate il fuoco.
I sintomi di un irrigidimento capace di trascinare Mosca e Washington ad un confronto sempre più serrato si era già percepito mercoledì sera.
A Parigi Steve Witkoff, e Jared Kushner s’erano dimostrati insolitamente disponibili nei confronti della proposta anglo francese d’inviare truppe in Ucraina per garantire un cessate il fuoco. E a questo s’aggiungevano ieri pomeriggio le dichiarazioni del governo britannico assai esplicito nel far capire di aver partecipato, d’intesa con gli americani. al sequestro della petroliera battente bandiera russa.

Ma nei gorghi della contrapposizione Trump Putin la strada della pace rischia di trasformarsi in «escalation» riportando la tensione tra Stati Uniti e Russia ai livelli dell’era Biden. Un’involuzione che né Washington, né Mosca sembrano nascondere.
La prontezza con cui Mosca condanna l’abbordaggio avvertendo che «nessuno Stato ha il diritto di usare la forza contro altre navi», segnala l’irritazione del Cremlino.
Un’irritazione di cui Trump sembra compiacersi. «Senza il mio coinvolgimento scrive su Truth la Russia ora avrebbe tutta l’Ucraina l’unica nazione che Cina e Russia temono e rispettano sono gli Stati Uniti ricostruiti da DJT Donald J. Trump».

Alla resa dei conti, il blitz di Trump in Venezuela anziché imporre la teoria delle reciproche sfere d’influenza e regalare l’Ucraina a Putin e Taiwan a Xi Jinping sembra rilanciare l’escalation. E moltiplicare la tensione globale.

Le proteste innescate dall’aggravarsi della crisi inflazionistica in Iran sono entrate nel loro quarto giorno consecutivo, estendendosi da Teheran a importanti città come Isfahan, Shiraz, Mashhad, Hamadan e Qeshm.
Decine di migliaia di iraniani, dai commercianti e mercanti dei bazar agli studenti universitari, sono scesi in piazza in diverse province.
L’inflazione ha superato il 42 per cento in tutto il Paese, tra il crollo del rial, la valuta locale e il rapido aumento dei prezzi dei generi alimentari e dei beni di prima necessità.
Persino i gruppi allineati al regime hanno riconosciuto le difficoltà economiche del Paese.
I prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 72 per cento e quelli dei prodotti sanitari e medici del 50 per cento rispetto al dicembre dello scorso anno.
“Comprendiamo le proteste, sentiamo le loro voci e sappiamo che hanno origine dalle difficoltà di sostentamento delle persone”, ha dichiarato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, all’inizio di questa settimana.
Il governo si è astenuto dal minacciare i manifestanti, mentre i media del regime hanno evitato di diffondere notizie allarmanti.
Nel frattempo, martedì erano emerse notizie di diversi arresti, in particolare di studenti, ma oggi fonti giornalistiche locali hanno confermato che gli studenti detenuti sono stati rilasciati.
Il rial è scambiato ai minimi storici di circa 1,3 milioni di rial per dollaro statunitense sul mercato, con un calo di circa il 20 per cento nel solo mese di dicembre.
Nella vita quotidiana, gli iraniani indicano i prezzi in toman, un’antica moneta d’oro fuori corso utilizzata prima del 1932 ma ancora carica di valore emotivo, dove un toman equivale a dieci rial, così 100mila rial vengono comunemente chiamati 10mila toman.
Il malcontento è cresciuto a partire dal conflitto di 12 giorni tra Iran e Israele, avvenuto nel giugno 2025. Gli scontri sono iniziati quando Israele ha bombardato strutture militari e nucleari del Paese il 13 giugno, in un attacco a sorpresa che ha ucciso importanti leader militari, scienziati nucleari e politici.
L’Iran ha risposto con oltre 550 missili balistici e più di 1.000 droni kamikaze. Gli Stati Uniti sono intervenuti per intercettare gli attacchi iraniani e hanno lanciato attacchi aerei su tre siti nucleari iraniani il 22 giugno, in una delle offensive statunitensi più dirette sul territorio iraniano da decenni.
Teheran ha reagito lanciando missili contro una base statunitense in Qatar.
Sebbene il 24 giugno sia stato mediato un cessate il fuoco tra Iran e Israele, la pressione negativa sull’economia è proseguita a causa delle sanzioni, delle difficoltà fiscali e dell’instabilità valutaria.
Il fattore scatenante delle attuali proteste è economico, a differenza dei precedenti movimenti incentrati su questioni come l’obbligo dell’hijab.
Il fatto che il terzo giorno di proteste, mercoledì, sia coinciso con il “9 Dey”, anniversario della repressione delle proteste post-elettorali del 2009, ha avuto un peso simbolico e ha spinto ulteriormente i manifestanti.
La comunicazione del regime durante i disordini è stata altalenante.
Alcuni funzionari governativi hanno affermato di “riconoscere il diritto alla protesta”, mentre altri hanno cercato di fare una distinzione tra “manifestanti economici” e presunti “sabotatori”, una distinzione che in passato ha spesso preceduto le repressioni.
Con il potere d’acquisto che si dissolve, cresce rapidamente e in modo esponenziale il numero di persone che sentono di non avere più nulla da perdere.
Questo senso di disperazione ha trovato una potente espressione in un’immagine virale del primo giorno di proteste: un uomo seduto disarmato sull’asfalto, al centro della strada, di fronte alle forze di sicurezza.
L’immagine richiama in modo inquietante quella dell’uomo solo davanti ai carri armati durante le proteste di piazza Tiananmen, mettendo in luce la disperazione e l’umiliazione causate dalla crisi attuale agli iraniani.
Nella cultura iraniana, l’incapacità di provvedere alla propria famiglia comporta un peso emotivo particolarmente forte.
A differenza di molte proteste passate, le autorità non hanno imposto interruzioni generalizzate di internet né tagli ai servizi telefonici nelle prime fasi dei disordini.
Tuttavia, questi segnali non vanno interpretati come prova di un cambiamento strutturale o duraturo. La lunga esperienza delle istituzioni di sicurezza iraniane e dei media statali suggerisce che un ritorno alla repressione resta pienamente possibile.
Video che circolano sui social media, girati in particolare nelle regioni a maggioranza curda, mostrano interventi repressivi e uso della forza, sottolineando l’elevata sensibilità del regime verso i disordini in queste aree.
Nelle dichiarazioni ufficiali, il governo non ha affrontato le cause di fondo dell’insoddisfazione pubblica o la radicata crisi economica dell’Iran.
Molti iraniani sostengono inoltre che i continui investimenti sull’esercito e sulla proiezione di potere nella regione sono andati a scapito dei redditi e della protezione economica dei cittadini comuni.
La maggior parte degli iraniani dipende da salari modesti, che non tengono il passo con l’inflazione, da lavori informali o secondari e da risparmi familiari in progressiva erosione.
I consumi si sono sempre più orientati verso prodotti di produzione nazionale e beni di prima necessità, mentre i prodotti importati, dai medicinali all’elettronica, dal latte artificiale ai pezzi di ricambio, sono diventati proibitivi o mancano del tutto a causa delle restrizioni bancarie e della scarsità di valuta.
Molte famiglie integrano la dieta con prodotti agricoli locali, piccole coltivazioni o reti di sostegno familiare, mentre l’aumento dei costi alimentari ed energetici ha eroso costantemente il potere d’acquisto, spingendo una quota crescente della popolazione verso una condizione di precarietà.
Non è chiaro quale strada sceglierà la leadership iraniana: aprire canali di dialogo per affrontare le rimostranze economiche o tornare ai metodi di repressione già noti.
Un recente avvertimento di Hesameddin Ashena, ex consigliere presidenziale, coglie questo dilemma.
In un post sui social media, ha ammonito che se le autorità “provocano disordini, arriveranno altri disordini”, aggiungendo che continuare a insistere sugli approcci del passato porterebbe inevitabilmente alla rivolta popolare.
“La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth.

“Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno più per noi. L’unica nazione che Cina e Russia temono e rispettano è il presidente degli Stati Uniti” ha scritto Trump.
“Senza il mio coinvolgimento, la Russia avrebbe tutta l’Ucraina in questo momento. Ricordate, inoltre, che io da solo ho messo fine a 8 guerre e la Norvegia, membro della Nato, stupidamente ha scelto di non darmi il Premio Nobel per la Pace. Ma questo non importa! Ciò che conta è che ho salvato milioni di vite”, ha aggiunto Trump.

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| Pagina Visualizzazioni Home page/Archivi 140 La Tavola di Bisanzio 2019 118 India, terremoto di magnitudo… 36 |
A partire da gennaio 2026, le nuove auto immatricolate non seguiranno più i consueti scaglioni fissi stabiliti dalle Regioni.
Sarà, invece, necessario effettuare il primo pagamento entro l’ultimo giorno del mese successivo all’immatricolazione.
Ad esempio, per un veicolo registrato il 2 maggio 2026, il primo bollo sarà dovuto entro il 30 giugno 2026 e la scadenza annuale rimarrà invariata per gli anni successivi. Questo cambiamento mira a rendere le scadenze più chiare e gestibili per tutti i cittadini italiani.

Dal 2026, la possibilità di pagare il bollo in rate mensili o semestrali cesserà per le nuove auto.
Gli automobilisti dovranno quindi effettuare il versamento del tributo in un’unica soluzione annuale. Tuttavia, le Regioni potranno prevedere deroghe per determinate categorie di veicoli, consentendo pagamenti quadrimestrali in casi specifici.
Questa novità sottolinea la centralità delle Regioni nella gestione del tributo, permettendo loro di definire tariffe ed eventuali agevolazioni.
Nonostante le modifiche introdotte, il bollo auto rimarrà un’imposta regionale. Le Regioni continueranno a stabilire le tariffe e la possibilità di agevolazioni o penalizzazione territoriale.
Una decisione particolarmente discussa riguarda i veicoli in fermo amministrativo: contrariamente alle disposizioni attuali, dal 2026 anche questi mezzi saranno soggetti al pagamento del bollo, poiché considerati sotto il possesso del titolare a prescindere dall’utilizzo.
Chi percepisce un reddito personale annuo pari o inferiore a 8.000 euro potrà richiedere l’esenzione dal bollo, completando le formalità necessarie con documentazione ufficiale rilasciata dall’Agenzia delle Entrate.
Inoltre, macchine ibride ed elettriche immatricolate dal 2022 potranno godere dell’esenzione fino a cinque anni, previo invio della domanda ai relativi uffici.
Parallela a queste riforme vi sarà una spinta verso i pagamenti digitali, coinvolgendo sistemi come PagoPA o l’app IO, destinata a rendere più agevoli le transazioni e l’accertamento dei pagamenti, grazie all’integrazione con archivi nazionali collegati alla targa del veicolo piuttosto che al codice fiscale.
Le autovetture già immatricolate prima del 2026 continueranno a seguire le attuali modalità di pagamento a meno di modifiche regionali specifiche. Inoltre, l’importo del bollo auto resterà legato alla potenza in kW e alla classe ambientale, con il tanto discusso “superbollo” sui motori ad alta potenza ancora in vigore.

