Istantanee senza tempo (l’addio a David Bowie nel 2016)

In una settimana dove mi è toccato un assurdo hackeraggio sui miei social (e conseguente perdita di ogni contenuto), ricorre l’anniversario del Duca Bianco che ci lasciava giusto una decade fa; tra gli inevitabili riascolti e la conferma che Moonage Daydream è un ottimo documentario, ho pensato di rispolverare un mio personale omaggio scritto a cinque giorni dalla morte, finito poi su una fanzine cartacea che aveva già fatto il suo tempo…


Era la fine del marzo 1997, durante i giorni di Pasqua di quell’anno. In tv passava il video di Little wonder e fu in quel momento che scoprii David Bowie, uomo e artista decisamente insolito da tutti coloro che potevo conoscere a 8 anni. Aveva raggiunto da poco i cinquanta e già rimanevo sorpreso da quel suo look così giovanile e trasgressivo, come dal mood futuribile e contemporaneo di Earthling, uscito nelle settimane in cui lo venne a presentare anche a Sanremo, quando il festival poteva permettersi veri ospiti. Di lì a un paio d’anni, m’interessai al bizzarro autore di Little wonder e fu proprio nel ’99 che sbocciò la mia passione per Bowie, oltre a innamorarmi della musica in maniera davvero seria. Leggevo monografie dedicate al Duca Bianco su Tutto Musica e Rockstar, in concomitanza dell’uscita di ‘Hours…’ ma soprattutto delle ristampe di tutto il catalogo da Space Oddity. Ricordo che queste ultime erano attese già da un po’, pubblicate in serie e rese riconoscibili dalla grafica di artwork e CD. Le cassette che ascoltai all’infinito erano soprattutto quelle registrate di Ziggy Stardust (con le bonus track della vecchia edizione) e Scary Monsters; per “Heroes” il colpo di fulmine arrivò tempo dopo, quando mi accorsi che era il disco della vita. Oltre alla canzone omonima, che diverrà manco a dirlo la mia preferita di sempre (e di molti altri, credo), ci trovai tutto quello che un artista musicale doveva essere: energia, creatività, oscure evocazioni, voglia di sorprendere e sperimentare, nuovi modi d’intendere la musica abbattendo gli steccati. E poi mi colpiva la netta divisione dell’opera, come il precedente e altrettanto fondamentale Low: una prima parte strutturata e una seconda strumentale, e in entrambi i casi l’ispirazione era sempre libera di agire sull’istinto artistico del momento. Perché il Rock che conta è soprattutto una forma d’arte in anticipo sui tempi, e lui ne era consapevole più dei colleghi che ammirava, frequentava e salvava dall’oblio. In questo caso vale la pena citare Lou Reed e Iggy Pop, le cui rispettive carriere ebbero una seconda chance grazie al suo interesse come produttore, risollevandoli con i loro più grandi successi e una nuova voglia d’incidere nell’ambito di riferimento.
I personaggi e travestimenti che si cuciva addosso rientravano nel suo disegno di abile trasformista, giocando a fare l’alieno da un altro mondo che illuminava noi umani con una genialità tutt’altro che classificabile. Space oddity, Life on Mars?, Starman, Rebel rebel, Fame, Station to station, “Heroes” e Ashes to ashes non sarebbero state ugualmente epocali senza il contesto visivo che Bowie usava per dar forma ai suoi dischi, sempre diversi e ricchi di significati. Il cambiamento era per lui un imperativo assoluto, e la critica più esigente dovrà fare i conti su una lungimiranza di vedute che è stata d’esempio per chiunque, anziché accontentarsi delle solite certezze dylanesche e springsteeniane. “Se una cosa funziona, gettala via”, disse in un’intervista a Carlo Massarini, e bisogna dire come questa filosofia applicata alla sua concezione musicale sia stata fra i maggiori lasciti di tutta la cultura Pop.
Lunedì 11 gennaio. A poche ore dalla sua morte, tanti ricordi indelebili si sono sovrapposti uno dopo l’altro nella mia memoria: la prima volta che ascoltai Five years o Station To Station e Low, comprendendo subito quanto fosse diverso dagli altri; i video di Thursday’s child e Ashes to ashes scoperti sul programma musicale Coloradio, della cara vecchia TMC2, con il primo che ebbe un impatto non indifferente anche per ‘Hours…’ (col senno di poi, uno dei lavori meno riusciti); l’imbarazzante non-intervista di Celentano nel ’99 (davvero credevi che Bowie potesse darti risposte sul futuro, la fame nel mondo e le guerre, caro Adriano?); l’improbabile visione a scuola di una raccolta videografica dei Queen, che comprendeva l’orrenda versione remix di Under pressure (fu ai tempi della prima media, e ricordo una professoressa che ci teneva a ricordarci come uno dei due cantanti fosse già morto da un decennio, mentre l’altro era vivo…); la registrazione della puntata monografica di Nightfile, sempre su TMC2, nella primavera del 2000; il tema delle superiori dove mi si chiedeva di parlare d’un personaggio che ritenevo importante e io, senza pensarci su, scelsi il Duca. Fino a quando un anno fa non vidi un prezioso documento d’archivio che cercavo da tempo: Bowie ospite nel programma tv Odeon, ottobre ’77, mentre era a Roma per promuovere “Heroes”. In quell’occasione, il marziano inglese raccontò la nascita dello storico brano appena pubblicato e pose l’accento sul ritmo del cambiamento che cercava d’inseguire nel Rock’n’Roll. E non ultimo, una dichiarazione che dice molto sulla natura sfuggente e programmatica del personaggio Bowie: “sono apolitico, tutto quello che dico è provocatorio. E’ un pretesto per fare del teatro”.

