veritas obliqua

————“Quando l’uomo non ha più freddo, fame e paura, è scontento”. (Ennio Flaiano, Diario degli errori)

la verità è una notizia la sera
dopo il turno. schiacciati e sudati
non si vedono le stelle. troppa luce.
la verità è un violino scordato
che non viene suonato
troppo rumore troppo tutto
o molto poco. che il silenzio regna
ma non è: brusio di confomismo
rassegnazione. ogni azione
ce n’è un’altra uguale e contraria
tutto s’annulla. rumore. brusio.
rassegnazione. ma c’è lo sguardo puro
di un figlio e la poesia che si scatena
quando si fa più pena e gli angoli
sono affilati e grigi. la poesia che è in guerra
con la caduta dell’uomo in questo tratto di strada
che è un po’ nausea e reflusso. la poesia che avanza
e incanta. anche nel traffico. nel sudore. nel torpore.
la verità della poesia nata per caso. nella via.

ragnatele

——————Oggigiorno, che siamo tutti uguali e democratici, tutti potrebbero divertirsi e ridere a piacimento, ma non c’è più niente di cui ridere. Essendo diventato democratico, il buon umore ha perso il suo valore.Gyula Krúdy

me le lego alle dita le cose
come uno shampoo prolungato
o un massaggio col suo messaggio
tra pelle e pelle. ho il potere tra me
e tutto. tutto ciò che serve e si vede
e si vende: col cinismo del tecnico
o del commerciante. me le lego alle dita
perché le cose cantano un attimo
e poi tacciono. come conchiglie
senza frutto. come maglie
senza i fili. poi si tirano
quei fili e si fanno nodi
e ragnatele per i morti.
e campi bruciati coi fiori secchi.
e si ricomincia daccapo.
coi giorni di sole urlanti
e le notti di cuori spenti.

la danza matta

dove sono i matti?
quelli con un orecchio sanguinante
nel fazzoletto ed i polsi affettati.
quelli che contavano
l’aria che vola
e penzolavano come batacchi
ombre sui muri scuri
come sindoni.
sono finiti nelle strade
a far gli amministratori
i piccoli capi.
tagliano alberi secolari
distruggono habitat millenari
e incendiano la rabbia
o l’indifferenza
che spesso sono la stessa cosa
o i lacchè
i più pericolosi: facce da mercante
con la via spianata.
dove sono i matti?
li hanno incarcerati
e hanno buttato le chiavi.
poi sono usciti
e hanno spianato il mondo
e la gloria.
adesso i folli li zittiscono
l’occidente ha un silenzio
per ogni complotto.
nichilismo popolare.

pasionarie

invocano rivoluzioni in giro per il mondo
le pretendono lontane ma non qui:
a casa son sempre dalla parte del potere
sopportano tutto supportano stato presidenti
sindaci e burocrati
giustificano sempre tutto
non prendono posizione
non si sa mai. tengono mutuo
e famiglia. battono frenetiche le mani
s’infervorano col jet lat e hanno culi grossi
che sui divani divengono catamarani.
si schierano con veemenza
sono pasionarie. imitano e proliferano.
le idee son belle quando non ci giochi
lancia i dadi. lascia agli altri
andar davanti. poi si vede.
chi c’ha scommesso.
chi ci crede. chi non vede
non sente e non parla.
poi tutto s’esaurisce
si passa alla prossima.
si fa un’altra rivoluzione
lontana lontana.

in torsione

torce la veemenza
di un tramonto di fuoco
nella città iraconda e spenta
cielo vaniloquio di blu e nero
trascini tutto con te
alla velocità del buio
scaltra e folle anima black
liquame di stelle accecate
e petrolio. scarna la linea
del confine della città
skyline del potere
dei suoi abitanti
dei suoi abitati
dei suoi futuri occupanti.
i palazzi sono erezioni
di cemento e solitudine.

rami e radici e dici

ho nascosto rami
per mettere radici
ho trascritto parole
per starmene muto
osservando i passeri
e i pettirossi in inverno
quando cercano solo cibo
ed una casa per tepore
(stupore d’alito
sui vetri congelati)
i merli non si vedono
le gazze saltellano
i corvi nei cestini.
ed ho solo incertezze.
l’inverno che decima
i miei posti a sedere
mi confina in fila lontane
dove non c’è più programma
dove suono non giunge
l’immagine sfuma e latita.
poi tutto muta e cambia
tutta la serie
tutta la gamma
e come guardare il mondo
dal fondo del bicchiere
lente deformante del viaggio
me ne sto al finestrino e guardo:
saluto ogni tanto
il resto me lo tengo.