Una revisione degli studi analizza un’infezione fungina sempre più resistente ai farmaci, che colpisce soprattutto i pazienti più fragili negli ospedali: ecco gli ultimi dati.
Esiste una varietà del fungo comune Candida auris che resiste ai farmaci utilizzati per debellarlo e far guarire i pazienti. La nuova infezione sta preoccupando gli scienziati di tutto il mondo, che si stanno impegnando per una revisione degli ultimi studi e per arrivare a una nuova risposta clinica e sanitaria.
Le infezioni fungine non sono poche nel mondo: ogni anno colpiscono 6,5 milioni di persone, le morti sono superiori nelle percentuali ai pazienti curati con terapia antimicotica.
La Candida è un lievito invasivo che colpisce persone con sistema immunitario debole, per questo è molto pericoloso per la salute.
Gli studiosi hanno scoperto un nuovo comportamento del fungo: la sua resistenza estrema è data dalla capacità di trasformarsi da lievito in una consistenza filamentosa.
Colonizza e aderisce alla pelle umana grazie a delle proteine presenti nella parete cellulare. Su Microbiology and Molecular Biology Reviews, i ricercatori parlano di contagiosità intra- e inter-ospedaliera della nuova forma di C. auris.
Il fungo è dotato anche di pompe di efflusso, questo gli dà resistenza ai farmaci antimicotici che riescono a rimuoverlo ma non a ucciderlo.
Il nuovo fungo è stato scoperto nel condotto uditivo di un paziente in Giappone nel 2009. Questa forma di Candida si è poi diffusa nei Paesi più vicini, partendo dall’India.
Nel 2014 è stato identificato come una grave minaccia per la salute pubblica. La Candida auris è ora presente in 61 Paesi di sei continenti, una nuova revisione è necessaria nonostante dal 2009 ce ne siano state diverse.
Esistono altri modi per debellare un fungo così resistente alle cure?
I ricercatori sono al lavoro per trovare nuove risposte cliniche. “La diagnosi delle infezioni da C. auris è spesso ostacolata da errori di identificazione, che portano a ritardi nell’inizio di una terapia antimicotica appropriata. Nel complesso, questi dati sottolineano la necessità di sviluppare nuovi agenti antimicotici con attività ad ampio spettro contro i patogeni fungini umani, di migliorare i test diagnostici e di sviluppare modalità aggiuntive basate su immunità e vaccini per il trattamento dei pazienti ad alto rischio”, una parte della risposta degli studiosi nella revisione.
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Dopo aver giurato sul Corano durante la cerimonia di insediamento il sindaco di New York Zohran Mamdani ha revocato una serie di misure emanate dal suo predecessore Eric Adams contro l’antisemitismo.
Tra queste l’ordinanza per adottare la definizione della parola fatta dall’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra), che equipara alcune forme di critica a Israele, come l’opposizione al carattere etnicamente ebraico dello Stato, all’antisemitismo.
Ma non basta. Il primo sindaco islamico della Grande Mela ha revocato anche il provvedimento che impedisce ai dipendenti e alle agenzie comunali di boicottare o disinvestire da Israele.
E un altro che dava alla polizia di New York l’incarico di regolamentare le attività di protesta in prossimità dei luoghi di culto, dopo le manifestazioni davanti ad una sinagoga dell’Upper East Side che avevano suscitato accuse di antisemitismo.
Misure «irresponsabili» e pericolose, secondo il ministero degli Esteri israeliano, che su X ha accusato il sindaco di gettare «benzina antisemita sul fuoco».
Protestano anche diverse organizzazioni ebraiche, tra cui la Federazione UJA di New York e il Consiglio dei rabbini di New York, che in una dichiarazione hanno affermato che venivano annullate «significative protezioni contro l’antisemitismo».
Attacca il primo cittadino anche Inna Vernikov, consigliera comunale repubblicana di Brooklyn, che sui social parla della revoca di una misura volta a «proteggere dalla discriminazione gli ebrei che credono nell’autodeterminazione».
E poi ha aggiunto: «Gli antisemiti filo-Hamas incoraggiati» dal sindaco «stanno arrivando!».
Mamdani, in una conferenza stampa, ha assicurato che alcune organizzazioni ebraiche della città condividevano le sue preoccupazioni riguardo all’ampliamento della definizione del termine.
«Quello che faremo è rispettare concretamente il nostro impegno a proteggere gli ebrei newyorkesi», ha assicurato, sottolineando il fatto di aver mantenuto l’ufficio per la lotta all’antisemitismo: «È una questione che prendiamo molto sul serio».
I primi passi del sindaco sono stati commentati anche in Italia. Il presidente dei senatori di Forza Italia Maurizio Gasparri ha definito preoccupante il suo esordio: «Giura sul Corano, inneggia all’economia collettiva e attacca l’economia privata, ma soprattutto rivede le dichiarazioni di principio contro l’antisemitismo: pensare che una delle metropoli del mondo occidentale e democratico sia in queste mani fa davvero riflettere».
È d’accordo Ivan Scalfarotto, senatore e responsabile Esteri di Italia Viva: «Mamdani aveva promesso trasporti gratis per tutti e supermercati comunali scrive su X. Il suo primissimo atto da sindaco di New York è stato invece indebolire le misure contro l’antisemitismo. È un segnale preoccupante: per una certa sinistra, colpire in modo selettivo la comunità ebraica sembra contare più delle politiche sociali con cui si sono vinte le elezioni».
Il nuovo anno si è aperto con un’escalation militare in Ucraina. Secondo il presidente Volodymyr Zelensky, nella notte di Capodanno almeno duecento droni hanno colpito diverse aree del Paese.

Sul fronte opposto, le autorità filo-russe che controllano parte della regione di Kherson accusano Kiev di aver attaccato con un drone un hotel, provocando la morte di almeno 24 civili.
Un bilancio che, se confermato, rappresenterebbe uno degli episodi più gravi delle ultime settimane.
Da Russia arriva l’annuncio di un nuovo fronte diplomatico. Le autorità russe sostengono di essere pronte a fornire agli Stati Uniti prove su un presunto attacco ucraino alla residenza del presidente Vladimir Putin.

Un’accusa che Kiev ha respinto, mentre fonti dell’intelligence occidentale, secondo indiscrezioni, avrebbero escluso un coinvolgimento diretto ucraino.
Nel suo messaggio di fine anno, Putin ha ribadito il sostegno alle truppe russe, affermando che la leadership del Paese confida nella loro azione e nella vittoria.
Parallelamente al conflitto sul campo, Kiev prova a rilanciare il dossier diplomatico. Nel discorso di Capodanno, Zelensky ha dichiarato che un possibile accordo di pace con Mosca sarebbe “pronto al 90%”.
Il presidente ucraino ha annunciato una serie di incontri ravvicinati: il 3 gennaio una riunione in Ucraina con i consiglieri per la sicurezza nazionale di Paesi europei, rappresentanti della NATO e un collegamento con gli Stati Uniti; il 5 gennaio un vertice dei capi di stato maggiore; infine, il 6 gennaio un incontro a livello di leader della cosiddetta Coalizione dei Volenterosi.
Sul terreno, tuttavia, le ostilità proseguono: le autorità ucraine hanno denunciato anche un raid russo nella regione di Kherson che avrebbe causato un morto e tre feriti, confermando un inizio d’anno segnato ancora dalla guerra.
Mentre si avvicina la fine dell’anno, ma purtroppo non quella della guerra in Ucraina, dopo l’ennesima prova di irresolutezza degli europei: l’opzione (o la speranza) che una mediazione della Cina possa finalmente sbloccare il conflitto.
Non è né un’opzione né una speranza, in verità: è un mito che si aggira per l’Europa dove troppe analisi sono confuse, e l’antiamericanismo genera illusioni di ogni sorta.
Una di queste illusioni riguarda proprio il possibile ruolo della Cina come superpotenza portatrice di pace. Qui vi propongo una lettura illuminante. Un esperto di questioni strategiche, Seth Jones, mette in chiaro (e in cifre) la solidità dell’alleanza tra Xi Jinping e Putin.
Senza il sostegno incondizionato della Cina, lo Zar non avrebbe avuto i mezzi per questa guerra ormai lunga quattro anni, costosissima per l’economia russa.