I miei ringraziamenti del 2025

David Lynch. La retrospettiva al Supercinema con Adriano (specialmente Mulholland Drive). Mamma. Un aperitivo a Frosinone alla fine d’un corso. Una Pasquetta musicale col gruppo di Rick. La sosta ad un albergo ristorante nel Molise. Any Other in acustico a Roma. Le giornate da scrutatore al referendum di giugno. Brian Wilson. L’inaspettato divertimento con Mammuccari al Supercinema. Gabriel. La telefonata-intervista a Luca “Roccia” Baldini. Twin Peaks rivisto dall’inizio. La mostra di Frigidaire a Trastevere. Andrea. Nicolò Carnesi. Ceprano Film Festival. Patti Smith. La prima serata del Nazra Palestine Short Film Festival. Emilio D’Alessandro e la mattinata a casa sua. I trent’anni di Matteo a Ciampino. Marlena e Lucrezia. Woody Allen. Father Mother Sister Brother al Quattro Fontane. Paolo Benvegnù.

I miei film del 2025

1. FATHER MOTHER SISTER BROTHER (Jim Jarmusch)
2. HERE (Robert Zemeckis)
3. UNA BATTAGLIA DOPO L’ALTRA (Paul Thomas Anderson)
4. LE CITTÀ DI PIANURA (Francesco Sossai)
5. THE BRUTALIST (Brady Corbet)
6. UN SEMPLICE INCIDENTE (Jafar Panahi)
7. BROKEN RAGE (Takeshi Kitano)
8. BLACK BAG (Steven Soderbergh)
9. FUORI (Mario Martone)
10. THE SHROUDS (David Cronenberg)
11. AFTER THE HUNT (Luca Guadagnino)
12. A COMPLETE UNKNOWN (James Mangold)
13. LA CITTÀ PROIBITA (Gabriele Mainetti)
14. LA TRAMA FENICIA (Wes Anderson)
15. OH, CANADA (Paul Schrader)

I miei dischi del 2025

1. THE WEATHER STATION Humanhood
2. ALEX G Headlights
3. TORTOISE Touch
4. NICOLÒ CARNESI Ananke
5. STEREOLAB Instant Holograms on Metal Film
6. CATE LE BON Michelangelo Dying
7. NEKO CASE Neon Grey Midnight Green
8. PANDA BEAR Sinister Grift
9. ANDREA LASZLO DE SIMONE Una Lunghissima Ombra
10. BRIAN ENO & BEATIE WOLFE Luminal
11. THESE NEW PURITANS Crooked Wing
12. SHARON VAN ETTEN & THE ATTACHMENT THEORY
13. FRANKIE COSMOS Different Talking
14. THE EX If Your Mirror Breaks
15. DEFTONES private music
16. LUCRECIA DALT A Danger to Ourselves
17. STELLA DONNELLY Love and Fortune
18. TY SEGALL Possession
19. MARISSA NADLER New Radiations
20. GUIDED BY VOICES Universe Room

La canzone: DISTRATTA (Any Other)
Il recupero del 2024: CINDY LEE Diamond Jubilee
Menzione speciale: ANY OTHER Per te, che non ci sarai più
La sorpresa: NICOLÒ CARNESI
Il concerto: PATTI SMITH (Roma, 15 settembre)

Le mie canzoni del 2025

  • THE WEATHER STATION Sewing
  • SHARON VAN ETTEN & THE ATTACHMENT THEORY Somethin’ ain’t right
  • GUIDED BY VOICES Fly religion
  • PANDA BEAR Left in the cold
  • ANY OTHER Distratta
  • ARCADE FIRE Pink elephant
  • STEREOLAB Flashes from everywhere
  • THESE NEW PURITANS I’m already here
  • NICOLÒ CARNESI Orfeo
  • BRIAN ENO & BEATIE WOLFE Suddenly
  • FRANKIE COSMOS Against the grain
  • ALEX G Headlights
  • MARISSA NADLER Weightless above the water
  • DEFTONES I think about you all the time
  • LUCRECIA DALT acéphale
  • CATE LE BON About time
  • NEKO CASE Rusty mountain
  • ANDREA LASZLO DE SIMONE Planando sui raggi del sole
  • TORTOISE Promenade à deux
  • STELLA DONNELLY Laying low