futurama ed eremo

ti disereda la vita
fiacca la spinta
torce nella risacca
ed ogni eremo implode
alla luce scarna
o a quella violenta
dove c’è predatore
nel pollaio e dove c’è preda
ancora libera. dove c’è luna
che acceca e abbronza
dove c’è il sole parco
che affonda. ti disereda
e non c’è banca né caveau
né finanziaria. né aria
da malandrino. solo
un antico proverbio
o destino. solo i petali
accorsi sull’asfalto:
fiore nuovo che regala
e colora. futurama
che innamora.

danse macabre

piroetta l’uomo
sulle ceneri e sui vasi vuoti
non sa scolpire
e non sa più dipingere
si specchia nella sua figura
e non ascolta che la sua eco
la sua arte un soliloquio.
la sua immagine
l’unico strumento
fuori da sé è tormento.
l’animale sociale
si taglia le vene
la sua rabbia il suo scopo
l’animale sociale
è svanito: l’occidente
è un robot acefalo
che si violenta poco a poco.

creatura

la terra è arida
le fredde giornate
sono alte come montagne
il cielo nebbioso
una resa alla natura

l’uomo formica
non si libera dal re
non scopre l’energia libera
neppure la libertà

ha paura d’annegare
di fronte all’altare
scambia interesse
con schiavitù

demagogia con intelletto.
schiavo dalla nascita
esercita decenni d’ininfluenza
è motore laborioso
che poi non ha casa.

paga tributi all’infertilità
alla caduta. all’usura.
è svuotato e ammansito
cieco ingranaggio
s’esercita all’odio nei social
è sostituito da gente che non sa niente
di democrazia tolleranza rispetto.
è stoppino della candela
è carcassa sotto gli avvoltoi.

anno nuovo che vieni
con tutte le tue forze
con tutti i tuoi sforzi
richiama all’ordine questa creatura
scollegata dal cielo e dalla terra
strappagli il guinzaglio
d’ipocrisia e convenienza
di ottusità e ritardo:
ha dimenticato le parole
ed il loro significato.
donagli un respiro più lungo
non artefatto -quei scintillanti
spettri cromatici fiamminghi
anche il valore del silenzio.
donagli un ultimo scatto di virilità
un bagliore luminoso
una tentazione d’immortalità.
un fremito. un riscatto.

scontenti e fendenti

tutti abbiamo scontentato:
i giovani con le loro tasche buche
e i loro deserti d’amore
i vecchi con le lunghe barbe
di aneddoti e miti
inaciditi e punturati
coi sguardi vuoti.
abiamo decimato puri
e sostituiti con attori da actors studio
centellinato verità per diluirle
in teoremi di potere e posizioni
da rendita gratis. preferiamo
alberi di plastica ricchi di pacchi
a trasparenze che possono insegnare
anche con fendenti e diretti
dolorosi agli inerti
ma che formano e ispirano
piani alti anche senza scale
senza colonne e architrave.
infatti la gravità non esiste
non è limite la materia
si fluttua leggeri come pollini
quando si scopre l’essenza
o ciò che ne fa le veci.

moloch

un tempo clero e aristocrazia
ingrassavano e poi perivano
nella ghigliottina. dopo
reflussi e deflussi vari
sino al vuoto imperfetto
della democrazia. ai suoi
inganni e illusioni accessorie.
al suo macrabro rituale
olezzo stantio. cecità
diffusa e mutismo del voto.
incrostazioni di potere
che non si staccano
e non mollano posizione.
via via tutto s’incancrenisce
e gli ultimi in fondo
subiscono nuovamente.
si fanno spennare e vessare.
verrà il giorno del sollevamento
e i grotteschi simulacri del potere
moloch abnormi ridicoli e tronfi
saranno nuovamente azzerati.
è questione di tempo e buonsenso.
è questione di sopravvivenza.
questo gas che ci soffoca e reprime
svanirà nella libertà dell’etere.

eroi

eroi costruiti per le masse informi
perché la narrazione è più importante
del narrato. eroi di caratapesta
su tutte le magliette. sui muri
tempestati di proiettili. col sangue
degli inutili idioti. le parole della propaganda
che afferra le anime mute. eroi di frattaglie
eroi di manganelli e processi.
eroi di sparizioni notturne
mentre Shostakovich nel buio
compone la Quarta Sinfonia
e la candela fioca si strugge
le voci sovrastate dalle percussioni
ottoni che perorano sconfitte.
ad ogni epoca la sua propaganda pelosa
le sue povere e spoglie retribuzioni
ma provate a non farvi ingannare
cercate nelle carte impolverate
negli archivi degli onnipotenti
nelle coscienze avventurose.