E il sostegno della Cina non è solo economico, tecnologico, finanziario: è militare. Xi ha fatto una scelta di campo.
La guerra in Ucraina gli ha creato qualche problema con l’Occidente, ma gli ha arrecato dei benefici consistenti: per alcuni anni ha distratto almeno in parte il Pentagono, ha ridotto gli arsenali americani. La cooperazione militare con Mosca è stata funzionale a uno sforzo di modernizzazione bellica e riarmo congiunto.
Ecco l’analisi pubblicata sul Wall Street Journal: «Cina e Russia rafforzano la loro alleanza “senza limiti”. Xi e Putin hanno le loro divergenze, ma sono uniti dal desiderio di indebolire l’America» di Seth G. Jones del 18 dicembre 2025.
«Cina e Russia stanno approfondendo la loro cooperazione e intraprendono azioni aggressive con conseguenze profonde per gli Stati Uniti.
Il 9 dicembre, bombardieri e altri velivoli cinesi e russi hanno sorvolato aree vicino al Giappone e alla Corea del Sud, costringendo Stati Uniti e Giappone a far decollare in emergenza caccia e bombardieri.
L’episodio è l’ultimo esempio di un asse Cina-Russia sempre più audace. Pechino e Mosca considerano l’America il loro principale nemico e puntano ad ampliare il proprio potere a spese degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Xi Jinping e Vladimir Putin sono profondamente “revisionisti” (in inglese questo aggettivo indica potenze che vogliono “rivedere”, ma nel senso di trasformarli radicalmente a loro vantaggio, i rapporti di forze, le gerarchie, l’ordine mondiale) e vogliono ristabilire in qualche forma le storiche sfere imperiali cinese e russa.
Hanno più volte sottolineato che la loro partnership non ha “limiti” e si sono incontrati di persona oltre quaranta volte.
Il commercio di armamenti è una delle molte aree in cui la cooperazione si è intensificata. Dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, nel febbraio 2022, la Cina ha aumentato le esportazioni verso Mosca di quelli che vengono definiti “articoli ad alta priorità”: un insieme di 50 beni a duplice uso (civile-militare) che comprendono microchip, macchine utensili, radar e sensori di cui la Russia ha bisogno per sostenere lo sforzo bellico.
Mentre la Russia non ha la capacità di produrre molti di questi beni in quantità sufficienti, il vasto settore manifatturiero cinese è in grado di realizzarli su larga scala.
Le esportazioni cinesi hanno aiutato la Russia a triplicare, tra il 2023 e il 2024, la produzione dei missili balistici Iskander-M, utilizzati per colpire duramente le città ucraine.
Nel 2024 la Cina ha rappresentato il 70 per cento delle importazioni russe di perclorato di ammonio, un ingrediente essenziale per il carburante dei missili balistici.
Pechino ha inoltre fornito alla Russia scafi di droni, batterie al litio e cavi in fibra ottica, componenti cruciali per i droni a fibra ottica impiegati in Ucraina, in grado di eludere le contromisure di guerra elettronica.
Anche la Cina trae vantaggio da questa cooperazione. La Russia ha probabilmente contribuito allo sviluppo del sottomarino cinese di nuova generazione Type 096, a propulsione nucleare e armato con missili balistici, fornendo assistenza su un sistema di propulsione avanzato.
Documenti trapelati indicano inoltre che la Russia ha accettato di vendere alla Cina equipaggiamenti utilizzabili in un’eventuale invasione di Taiwan, tra cui veicoli anfibi leggeri, cannoni anticarro semoventi, mezzi corazzati da trasporto per truppe aviotrasportate e sistemi di paracadute speciali per il lancio dall’alta quota di carichi pesanti.
Cina e Russia hanno anche ampliato la portata e la frequenza delle esercitazioni e delle missioni di addestramento congiunte.
Tra il 2017 e il 2024 hanno condotto circa cento esercitazioni militari congiunte in aree sempre più vaste, che includono Asia, Europa, Medio Oriente, Artico e Africa.
Hanno effettuato numerose missioni di addestramento, comprese otto missioni congiunte di bombardieri tra il 2019 e il 2024. Nel luglio 2024, Cina e Russia hanno fatto volare rispettivamente bombardieri a lungo raggio Xi’an H-6 e Tu-95 Bear in una pattuglia congiunta al largo delle coste dell’Alaska.
I due Paesi hanno tenuto esercitazioni navali con fuoco reale nel Mar Cinese Meridionale e hanno frequentemente effettuato voli e navigazioni congiunte vicino a Taiwan, al Giappone e alla Corea del Sud.
Pechino e Mosca stanno rafforzando la cooperazione tra le rispettive basi industriali della difesa.
Hanno firmato accordi relativi al trasferimento di tecnologie spaziali e di difesa missilistica e hanno incrementato la cooperazione tra i loro sistemi di navigazione satellitare BeiDou e Glonass.
In futuro, la Russia potrebbe aiutare la Cina a sviluppare sistemi di allerta missilistica terrestri e spaziali, che aumenterebbero l’efficacia delle attuali difese missilistiche cinesi e lo sviluppo di nuove capacità.
Al di fuori dell’ambito militare, i due Paesi hanno rafforzato i legami economici e tecnologici.
Il commercio tra Cina e Russia ha raggiunto circa 245 miliardi di dollari nel 2024, rispetto ai 190 miliardi del 2022. La Cina è il principale partner commerciale della Russia dal 2014. Pechino dipende da Mosca per le forniture di petrolio e gas, che ora rappresentano circa il 75 per cento delle importazioni energetiche cinesi.
Non mancano le divergenze tra i due Paesi, come accade in tutte le amicizie. I leader cinesi hanno espresso preoccupazione per il rafforzamento delle relazioni militari tra la Russia e la Corea del Nord, che probabilmente porterà a un potenziamento delle capacità missilistiche di Pyongyang.

Pechino si è mostrata riluttante ad aiutare la Corea del Nord nel suo programma nucleare, mentre la Russia lo sta sostenendo attivamente.
Tuttavia, la direzione di marcia è chiara. Cina e Russia si stanno avvicinando sempre di più sul piano politico, militare ed economico. Il loro obiettivo è scalzare gli Stati Uniti.

