In una settimana dove mi è toccato un assurdo hackeraggio sui miei social (e conseguente perdita di ogni contenuto), ricorre l’anniversario del Duca Bianco che ci lasciava giusto una decade fa; tra gli inevitabili riascolti e la conferma che Moonage Daydream è un ottimo documentario, ho pensato di rispolverare un mio personale omaggio scritto a cinque giorni dalla morte, finito poi su una fanzine cartacea che aveva già fatto il suo tempo…
Era la fine del marzo 1997, durante i giorni di Pasqua di quell’anno. In tv passava il video di Little wonder e fu in quel momento che scoprii David Bowie, uomo e artista decisamente insolito da tutti coloro che potevo conoscere a 8 anni. Aveva raggiunto da poco i cinquanta e già rimanevo sorpreso da quel suo look così giovanile e trasgressivo, come dal mood futuribile e contemporaneo di Earthling, uscito nelle settimane in cui lo venne a presentare anche a Sanremo, quando il festival poteva permettersi veri ospiti. Di lì a un paio d’anni, m’interessai al bizzarro autore di Little wonder e fu proprio nel ’99 che sbocciò la mia passione per Bowie, oltre a innamorarmi della musica in maniera davvero seria. Leggevo monografie dedicate al Duca Bianco su Tutto Musica e Rockstar, in concomitanza dell’uscita di ‘Hours…’ ma soprattutto delle ristampe di tutto il catalogo da Space Oddity. Ricordo che queste ultime erano attese già da un po’, pubblicate in serie e rese riconoscibili dalla grafica di artwork e CD. Le cassette che ascoltai all’infinito erano soprattutto quelle registrate di Ziggy Stardust (con le bonus track della vecchia edizione) e Scary Monsters; per “Heroes” il colpo di fulmine arrivò tempo dopo, quando mi accorsi che era il disco della vita. Oltre alla canzone omonima, che diverrà manco a dirlo la mia preferita di sempre (e di molti altri, credo), ci trovai tutto quello che un artista musicale doveva essere: energia, creatività, oscure evocazioni, voglia di sorprendere e sperimentare, nuovi modi d’intendere la musica abbattendo gli steccati. E poi mi colpiva la netta divisione dell’opera, come il precedente e altrettanto fondamentale Low: una prima parte strutturata e una seconda strumentale, e in entrambi i casi l’ispirazione era sempre libera di agire sull’istinto artistico del momento. Perché il Rock che conta è soprattutto una forma d’arte in anticipo sui tempi, e lui ne era consapevole più dei colleghi che ammirava, frequentava e salvava dall’oblio. In questo caso vale la pena citare Lou Reed e Iggy Pop, le cui rispettive carriere ebbero una seconda chance grazie al suo interesse come produttore, risollevandoli con i loro più grandi successi e una nuova voglia d’incidere nell’ambito di riferimento.
I personaggi e travestimenti che si cuciva addosso rientravano nel suo disegno di abile trasformista, giocando a fare l’alieno da un altro mondo che illuminava noi umani con una genialità tutt’altro che classificabile. Space oddity, Life on Mars?, Starman, Rebel rebel, Fame, Station to station, “Heroes” e Ashes to ashes non sarebbero state ugualmente epocali senza il contesto visivo che Bowie usava per dar forma ai suoi dischi, sempre diversi e ricchi di significati. Il cambiamento era per lui un imperativo assoluto, e la critica più esigente dovrà fare i conti su una lungimiranza di vedute che è stata d’esempio per chiunque, anziché accontentarsi delle solite certezze dylanesche e springsteeniane. “Se una cosa funziona, gettala via”, disse in un’intervista a Carlo Massarini, e bisogna dire come questa filosofia applicata alla sua concezione musicale sia stata fra i maggiori lasciti di tutta la cultura Pop.
Lunedì 11 gennaio. A poche ore dalla sua morte, tanti ricordi indelebili si sono sovrapposti uno dopo l’altro nella mia memoria: la prima volta che ascoltai Five years o Station To Station e Low, comprendendo subito quanto fosse diverso dagli altri; i video di Thursday’s child e Ashes to ashes scoperti sul programma musicale Coloradio, della cara vecchia TMC2, con il primo che ebbe un impatto non indifferente anche per ‘Hours…’ (col senno di poi, uno dei lavori meno riusciti); l’imbarazzante non-intervista di Celentano nel ’99 (davvero credevi che Bowie potesse darti risposte sul futuro, la fame nel mondo e le guerre, caro Adriano?); l’improbabile visione a scuola di una raccolta videografica dei Queen, che comprendeva l’orrenda versione remix di Under pressure (fu ai tempi della prima media, e ricordo una professoressa che ci teneva a ricordarci come uno dei due cantanti fosse già morto da un decennio, mentre l’altro era vivo…); la registrazione della puntata monografica di Nightfile, sempre su TMC2, nella primavera del 2000; il tema delle superiori dove mi si chiedeva di parlare d’un personaggio che ritenevo importante e io, senza pensarci su, scelsi il Duca. Fino a quando un anno fa non vidi un prezioso documento d’archivio che cercavo da tempo: Bowie ospite nel programma tv Odeon, ottobre ’77, mentre era a Roma per promuovere “Heroes”. In quell’occasione, il marziano inglese raccontò la nascita dello storico brano appena pubblicato e pose l’accento sul ritmo del cambiamento che cercava d’inseguire nel Rock’n’Roll. E non ultimo, una dichiarazione che dice molto sulla natura sfuggente e programmatica del personaggio Bowie: “sono apolitico, tutto quello che dico è provocatorio. E’ un pretesto per fare del teatro”.








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