salvatore

feste tronfie e bislacche
feste di plastiche orientali
ed ipocrisie d’occidente
feste di lavoro e tempo perso
(si lavora senza mare
basterebbe il lavoro delle acque
coi vestiti lisi
ed i visi illusi)
feste di geopolitica che non frena
feste di uomini che non si frenano
e l’apocalisse è rimando
procrastinazione interiore
ed esterna -si muore di freddo
sulle scale delle chiese
anche con le coperte donate
e i pacchi di pasta e latte.
hai il terrore del fuori
e scambi il calore con la rete
ne rimani impigliato
come il pesce d’allevamento.
non serve la bussola
verrà l’ora dell’inversione
dei poli. abbiate fiducia
col tempo che si ha tra le mani.
abbiate fiducia: non c’è salvatore.
se ci fosse mai
lo guarderei negli occhi
fisso per un momento
consolandomi con la mia pace
e l’amor proprio rimasto.

sono e sarò

sono un po’ stanco di tutto
ma annego nel mio graso lassismo
vorrei essere benefattore
della sagra paesana
coi botti e le nuove generazioni
che non vanno oltre qualche mese fa
(la storia è una saltellante
inconclusa boria o melassa di risacca)
ma non alleno bestie feroci
né freak perché non è chic
e le nenie imbrattano gli occhi
che cedono alla cataratta
e al catarro della vita vissuta
con un post it sulla fronte
miracolo del caso
mistero della fede
censura della ragion pura.
ma ci sono gli ossi
per i più famelici
una a bocca
per digrignare i denti
fino al tramonto
quando le fauci tremano
e i dislivelli sembrano livellati.
arriva la notte ed è buio
come fu scritto nelle sacre scritture.

futurismo del bel passato

boom boom esplodono
i nostri sogni stopposi
sulle scenografie di stato
e del potere occulto
dei manovratori latenti
come virus fasulli bleeee
per popoli buoi muuuu
dei paesi tuoi. ops.
parole non più libere
azioni non più libere
gli stati si sciolgono pluff
solo quando e dove vogliono:
noi (voi) elettori spaventati aaargh
privati di spina dorsale
e dna: cavie sigh e nani
da giardino (rustle) per mrna.
neppure scopare si può più mmm
ci vuole un contratto
neppure con amore sob
l’uomo un grumo di postille.
si andrà tutti a puttane slurp
con carta di credito
o portafoglio elettronico
di moneta digitale tic tic tic
zzzz… artisti della nicchia wow
in nuova gabbia. tumb.
nicchia pelosa.
nicchia astemia.
nicchia vaccinata.
e bagnata. splash.

pace e amore e guerra

pace della domenica
dei mobili freddi
del giardino spoglio.
pace degli ordini
delle prese di posizione
delle ideologie. dei passi
falsi. si è riposato dio
mi riposo anch’io: leggo
scrivo. mi creo una immagine
che non sia troppo volatile
credo in ogni passo. ogni tremore.
stento a credere. a dedicarmi
una frazione di tenerezza.
mi dichiaro colpevole e innocente.
e non serve a niente.
lo spettacolo s’infrange
sulle aspettative.

timone

datemi un pensiero che sia vero
una forza sovrumana che vuole silenzio
un ambiente sereno. scavate piano nella mente
cercate l’assolo di brutalità più pieno
il canto esterrefatto. il ciclo vitale estremo
così come l’esistenza è già prevista e programmata
dall’asilo alla specializzazione. mi dedicherò
al mio giardino. ai miei frutti artigiani
alla carezza sgarbata dell’esperienza. datemi
una tolleranza che non sia facciata
arzigogolo infingardo. estetica del falso.
problematica della socialità ipocrita
del calco acritico. datemi un progresso
che non sia imposto sino al midollo
da una istituzione che non è votata
sconosciuta come un trattato
una resa. datemi la piena convergenza
mi costruirò una casa col tetto
e tutte le pareti. le dipingerò col sole
incanterò il tempo con le mie storie
voglio tenere saldo il timone.

la città ed il bosco

la città è una stanca megera
sclerotica e offesa. tutti vogliono
starsene qui nei soffocanti monolocali
negli antichi negozi ora residenziali
persino in umide cantine e garage
tutti amano la città blasfema e amena.
tendiamo ad una socialità che però
non si spiega. è una perversione
per sociologi e psichiatri: vanno in tv
la raccontano ai rincoglioniti invasati
pontificano tiranni. chi non sta con noi
è contro. affermano che la città è tutto
socialità e gravità d’intenti. eppure
qui non si conosce nessuno e ci si odia.
c’è gente che non parla neppure la lingua
c’è gente che ti schiaccia a terra
chi t’asporta il cuore e gode alla finestra.
le parole sono dolci e flebili e irretiscono
il giorno è buio. la notte rischiara.
ma la sorgente è eco lontana.

lo stato

———————-“La maggior parte delle leggi non sono che privilegi, cioè un tributo di tutti al comodo di alcuni pochi”.

(Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, 1763)

*

lo stato ci ama
lo stato ci cura
lo stato ci tassa
lo stato ci multa
lo stato ci educa
lo stato ci vuole
medicalizzati
sull’attenti
siamo il suo gregge
belante e tremante.
lo stato ci brama
vuole soldi e fede
vuole cuore e mente.
oggi e ieri vuole tutto:
sangue genetica
e i figli. i bambini
sono pericolosi:
devono essere
programmati bene
sono i mattoni del castello
il castello potrebbe crollare.
il castello ha delle fondamenta
fragili e temporanee.
alla fine è soltanto
una convenzione.

riduzione di pena mai

———————–La società “chiamata buona” ci obbliga, per armonizzarci con gli altri, a impicciolire o addirittura a deformare noi stessi. In tale società noi dobbiamo quindi rinnegare dolorosamente noi stessi e abbandonare i tre quarti di noi, per renderci simili agli altri.

Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena

*

abbiamo ridotto ogni cosa
la vista il pensiero la vita
cercando un’insipida resilienza
una bassa esposizione
un’infima sostenibilità.
separando accuratamente l’umido
dalla plastica e dal cartone
infilandole in piccole bocche
di bidoni intelligenti
per l’orgasmo malefico
dei nostri insipidi governanti.
decenni fa hanno esaltato la maternità
ora tutto contro sino all’eutanasia
unico avvenire (danza macabra
del compostaggio dei corpi
in apparati radicanti). esecrato ogni anelito
ogni vitalità in becchime per bestie
da zoo. da soma. abbiamo ridotto
il campo dello sguardo. alterando
l’immagine ed il suono: creatività
da signor sì per non intralciare
non perdere il salario misero.
siamo allo stadio larvale
ma non c’è mutazione dietro l’angolo
nessuna alterazione del destino
c’è una sorta di speciazione soltanto
per pochi elementi parzialmente disposti
parzialmente liberi. ci siamo rimpiccioliti
fino a diventare piccoli piccoli
quasi microbi sparuti e spauriti
insignificanti bocche da sfamare
con bolo velenoso industriale.
rasata la fertilità ed il testosterone.
eppure io so che nella frustrazione
l’odio cova e la rivalsa è una medaglia.
eppure io so che ogni libera iniziativa
inclina lo stivale che preme
riforma i massimi sistemi
rarefa il cianotico asfissiante stato
crepa l’ampolla opaca della costrizione.

“Alcuni poeti sono anche operai”. Intorno all’opera violenta di Luca Parenti

Una bella recensione di Luca Ormelli sulla mia raccolta di poesie:

alzarsi armarsi e partire

m’alzo senza sfarzo
col grigio in gola
lo zincato d’autunno
che scende dalle canne fumarie
scintillanti d’acciaio
lapidi d’industria ch’evapora
siam saturi di servizi
applicazioni anche per respirare
codici codicilli e postille
spesso siamo il prodotto:
virtuali nelle carni
i pensieri s’inspessiscono
rassegnandosi: il cappello
del potere ci copre
ci coccola e ci distrae.
ci dilata e ci restringe
come polimeri nella stampante.
l’illusione di aver il mondo
in una mano ed il collo curvo
come sottomessi.

compostaggio

se non produci più
tutto il giorno
tutta una vita
come uno schiavo
o un cittadino bravo
se non produci più
non servi più: sei un peso
sei un contagiato
ti ammali e fai ammalare
poi muori. vota pure
servo della gleba
cavia sperimentale
così in cielo così in terra.
sei stato resiliente
accondiscendente
tollerante. hai abbracciato
i fantasmi del diverso.
nessuno ti crede
nessuno ti ama
non hai una famiglia
hai il gatto.
sei depresso? sei vecchio?
ti senti inutile? una iniezione
un avvocato un testimone.
levati dai coglioni
sei carne che non desidera
sei anima che si svuota
involucro depredato.

sole umido

il sole risplende nelle foglie gialle
del fiero melograno: lunghe e forti ancora
sembrano bisturi appesi a mezz’aria
cederenno. molte precipitate in massa
addobbano il cemento infermo.
tutto è umido e bagnato: anche i pensieri
sono acciaccati e tremano. s’apre il cielo
alla luce potente. dopo il temporale
tutto si rasserena. a parte la fretta delle cose:
necessità d’anima che trascende materia
necessità d’avere comunque direzione.