Invece di delineare una strategia per contrastare questo asse di regimi autoritari, la Strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump ha minimizzato la gravità della minaccia. I funzionari dell’amministrazione devono comprendere che l’accondiscendenza verso i dittatori non farà che rafforzarli».
Il ministro degli Esteri del Governo di Transizione siriano Asaad al-Shaibani e il ministro della Difesa Murhaf Abu Qasra hanno discusso a Mosca le modalità per sviluppare un partenariato tecnico-militare bilaterale con il presidente russo Vladimir Putin, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa siriana Sana, citata dall’agenzia russa Tass che specifica che “l’ufficio stampa del Cremlino non ha ancora riferito di tali contatti”.

“La cooperazione in materia di difesa con la Russia mira a rafforzare la sicurezza e la stabilità in Siria e in tutta la regione del Medio Oriente”, si legge nel rapporto.
I colloqui si sono concentrati sul “rafforzamento della capacità difensiva dell’esercito siriano attraverso la modernizzazione dell’equipaggiamento militare e l’introduzione di sviluppi moderni, nonché il trasferimento di esperienza tecnico-militare”, ha affermato l’agenzia.
“Particolare enfasi è stata posta sulla natura strategica della cooperazione nel complesso militare-industriale” aggiunge la Sana.
Nel discutere dei recenti eventi regionali e globali, le parti hanno sottolineato “l’importanza del coordinamento politico e diplomatico tra Damasco e Mosca nei forum internazionali”, secondo il rapporto.
L’incontro ha discusso le prospettive di espansione dei legami commerciali ed economici tra i due Paesi, i progetti per il ripristino e lo sviluppo delle infrastrutture economiche e l’attrazione di investimenti in Siria, ha affermato l’agenzia.
“L’espansione del commercio bilaterale e delle partnership con la Russia mira ad avere un impatto positivo sull’economia siriana e a contribuire al miglioramento del tenore di vita della popolazione”, si legge nel rapporto.
È una notte di guerra totale tra Russia e Ucraina. Mosca lancia un attacco combinato di missili e droni su gran parte del territorio ucraino, facendo scattare l’allarme aereo in tutte le regioni, da Kiev all’ovest del Paese.

Le difese aeree entrano in azione mentre si registrano blackout e danni alle infrastrutture.
Sul fronte opposto, la Russia denuncia raid con droni ucraini e colpi a impianti strategici.

I
l presidente Volodymyr Zelensky accusa Mosca di deportazioni di civili, inclusi bambini, mentre Donald Trump parla di negoziati ancora in corso ma segnati da un “odio profondo” tra le parti.

La Russia ha schierato sul campo di battaglia uno dei suoi sistemi d’arma militari più recenti e pericolosi. Almeno questo è quanto ha affermato il Ministro della Difesa russo Andrei Belousov durante una recente riunione del consiglio di amministrazione del ministero.
Secondo Belousov, il tanto decantato sistema di difesa aerea S-500 “Prometheus” di Mosca è stato schierato per la prima volta.
“Il primo reggimento equipaggiato con l’esclusivo sistema missilistico di difesa aerea S-500, in grado di colpire obiettivi nello spazio vicino, è entrato in servizio operativo”, ha dichiarato Belousov, secondo una traduzione dei suoi commenti dal sito web di notizie militari ucraino Militarnyi. Il ministro della Difesa russo non ha fornito ulteriori dettagli sull’impiego del sistema.
Non è noto se l’S-500 sia stato inviato a proteggere risorse militari chiave in Ucraina o se il sistema sia utilizzato in patria. Tuttavia, ciò ha molto senso, poiché l’S-500 sarebbe un obiettivo importante per l’Ucraina.
Tuttavia, non è chiaro in che modo questo avanzato sistema di difesa aerea possa fare la differenza nella guerra in corso. Si sa molto poco dell’S-500.
Il suo sviluppo è iniziato nel 2002 come progetto intrapreso dalla Almaz-Antey Aerospace Defense Corporation ed è entrato in servizio nell’esercito russo nel 2021. Tuttavia, nonostante sia attivo da diversi anni, Mosca non ha divulgato alcun dettaglio sulle capacità del sistema di difesa aerea, al di là di ciò per cui è stato progettato.
Secondo Militarnyi, i funzionari russi hanno affermato che l’S-500 è stato progettato per intercettare missili balistici a medio raggio e intercontinentali durante la loro fase terminale di volo, ma altri rapporti hanno sottolineato che il sistema è stato sviluppato per colpire posti di comando aviotrasportati, aerei che trasportano missili di difesa aerea e satelliti in orbita bassa.
“Un obiettivo chiave dello sviluppo è stata l’integrazione del sistema S-500 e dei suoi missili 77N6-N e 77N6-N1 con il sistema di difesa missilistica stazionario A-135 Amur, utilizzato per proteggere Mosca dalle minacce dei missili balistici”, ha spiegato Militarnyi. “Le specifiche precise del sistema non sono note al pubblico”, ha aggiunto l’agenzia di stampa militare.
Militarnyi ha anche sottolineato che alcuni analisti militari occidentali hanno ipotizzato che se gli sforzi di integrazione della Russia dovessero portare a un alto grado di integrazione, allora i suoi intercettori 77N6-N potrebbero essere in grado di ingaggiare missili balistici nemici a distanze e altitudini superiori a 100 chilometri.
“In definitiva, l’introduzione dell’S-500 in combattimento rafforza il livello superiore della difesa aerea e missilistica integrata della Russia e aggiunge complessità a qualsiasi potenziale campagna di attacco di alto livello contro il territorio russo”, ha riportato Army Recognition. “Il suo reale impatto sul campo di battaglia, tuttavia, sarà determinato dalla scala di produzione, dall’integrazione operativa e dalle prestazioni in condizioni contestate”, ha aggiunto l’agenzia.