I giorni della tartaruga

Un decennio d’assenza e ora il ritorno in grande stile, che si attendeva addirittura dagli inizi del Duemila. I Tortoise, band di spicco della cosiddetta scena Post-Rock, hanno centrato il degno successore di TNT con il nuovo Touch, che in nemmeno 40 minuti fa incrociare più linguaggi musicali (elettronica, Jazz, colonne sonore e altro ancora) in un ritrovato equilibrio delle parti strumentali. Definiti “drammi senza parole”, i 10 brani viaggiano su una rotta visionaria che non si riduce a maniera o calcolo banale e così gli esperimenti retrofuturisti di Touch si fanno riascoltare decisamente. Lasciata l’etichetta Thrill Jokey (che li vedeva legati dall’esordio del 1994) per la International Anthem della loro vecchia Chicago, i Tortoise aprono questo lavoro con decisa attitudine Rock in Vexations e nei ritmi cupi ma ballabili di Layered presence, dove nel finale aggiungono sfumature distorte alla miscela di suoni. Works and days è un gioiello di pura inventiva timbrico/melodica, che pare voler sublimare una quotidianità sempre uguale tra orari lavorativi e routine familiari insoddisfacenti. La parentesi da discoteca aliena di Elka precede la splendida Promenade à deux, un Dub di classe che combina il twang della chitarra, penetranti suoni digitali e le dolci folate di viola e violoncello. L’ipnotica A title comes ha un alone di mistero esotico che conquista e Night gang chiude l’album con un tocco marziale dall’insolito crescendo Western. In definitiva, lo storico gruppo continua ad essere uno dei riferimenti d’un genere indefinibile, rivoluzionario e nel 2025 è sicuramente un merito enorme.

We only come out at night

Usciamo solo di notte
Le giornate sono troppo luminose
Usciamo solo di notte

E ancora una volta
farai finta di conoscermi bene
Amici miei

E ancora una volta
farò finta di conoscere la strada
attraverso lo spazio vuoto
attraverso i luoghi segreti del cuore

Usciamo solo di notte
Le giornate sono troppo luminose
Usciamo solo di notte

Cammino da solo
cammino da solo per trovare la strada di casa
Sono da solo
sono da solo per vedere le strade

Che non posso fare a meno dei giorni
Tornerai a casa sano e salvo
so che puoi
e tu puoi

Usciamo solo di notte
Le giornate sono troppo luminose
Usciamo solo di notte

E ancora una volta adesso
farai finta di sapere che c’è una fine
che c’è una fine a questo inizio

Ti aiuterà a dormire la notte
Farà sembrare che ciò che è giusto sia sempre giusto
va bene?

Usciamo solo di notte
Le giornate sono troppo luminose
Usciamo solo di notte

(Smashing Pumpkins, da Mellon Collie and the Infinite Sadness)