mi chiedo da dietro

io mi chiedo
se siete parte belante
o parlante. se partecipanti
coi vasi sanguigni lividi
avete speranza minima
di restare atomatizzati
sulla pellicola. se siete scarto
di lavorazione industriale
con la testa pesta di nulla grafico
vuoto postscenico. assenza di getto.
cigolii di porte chiuse.
mi domando l’evidenza
di una comunità non comune
che svanisce al supermercato
s’invaghisce di un’urna
solo col metadato.
e un tempo che fu
l’usavate o avevate l’aratro
ora siete solo usati a perdere
sacche di sangue per esperimenti
esangui. c’impongono
un sovrannumero
una cinica esperienza postindustriale
un salto d’accademia
verso una evanescenza
che non è scienza. né artigianato
una sapienza. una insipienza
di marionetta con infiniti desideri
ma nessuna casa. nessuna via.
nessun orto. né porto.

shock o resa

la nebbia fluttua sulla terra tiepida
sembra gas planante sulla nostra guerra
quotidiana: piccoli affetti frangibili
e tempo occupato dai padroni
stiamo scomodi in trincee d’asfalto
beviamo acido di batterie sfiancate
respiriamo miasmi di media telecomandati.
mangiamo scarti d’animali meccanici.
i padroni non sono mai morti:
acquistano le menti e tutto il tangibile
le corporation sono mondi impossibili
tumori metastatizzati. hanno fatto i confini
e tu non ti muovi. resti immobile. in attesa
di un nuovo shock o della resa.

un poco porno

ci sbattono in prima serata
come pornografia del dolore
pornografi del senso zoppo
e noi assecondiamo narcisi
pentiti forse a lato
quando vergognosi
non recitiamo. demagoghi
egocentrici e figuranti
stanchi e strattonati
compiacciamo il potere
perché ne raccogliamo
i frutti. ma distrutti
tagliati a fette.
esaltiamo un cottimo
che svuota. un dovere
che non premia.
la retorica dell’accatto
la zona di conforto.
il gruppo belante
che non inquieta
non turba. disposti
a tutto per un mutuo.
una lenza. una catena.
scomposti.
decomposti.

gemiti

gemiti di fabbriche vuote
il vento si spegne nelle turbine
arrugginite. i tubi scollegati
come canne d’organo soffiano
una sinfonia dolente:
da potenza industriale
a requiem di produttività
terziario e paillettes.
spariscono i calli e i cortei
le bandiere sono solo calcio
e indotta propaganda
bislacchi arcobaleni
paesi stranieri
per ipocriti esattori di lacrime.
il capitale umano non crea interessi
surplus d’anime che non interessa
bocca da sfamare che farfuglia.
verremo masticati
e spezzati dall’alito
dei padroni vecchi e nuovi
bolo indigeribile
acido reflusso.
la storia è questo ondivago
macello che ricama i forti
e rasa i deboli.

atomico anatomico

anatomia di una carie di stato
io cammino per la strada sfatta
e gli autobus s’incastrano
nei cantieri flatulenti.
gli stanchi orologi
hanno lancette piegate
dal torpore. dal maligno.
dal sostegno alla duplicazione.
tutto è fermo e traffico
tutto un serpente meccanico
che sputa gasolio e particolato
che si incolla alle pelli squarciate
dalla tecnologia dal salario
dall’inflazione dal terrore.

ergo

cervelli piatti
per il teatro spicciolo
dei mass media
ergo siamo imperfetti
zoppi quadri d’autore
spudorati adoratori di sangue
e spoglie nude
banane attaccate ai muri
merde d’artista
tette di gomma
cessi pisciati
supposte di 200 metri.
adoratori ancora
di muffe sotto i tappeti
e labbra che cantano biascicando.
i led bagnati dalla pioggia
sono di un blu morente
non fanno sogni
non fanno dormire
minano i ritmi circadiani.
ed io non dormo sereno
sbuffo come un tubo
di dentifricio deformato
da mani che non sono mie.
accetto la mia arrendevolezza
perché accetto la mia povertà.

destri e sinistri

dissezionati e calvi
irrorati e stempiati
inutili patemi
di fighetti irretiti
da ideologie mascherate
d’odio (come tutte pare)
stanchi e vestiti male
adocchiamo piccoli giochi
per sentire le lame
sparire nella nebbia
sui campi calvi
dell’arida periferia
di cemento a singhiozzo:
il mio è un canto a strozzo
si dimena nelle vene
dei led come salici.
nessuno protesta
nessuno piange
aspettiamo l’alba
aciduli e increduli.