L’influenza e i virus respiratori stringono la morsa sull’Italia e continuano a crescere: “L’incidenza totale delle infezioni respiratorie acute nella comunità nella settimana dall’8 al 14 dicembre secondo il rapporto della sorveglianza RespiVirNet, pubblicato oggi dall’Istituto superiore di sanità (Iss) è stata pari a 14,7 casi per 1.000 assistiti contro i 12,4 del bollettino precedente, in aumento rispetto alla settimana precedente come atteso per il periodo.
Sono stati stimati circa 817mila nuovi casi, con un totale dall’inizio della sorveglianza di circa 4,9 milioni di casi”.
L’incidenza più elevata si continua a osservare, come di consueto, nella fascia di età 0-4 anni, con circa 42 casi per 1.000 assistiti. Nella settimana 2025-50, sia nella comunità che nel flusso ospedaliero si registra per influenza un alto tasso di positività (36% e 40.4% rispettivamente vs 25.3% e 28.8%).
L’intensità è molto alta in due regioni, Campania e Sardegna, ed è alta in Sicilia.
Mentre risulta media in Abruzzo, Emilia Romagna, Veneto, Lombardia, Piemonte, Valle D’Aosta e Provincia di Bolzano e bassa in tutte le altre, ad eccezione del Molise in cui è a livello basale.
“La campagna vaccinale antinfluenzale e anti-Covid procede con risultati incoraggianti, ma non è il momento di rallentare, l’ultimo dato disponibile (sistema di sorveglianza RespiVirNet) ci dice infatti che sono circa 700.000 gli italiani finiti a letto a causa di virus respiratori, con un totale dall’inizio della sorveglianza di circa 4 milioni di casi”.
A parlare è Tommasa Maio, responsabile nazionale Area Vaccini della Fimmg, che oltre a commentare i dati su influenza e Covid segnala anche un potenziale campanello d’allarme: “Sempre il sistema di sorveglianza ci dice che nel flusso ospedaliero (quindi i pazienti piu’ gravi), i più colpiti per SARS-CoV-2 e influenza sono nella fascia di eta’ over 65”.
“Nella comunità e nel flusso ospedaliero la percentuale di virus A (H3N2) risulta ampiamente maggiore rispetto ai virus A (H1N1)pdm09″, si segnala nel rapporto RespiVirNet diffuso oggi dall’Istituto superiore di sanità (Iss).
“Ad oggi nessun campione è risultato essere positivo per influenza di tipo A ‘non sottotipizzabile’ come influenza stagionale, che potrebbe essere indicativo della circolazione di ceppi aviari”, continuano gli esperti.
Quanto alla presenza del nuovo ceppo di ‘super influenza‘, “le analisi di sequenziamento condotte sul gene HA di virus influenzali A H3N2 attualmente circolanti in Italia evidenziano che nell’ambito del più ampio clade 2a.3a.1, il subclade K è nettamente prevalente”, spiega l’Iss che però precisa: “I dati epidemiologici finora disponibili indicano che non si osserva un aumento nella severità delle manifestazioni cliniche”.
Nell’ambito di questi campioni analizzati, 91 (2,6%) sono risultati positivi per Virus respiratorio sinciziale, 86 (2,4%) per Sars-CoV-2 e i rimanenti sono risultati positivi per altri virus respiratori: 269 (7,6%) rhinovirus, 89 (2,5%) coronavirus umani diversi da Sars-CoV-2, 64 (1,8%) virus parainfluenzali, 62 (1,7%) adenovirus, 21 bocavirus e 12 metapneumovirus.
Nelle ultime settimane c’è attenzione alla variante K del ceppo H3N2 che si sta dimostrando molto insidiosa e diffusiva.
Maio, sottolinea però che la fiducia nelle vaccinazioni sta risalendo e che molte persone si stanno proteggendo prima e più dello scorso anno, soprattutto tra fragili e soggetti a rischio.
Nonostante in molte regioni le coperture stiano facendo toccare punte record rispetto agli anni precedenti, restano margini importanti di miglioramento: tra gli over 65 la copertura è ancora distante dagli obiettivi raccomandati, e l’invito è a intensificare gli sforzi prima del picco stagionale.
L’attenzione deve restare alta perchè influenza e Covid continuano a rappresentare un rischio concreto per anziani, fragili e pazienti cronici.
Il Covid circola ancora, spesso sottostimato per l’uso dei test fai-da-te, e la co-circolazione dei virus respiratori aumenta la probabilita’ di complicanze e co-infezioni. Vaccinarsi contro influenza e Covid significa ridurre ricoveri evitabili, proteggere i familiari piu’ vulnerabili e alleggerire la pressione sui servizi sanitari nei mesi piu’ critici.
Maio evidenzia il ruolo decisivo dei medici di famiglia, in prima linea non solo negli ambulatori ma anche a domicilio per i pazienti fragili, e capaci di convincere chi esita grazie al rapporto fiduciario costruito nel tempo.

L’appello ai cittadini, in particolare anziani, fragili, cronici, donne in gravidanza e caregiver, l’invito è a “vaccinarsi ora: farlo prima del picco riduce i rischi durante le settimane più esposte, anche nel periodo delle feste”.
La Federazione dei medici di medicina generale richiama inoltre le differenze territoriali: la campagna non procede ovunque alla stessa velocità e nelle aree più indietro occorre rafforzare logistica, disponibilità e comunicazione, per evitare che intere fasce di popolazione restino scoperte.
Infine, la Fimmg ricorda che non esiste un termine per la campagna, così da permettere anche a chi non si è ancora vaccinato di farlo nei prossimi giorni o nelle settimane successive.
“Abbiamo fatto molta strada conclude Maio ma dobbiamo continuare insieme, medici e cittadini, per non perdere il vantaggio guadagnato e attraversare l’inverno in maggiore sicurezza”.

Viktor Orbán è intervenuto domenica al “Raduno della pace” dei “Circoli civili digitali”, una rete di gruppi di simpatizzanti del paritto Fidesz.
Il premier ungherese per la prima volta dopo 15 anni di potere si trova ad affrontare una vera e propria resistenza alle prossime elezioni, e la sua campagna elettorale sottolinea la sua esperienza in politica internazionale.
Parlando alla quinta tappa del suo “Country Tour” nella città meridionale di Szeged, si è rivolto ai sostenitori sulla politica estera dell’Ungheria.
“Il crollo dell’Ucraina sarebbe un disastro per l’Ungheria. Quindi il crollo dell’Ucraina non è solo nell’interesse dell’Ungheria, ma dobbiamo fare molto per evitare che accada“, ha detto Orbán e ha aggiunto: “La gente di campagna e gli speculatori immobiliari capiscono perfettamente che il valore del proprio pezzo di terra è influenzato non solo dalle condizioni di quel terreno, ma anche dalle condizioni del pezzo di terra vicino, e anche da chi ci vive”.
Orbán ha anche detto che l’Ucraina dipende dall’Ungheria per il 44% dell’elettricità e il 56% del gas naturale che consuma, aggiungendo che una parte significativa di questa energia proviene da fonti russe.
Venerdì, Orbán aveva commentato l’invasione russa dell’Ucraina affermando che “è difficile dire chi ha attaccato chi”, una dichiarazione che si discostava dal consenso internazionale prevalente sulla guerra.
Nel discorso di sabato, il premier ungherese ha ribadito la sua posizione secondo cui fornire assistenza all’Ucraina nella guerra contro la Russia contribuisce a prolungare il conflitto e, a suo avviso, non serve gli interessi dell’Ucraina.