The revolution will not be televised

Il decimo lungometraggio di Paul Thomas Anderson, girato in 35mm formato VistaVision che rilancia il valore d’un cinema senza confini, è l’ultima variazione ai suoi racconti di un’America smarrita, contraddittoria e tuttavia affascinante, essendo Una battaglia dopo l’altra la contrapposizione fra ribellione anticapitalista e abuso militare trasformata in action movie atipico. Ed è forse quest’aspetto a dare alla pellicola una profondità consapevole e imprevedibile, la cui prima parte è fatta di blocchi narrativi autonomi dove la disobbedienza civile del French 75 deve vedersela col terribile colonnello Lockjaw, esaltato nazionalista che darà la caccia alla famiglia della leader Perfidia Beverly Hills per fini personali. Il tutto sottolineato dalle musiche intense e ricercate di Jonny Greenwood, che alimentano tensione e dinamismo alle immagini che Anderson dirige con la cura e l’istinto dell’autore esperto mai dimentico del cinema passato. L’attitudine politica di Una battaglia dopo l’altra si cala perfettamente in un periodo storico di violenze e divisioni, sebbene la voglia di alleggerire i toni drammatici con l’intrattenimento puro è evidente (le quasi tre ore scorrono benissimo) e il soggetto, liberamente ispirato a Vineland di Thomas Pynchon, era un’idea che Anderson voleva mettere in scena da anni e aspettava il momento giusto affinché la solidarietà per gli immigrati, l’attacco ai nuovi fascisti e l’addestramento d’una figlia da proteggere (bellissimo lo stacco temporale con Dirty work degli Steely Dan) trovassero un senso ancora maggiore nel 2025. E non ci sono date né riferimenti a situazioni o personaggi, evitando di rendere il film già superato dagli eventi e con un realismo di fondo che diviene parossistico (come nella lunga richiesta d’una password telefonica) e dal ritmo incessante. Una battaglia dopo l’altra non poteva che essere un grande film d’attori, capaci di rendere emblematici dei caratteri portati ai limiti d’un coraggio e una pazzia favoriti dalla mentalità americana, che va dall’ossessione per le armi al suprematismo bianco del club esclusivo Pionieri del Natale; così Leonardo DiCaprio conferma di essere nato per ruoli tanto sornioni e temerari, Sean Penn è un villain non originalissimo ma di sicura potenza espressiva, Teyana Taylor e Chase Infiniti sono madre e figlia che si passano il testimone in quanto a personalità e autodifesa per la loro sopravvivenza, mentre Benicio Del Toro è memorabile nel maestro di karate Sergio “Sensei” che provvede a salvare in modo quasi epico migranti messicani e lo stralunato Bob Ferguson di DiCaprio, diretto poi verso un inseguimento mozzafiato nel deserto californiano di Borrego Springs. Dopo la sublime commedia di Licorice Pizza, Paul Thomas Anderson non fa che rinnovare una centralità indiscussa nel cinema odierno e, prima di rivederlo più volte, possiamo dire che Una battaglia dopo l’altra è l’ennesimo gioiello d’una filmografia che non ha eguali tra gli autori della sua generazione e non solo.

25 dischi italici (parte 4)

  • ALICE Park Hotel
  • FRANCO BATTIATO Gommalacca
  • LUCIO BATTISTI Don Giovanni
  • BAUSTELLE Sussidiario Illustrato della Giovinezza
  • EDOARDO BENNATO La Torre di Babele
  • PAOLO BENVEGNÙ Hermann
  • BLUVERTIGO Zero
  • ENZO CARELLA Barbara e Altri Carella
  • COLAPESCE Egomostro
  • PAOLO CONTE Paris Milonga
  • CSI La Terra, la Guerra, una Questione Privata
  • LUCIO DALLA Il Giorno Aveva Cinque Teste
  • PINO DANIELE Pino Daniele
  • FABRIZIO DE ANDRÉ Volume 3
  • FRANCESCO DE GREGORI Titanic
  • CRISTINA DONÀ Dove Sei Tu
  • GARBO A Berlino… Va Bene
  • FLAVIO GIURATO Il Tuffatore
  • IVAN GRAZIANI Parla Tu…
  • MASSIMO VOLUME Il Nuotatore
  • MATIA BAZAR Aristocratica
  • MINA Mina
  • PFM Per un Amico
  • ANTONELLO VENDITTI Quando Verrà Natale
  • VERDENA Requiem

20 momenti della 2ª stagione di Twin Peaks (episodio 1 escluso)

  • La colazione di Cooper e Albert al Great Northern Hotel
  • La visita di Donna alla signora Tremond e al nipote che studia magia
  • Il primo scambio di battute fra il maggiore Briggs e la Signora Ceppo al Double R
  • La casa dell’orticoltore solitario Harold Smith
  • Audrey salvata all’One Eyed Jacks dai Bookhouse Boys
  • L’uomo con un braccio solo che crolla durante l’arrivo di Ben al Great Northern
  • Cooper, Truman e la Signora Ceppo al Bang Bang Bar mentre “sta per succedere ancora
  • L’uccisione brutale di Maddy Ferguson (e Julee Cruise che canta The world spins)
  • Pete Martell che fa ascoltare il nastro con la rediviva Catherine a Ben, che poi s’infuria in cella
  • La risoluzione del caso di Laura Palmer al Bang Bang Bar, col Gigante che restituisce l’anello a Cooper
  • Le riflessioni dei protagonisti dopo la morte di Leland nell’episodio 9
  • La vicinanza di Cooper a Sarah Palmer prima del banchetto funerario
  • Cooper che racconta il suo doloroso passato ad Audrey
  • Ben che guarda il filmino di famiglia in ufficio e il successivo diverbio con Hank Jennings
  • Cooper ostaggio di Jean Renault e liberato grazie a una trovata dell’agente Denise Bryson
  • Il maggiore Briggs che arriva sfinito alla centrale di polizia per le rivelazioni sulla Loggia Bianca
  • Bob e il nano apparsi a Cooper quando Josie muore
  • Gordon Cole innamorato di Shelly al Double R
  • Il finale dell’episodio 20
  • Oltre la vita e la morte
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