al largo

io al largo su una barca ti vedo sulla costa
m’allontano e non ti scorgo più
i miracoli sono svampiti: fiori non colorati
le batoste giornaliere i denti scalfiti.
ci siamo accontentati dell’acqua calda
poco di più: il comodo dilatato prolasso
della vanità. l’arroganza della tecnica
il tedio dei violenti. i bit ch’espongono
alle macerie di desideri. la noia come edera
sale sulle pareti di casa sfiora i cervelli assopiti.
se ancora provi una sorta d’ispida vergogna
o un sussulto di vitalità. se ancora volitivo
leggi del passato come alla favola dei princìpi.
io al largo su una barca ti vedo sulla costa
mi saluti come l’ultima volta. mi domandi
dei giorni e della dimostrazione di forza
della delicatezza viscerale delle sensazioni
dei tocchi dolci delle gocce sulla superficie
la percentuale d’assorbimento. a spanne il grip
del sentimento. non so dirti di più di quel che vedi
posso offrirti l’indirizzo dell’evanescenza
un bagliore di fiamma pilota. sì. con piacere.

sole a metà

il sole è a metà.
ci sono i silenzi.
nel bidone c’è uno scooter
gli hanno tolto il sedile
arrugginita la marmitta.
la poesia è un sollievo
e una condanna.
la domenica si sentono
le televisioni accese
dal garage o dalla strada
dal parchetto e dal cortile.
domani è lunedì
sono già pallido
il lavoro ti succhia il sangue.

per strada

ho camminato oggi per strada
ho visto i visi distratti
le auto in fila. le parcheggiate.
l’aria era satura di gasolio
e polvere. nessun uccello
cinguettava. tutto si muoveva
andava. io starei fermo
se potessi e se volessi
gli altri non mi guardano
ma io continuo ad osservarli
oltre l’angolo morto.
oltre una via di fuga.
oltre il significato nascosto.
ed io sintetico non spreco parole
per un giorno come un altro.

rumore e ardore

tutto il rumore
monta e ribolle
esce dai camini
dalle fogne i tombini
tutto il rumore
come eterni cantieri
che c’investe e depreda
della nostra presunta tregua.
la città disincarnata e inattiva
o troppo. la città ispida e cattiva.
egemonica e lasciva.
la città dove ci si sfiora
ci si schianta ci si odora.
e si cammina già di prima
mattina. si va verso un sole
una parola una carezza
o un amore. amante
che ti colori come la luce
e svanisci negli intrighi e la noia.
con ardore e illusione.

scala reale

è freddo qui il mattino semibuio
basso il sole ed il canto d’uccelli
un ricordo. ottobre in periferia
è rombo di camion e cantieri
strazio di lamiera ed incubo di sirena.
devi allacciarti le scarpe
devi andare in fabbrica:
il tempo è uno sfilaccio confuso
sembra non passare mai
un bisbiglio cervellotico
che riporta sempre alla partenza.
tutto è normativa. ogni passo
una regola assurda. la civiltà
è il collasso del buon senso
la deriva della libertà personale
una gabbia angusta
che toglie senso e respiro.

dietro l’angolo

siamo pochi
sempre meno
è via via più annoiati
e dirò di più
molto noiosi
e maldestri
corriamo sul filo
l’equilibrio è precario
e bisogna sbarcare il lunario
ogni fase ha la sua caduta
ogni compositore la sua sinfonia.
ogni piromane il suo albero:
il nodo viene al pettine
il tempo non basta
il tempo è una bagascia
cola nel lavandino
la mia faccia si scioglie
come un Dalì
ma è qui il paradiso
e l’inferno:
sono la stessa faccia
che ti sorride
dietro l’angolo.

cosa sono cosa sento e via

sono un germoglio impuro
un angolo ombroso
tra la sabbia e la polvere
del sole che s’iberna.
facciamo viaggi lunghi
col viso di postura:
deformato e sorridente
stolto ed intelligente
eppure le mani sudano
ed il cuore galoppa.
ehi. tu. hai preso il calco
del mio arto calloso
e ferito. ehi. tu. alla fermata
ci sarà tanta gente indifesa
e indifferente. prendi il bus
anche tu? mi accompagni?
la terra è senza poesia
ma ci sono alberi
e scoiattoli: li cerchi
cogli occhi chiusi
i timpani vigili
senza voce: basta
la musica.

cantando sotto la pioggia

c’aspetta il vuoto
non c’è tenerezza
né quella breve brezza
sui capelli sotto la cuffia
in fabbrica. c’aspetta
il niente tra le colonne
e i solai: profonde cantine
infiniti tunnel. bavose
introverse dietrologie
di squadre maldestre
tifi afoni per tempi striduli.
avremo la pazienza
per ricalcare respiri
che non sono più?
calcoleremo inesatte
posture o faremo i conti
dopo la frase ai puntini puntini?
esclamando interrogando
c’aspetta il vuoto.
nel senso unico
dove c’erano gli alberi
la città sorda e obesa
il rumore afono
lo stridio dolce.