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Dopo l’Ucraina, la Russia attaccherà la Polonia. E’ l’allarme che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky fa scattare a Varsavia, nell’incontro con il presidente polacco Karol Nawrocki.
“A volte ci sono momenti difficili nelle nostre società, ma come presidenti dobbiamo definire politiche che ci mantengano uniti. Senza la nostra indipendenza, Mosca si spingerà inevitabilmente più in là in Europa e prenderà la Polonia”, dice Zelensky.
Secondo il presidente ucraino, i colloqui tra i due leader si sono concentrati su questioni legate alla guerra. Kiev ha proposto consultazioni con Varsavia sulla difesa con i droni, dopo che nell’ultimo anno velivoli russi senza pilota sono entrati più volte nello spazio aereo della Nato.
In conferenza stampa, Nawrocki sottolinea che il suo incontro con Zelensky è “una cattiva notizia per la Russia”. “La visita del presidente Volodymyr Zelensky è la prova che nelle questioni strategiche e di sicurezza, Polonia, Ucraina e i paesi della regione sono uniti”, aggiunge.
Il quadro delineato da Zelensky comprende un altro elemento che rappresenta una minaccia per l’Ucraina e in generale per l’Europa: il dispiegamento dei missili Oreshnik russi in Bielorussia è quasi completato. Il missile ipersonico a medio raggio Oreshnik può essere armato con testate multiple sia nucleari che convenzionali.
“Capiamo dove vengono dispiegati. Stiamo condividendo questa informazione con i nostri partner. I partner possono valutare da soli questa minaccia e capire come rispondere. Abbiamo precedentemente avvertito i nostri partner europei e americani che la Russia avrebbe dispiegato Oreshnik sul territorio della Bielorussia”, dice il presidente ucraino in un post.

“Abbiamo mostrato il raggio operativo degli Oreshnik che pongono una minaccia a diversi Paesi europei, fra cui Polonia, Germania e altri”, ha sottolineato, precisando che “al momento gli Oreshnik non possono essere intercettati dai droni”.
I russi “hanno già usato gli Oreshnik contro l’Ucraina. Sappiamo come contrastare questa minaccia. Abbiamo chiesto ai nostri partner di imporre sanzioni a compagnie in Europa e in altri continenti che forniscono componenti usabili per gli Oreshnik attraverso Paesi terzi.
Ma non sono state fino a ora imposte. Per il momento crediamo che la Russia continuerà a produrre tali missili. Sappiamo anche quanti”.

I report dell’intelligence statunitense continuano ad avvertire che il presidente russo Vladimir Putin intende conquistare l’intera Ucraina e reclamare parti dell’Europa che appartenevano all’ex impero sovietico.
A scriverlo è Reuters online citando sei fonti vicine all’intelligence Usa. Secondo quanto riferito, i report il più recente risale a fine settembre presentano “un quadro nettamente diverso” da quello dipinto da Donald Trump e dai suoi negoziatori, secondo i quali il presidente russo intende porre fine al conflitto, e contraddicono anche le smentite del leader russo in merito alle accuse di rappresentare una minaccia per l’Europa.
Le conclusioni dell’intelligence Usa “sono in gran parte in linea con le opinioni dei leader europei e delle agenzie di spionaggio”, secondo cui Putin ambisce a tutta l’Ucraina e ai territori degli ex stati del blocco sovietico, compresi i membri della NATO, secondo le fonti.
“L’intelligence ha sempre dimostrato che Putin vuole di più”, ha dichiarato Mike Quigley, membro democratico della Commissione Intelligence della Camera, in un’intervista alla Reuters.
“Gli europei ne sono convinti. I polacchi ne sono assolutamente convinti. I Paesi Baltici pensano di essere i primi”.
La Russia controlla circa il 20% del territorio ucraino, compresa la maggior parte di Lugansk e Donetsk, parti delle regioni di Zaporizhzhia e Kherson e l’intera Crimea.
Putin rivendica quest’ultima e tutte e quattro le province come appartenenti alla Russia. Trump sta facendo pressione su Kiev affinché ritiri le sue forze dalla piccola parte di Donetsk ancora sotto il suo controllo, come parte di una proposta di accordo di pace.
Ieri Putin, sebbene abbia dichiarato di essere pronto a discutere di pace, ha affermato che le sue condizioni dovranno essere rispettate rivendicando che le sue forze sono avanzate di 6.000 chilometri quadrati quest’anno.

L’Ucraina è pronta a rinunciare alle richieste di adesione alla Nato in cambio di garanzie di sicurezza degli Stati Uniti e dell’Europa.
Ad annunciarlo è stato il presidente ucraino Volodymyr Zelensy, a poche ore dall’incontro a Berlino con gli inviati di Donald Trump, a quanto riporta il Financial Times che ha avuto una conversazione con il leader ucraino su WhatsApp, insieme ad altre testate.

Zelensky ha ammesso che è improbabile che l’Ucraina entri a far parte della Nato ma anche ricordato che Kiev ha ancora bisogno di garanzie simili alla clausola dell’articolo 5 della Nato sulla protezione reciproca per qualsiasi membro sotto attacco.
“Stiamo parlando di garanzie di sicurezza bilaterali tra l’Ucraina e gli Stati Uniti, ovvero garanzie simili all’articolo 5”, ha spiegato, “nonche’ garanzie di sicurezza dai nostri partner europei e di altri paesi come il Canada, il Giappone e altri”.
Questo, ha tenuto a sottolineare, “è già un compromesso per quanto ci riguarda”. Zelensky ha poi spiegato che l’Ucraina non ha ancora ricevuto una risposta da Washington alle proposte riviste inviate all’inizio di questa settimana, dopo le consultazioni con i leader europei.