le battaglie

troverete sempre un’altra battaglia
codificata e accettata
il potere non s’arrende:
t’abbraccia con la causa
ti penetra con una lotta
a tamburo battente
sui media tutti
sulla bocca della gente.
la gente non è divertente
è una massa apocrifa
che tifa collasso.
una colla che non incolla
un’incerta ellissi
un girovagare appresso
al simbolo conforme.
quando poi lo scarpone
e sulla sua faccia realmente
non s’accorge di niente.
o aderisce. e che sia.

pane e giochi

ho impastato ed aspettato
con le mani umide
un’infinita pazienza:
sciolto il lievito
in un lago
aggiunto un boccone di farina
alla volta.
l’autunno cerca il forno
è appena acceso
l’odore del pane
odore di vita.
è appena venuto
un attimo di nostalgia
mi porta lontano
mi porta via
tra un cul-de-sac
ed una via.
tra una ritirata
ed una scalata.
ho impastato
ed aspettato.

sole dietro

alle mie spalle
mai ingobbite
all’orizzonte il sole sparisce
si colora il condominio
è ora della quiete
d’una sorta di pace.
rossa parete ne hai viste
di vite passare come piume
(nel volo lungo se ne perdono
a frotte) rossa parete
ombreggiata d’abeti.
chissà in quanti pianeti
si fissano immobili
segni antichi di luce:
sono come grani silenti
come nuove mete
escono poi dalla terra.

si crede

oggi si crede
non si vive
è un dogma
un radiocomando
una delega.
oggi si crede
non si confuta
è una imposizione.
si crede e si prega
forse la sera
dopo la cena.
svanisce il cristianesimo
la scienza è una presenza
una piovra malefica.
eppure ha ridotto il sudore
i calli e gli stalli.
tutti ne fanno uso
soprattutto la politica
nel suo abuso astruso
nel suo ondivago preservarsi.
nel comando eterodiretto
nei comandamenti deformati.
oggi si crede
domani chissà.

compatibilità


sono uno straccio sporco
che penzola dal filo
tra due vecchi appartamenti.
carta da forno
attorno al pranzo
che si riscalda.
quando sono felice
ricamo centrini
di facili costumi:
vengo dai fiumi
dalle ere manuali.
dal soliloquio positivo
della generazione
dopo la guerra.
i nonni avevano
qualcosa da insegnare.
i genitori erano lì
pronti e reattivi
per restare e piantare
paletti nei cuori:
tutto senza sangue
con tutto l’amore possibile.
presentabile. dichiarabile.
sono uno straccio sporco
non ho bisogno di voi
voi non avete bisogno di me
siamo incompatibili.

risvegli

l’umanità non è mai degna
di un risveglio. di una consapevolezza.
ristagna nella risacca
pure con la luce negli occhi
e i cristalli che pendono dal cielo.
purtroppo non sembra esserci soluzione
all’opaco. al sordido. all’accettabile.
umanità rognosa e facilona.
al mediocre dondolio che nausea.
la violenza è sempre il sistema
la regola che fonda il diritto
la via che svia i costumi e i pensieri
la violenza che costruisce le terre
ed affacina intellettuali e fantasmi
eradica antiche filiazioni.
tutto è squadra che con altra compete
ed il tifo satura e vomita.
l’umanità non è mai degna.

nuovo lavoro

ho un nuovo lavoro:
ascolto le sirene taglienti e riverberate
sul divano. non son quelle di fabbriche
ormai dismesse o di un po’ di cinesi
laconici. sono d’ambulanze
e vigili del fuoco. polizia.
tutto il giorno risuonano stonate
nella periferia distratta e sfranta:
a casa i disoccupati e i vecchi
sulla strada i morti e gli assassini.
gli operai che precipitano
quelli che crepano nelle lamiere
schiacciati dall’acciaio
fulminati dall’alta tensione.
sogno una pausa alla perversione
al dolore e allo scontro orizzontale.
noi siamo anche verticali
moncherini con le gambe tagliate
come i fiori che ti porti a casa
recisi. ma non la bellezza.

“IL CIELO E’ UNO STRACCIO SPORCO NELLA STRETTA DELLA MATERIA” – Luca Parenti

Buongiorno a tutti, esce oggi la mia prima e unica raccolta poetica, con prefazione di Matteo Fais.