L’incubo cinese è tutto nei numeri. O meglio, in una singola cifra che fotografa impietosamente il futuro del gigante d’Oriente: 1,0.
La virgola, a dividere l’uno dal nulla, è necessaria soltanto perché parliamo del tasso di fecondità per donna che in questa fine di 2025 è crollato oltre ogni più cupa previsione. Un figlio in media per donna in un Paese di un miliardo e 400 milioni di anime significa che non si raggiunge il minimo indispensabile per rimpiazzare i decessi e, dunque, la popolazione ha imboccato l’autostrada per il declino.
Le statistiche non hanno sentimenti. E nemmeno affiliazioni politiche. La Cina non è certo l’unico Paese del mondo avanzato a combattere contro la denatalità.
L’Italia, per esempio, ha toccato il (suo) fondo con 1,18 figli per donna.
Il Giappone, vicino e rivale della Cina, è a 1,16.
Numeri molto prossimi che stimolano nei governi politiche diversissime. Se in Occidente si sono aperte le porte all’immigrazione per provare a sanare i buchi attuali e futuri nelle scuole e nelle fabbriche (e soprattutto nella previdenza).
In Oriente si pensa in modo differente: per ragioni storiche e sociali le porte agli stranieri (a un gran numero di stranieri da accogliere e integrare) restano chiuse.
La premier giapponese non se ne fa un cruccio: «Meglio un Giappone più “piccolo” ma omogeneo e coeso», ha detto di recente a chi le chiedeva lumi sulle possibili politiche di assorbimento di lavoratori dall’estero.
La Cina mantenendo la stessa nozione di «identità etnica» esclusiva ha sfoderato i possibili rimedi sulla falsariga delle campagne collettive passate.
Se è vero che gran parte del problema di oggi è dovuto alla politica del figlio unico introdotta nel 1979 da Deng Xiaoping per evitare l’eccessivo accrescimento della popolazione, aumento che vanificava la corsa del Pil, oggi paradosso imprevedibile è proprio la ricchezza raggiunta in soli quattro decenni ad avere appiattito «naturalmente», come in ogni economia matura, il desiderio di fare figli.
Così, nel 2015 Pechino ha finalmente permesso alle coppie di fare due figli. Ma niente: i due figli sono restati nel mondo dei desideri. Quindi nel 2021 si è passati a tre figli per coppia. E infine: parto libero. Soltanto che i cinesi hanno continuato per la loro strada: un figlio (o nessuno) e concentrarsi su lavoro, carriera, vita privata.
Un unicum nella Storia millenaria dell’Impero Celeste, dove fino al Dopoguerra gli uomini facoltosi potevano permettersi un numero illimitato di mogli e, dunque, figli. Un Paese che con Mao, come nell’Italia di Mussolini, teorizzava che «il numero è potenza».
Oggi, la politica prova a far cambiare idea ai giovani cittadini con incentivi e… tasse.
I primi sono veri e proprio voucher destinati a chi si sposa: soldi contanti per stimolare la ritrosia verso il «sì» ufficiale (i figli fuori dal matrimonio sono tuttora un tabù); facilitazioni nelle iscrizioni dei bambini negli asili nido; congedi per la gravidanza.
Le seconde sono un po’ più farraginose da comprendere, eppure saranno legge a partire dal 1° gennaio 2026, quando l’Iva su profilattici e pillola anticoncezionale abolita nel 1993 sarà reintrodotta, al 13%. L’idea: rendere più difficile l’acquisto di questi strumenti «antisociali».
Il cerchio, insomma, si è chiuso. Ma i risultati si faranno attendere o comunque saranno ben diversi da quello che sperano i dirigenti. «Se un giovane si legge su Weibo, il Twitter cinese non ha soldi per un condom, o per la pillola, difficile ne abbia per crescere un figlio».
L’anno scorso, 6,1 milioni di coppie si sono registrate per sposarsi (nel 2023: 7,68).
E la gran parte di loro, dicono le statistiche, avrà un solo figlio. Tasse o non tasse.

Le modifiche introdotte da Donald Trump alla strategia per la sicurezza nazionale statunitense stanno producendo le prime importanti reazioni internazionali.
Il Cremlino le interpreta come un possibile segnale di avvicinamento fra Washington e Mosca su un eventuale accordo di pace riguardante l’Ucraina.
Il portavoce Dmitrij Peskov, citato dalla Tass, ha sostenuto che gli orientamenti del nuovo documento, critici verso l’Europa e segnati dall’allarme sul rischio di “cancellazione della civiltà”, risultano “in gran parte coerenti con la nostra visione”.
Da qui l’aspettativa che tali cambiamenti possano offrire “una modesta garanzia” per “continuare in modo costruttivo il lavoro congiunto per trovare una soluzione pacifica in Ucraina”.
Parallelamente, l’inviato speciale uscente del presidente Trump per l’Ucraina, Keith Kellogg, ritiene che i negoziati per mettere fine alla guerra siano “davvero vicini”.
Intervenendo alla Ronald Reagan Presidential Library and Museum di Simi Valley, in California, Kellogg ha precisato che gli sforzi diplomatici si trovano “negli ultimi 10 metri”, la fase più complessa di qualsiasi trattativa.
A suo giudizio, il confronto si concentra su due dossier decisivi: il destino della regione del Donbass e la centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, sotto controllo russo.
“Se risolviamo queste due questioni, penso che il resto si risolverà abbastanza bene”, ha dichiarato.
“Ci siamo quasi, siamo davvero, davvero vicini”. Kellogg ha inoltre definito “orribile” la portata delle perdite umane provocate dal conflitto, stimando oltre 2 milioni tra morti e feriti nei due eserciti dall’inizio della guerra, pur ricordando che né Mosca né Kiev diffondono dati attendibili e verificabili.
Al momento la Russia controlla circa il 19,2 per cento del territorio ucraino: l’intera Crimea annessa nel 2014, tutta la regione di Lugansk, oltre l’80 per cento di Donetsk, circa il 75 per cento di Kherson e Zaporizhzhia e porzioni delle regioni di Kharkiv, Sumy, Mykolaiv e Dnipropetrovsk.
Una realtà territoriale che continua a condizionare qualsiasi negoziato.

Affrontiamo pericoli reali e duraturi. La Russia continua la sua brutale guerra contro l’Ucraina, prendendo sempre più di mira la sua popolazione e le sue infrastrutture critiche.
Con l’arrivo dell’inverno, la Russia sta anche dimostrando un comportamento sempre più sconsiderato nei confronti della Nato, violando il nostro spazio aereo, conducendo attacchi informatici e schierando navi spia per mappare le infrastrutture sottomarine degli alleati: questi incidenti sottolineano la necessità di una vigilanza costante.”
Lo ha detto il segretario generale della Nato, Mark Rutte, al termine della ministeriale esteri.