Disponibile in edizione cartacea ed e-book qui:

volere volare

le nostre mani così delicate e fini
siamo troppo belli
per fare questi lavori di merda
spaccarci la schiena per mangiucchiare
la sera ed il sabato pippati di cocaina
o farciti di birra e whisky
per tenerci dritti nel gran ballo della produzione.
ho visto gli zombi statunitensi
fumarsi cristalli e farsi in vena
arriverà anche da noi questa pena
autodistruzione selvaggia e oscura
manipolazione di menti giovani e bianche
come memorie digitali sovrascritte
e cancellate. sovrascritte e cancellate
come un pavimento grezzo di cemento.
la scopa del sistema. niente industria
niente lavoro e tanto tempo libero.
oltre al vuoto democratico
l’inedia dei diritti a tutti e a pochi
che svuota tutto come una pompa
acque reflue acque scure.
te ne vai al bar a fine turno
non ci sono più italiani
hai sentito di quell’egiziano a Torino?
e volato giù dalla gru
con un tonfo sordo d’indecenza.

i grandi e i piccoli

abbocchiamo abbocchiamo
come pesci come pesci
siamo banali e strani
eccezionali e inani:
non c’occupiamo più degli altri
abbiamo l’orticello da preservare
un figlio (raro) o una compagna (forse)
da bambini siamo cinici e imprendibili
feroci e liquidi: t’insegnano
che non hai sesso
se non quello che ti senti
percezione al momento. ti fanno le unghie
ti mettono la gonna. un po’ di trucco
per mascondere la barba. una bambola.
il bambino è gomma da masticare
pongo nelle menti del male.
abbocchiamo abbocchiamo
perché c’annoiamo
perché deleghiamo
perché non comprendiamo
perché prima o poi
sarà guerra: i grandi
sputano in faccia al senso
ci decapitano col sesso.

strade di niente

le strade tutti sensi unici
portano fuori. cantieri
e cantieri e auto come formiche:
il formicaio lo abbiamo fatto
l’abbiamo voluto e forse amato
per un tratto: per la penna
la fama e la fame. poi
qualcosa è accaduto
e non so dirti. e sono
ancora case e persone
e case e persone
persone e case:
stiamo ai lati
per non pestarci
tra le righe bianche
come un codice della strada
sopito. non dichiarato.
o almeno crediamo
che sia progresso
al posto di un campo
e l’ossigeno ampio
da respiro lungo. eppure
siamo vivi. ma non sappiamo
più nulla o qualcosa
che rimane. tutto stanca
ma bisogna arrivare.

rush finale

la notte mi colora
d’ossido di metallo
io che nel buio
assalgo lettere
scavo pagine
e non m’incupisco.
né m’iilumino troppo
ma non indietreggio
non cedo all’abisso
del consumo e all’idolatria
dell’ego. all’immagine
scaltra. scarto e rammendo
come una economia circolare
amo fare: ho visto una casa
e ne sono innamorato
mi vedo alla finestra
al primo piano
di fronte al pozzo
col cardellino sul davanzale.
un orto all’orizzonte
che pare non finire.
io che sono nato al mattino
nella polvere e nello smog
coi genitori operai
che sapevano di ferro.

(il titolo è del lettore)

tiratemi per i capelli
spaccatemi la mascella
bruciatemi le ossa
eviratemi e cospargetemi di sale
che non possa crescere pelo
ma non la parola che trema e plana
non il significato eradicato
scremato e coltivato:
s’agglomera come un sasso
nel letto del fiume in piena
sbatte e rotola
nell’esplosiva emozione
che tutto avvolge
anche nella piana depressa
della patologia del vecchio
anche l’immotivato
colpo di tosse
la sincope dolorosa
il grottesco singulto
nausea che sbudella e scioglie.
rendetemi cieco e sordo
come Ludovico Van
ma non eradicherete linfa
strada ghiaiosa e fame
nella cella della vostra disperazione
riflesso dell’inespressa frustrazione.

una persona semplice

scuote la testa l’operaio
sarà stato scambiato
o forse c’è un errore
nel tabulato. no. il salario
è dimezzato. anche i colleghi
scuotono dondolando il cranio
sembrano polaroid che svaniscono
comunicano vivacemente
non si comprendono appieno.
la crisi c’è dal 2008. tagli d’organico
diritti in diminuendo. orari flessibili
straordinario. l’operaio è semplice:
non gli piace Mozart e non mangia
raffinato. l’ostrica l’impaluga.
desidera forse l’auto nuova
l’amante in ufficio
l’apericena in centro
il telefono più performante
così si sente accettato. digerito.
per premio lo sostituisce un africano
è tempo di saldi.
non sa se mangiare soltanto
o morire solo.
fa le cose che deve
pensa dopo le 17
fantastica di calcio e tette.

stesi in città fissando il cemento

come una baldracca si stende
la città indolente e schizzata.
indifferente a tutto e tutti
ha i binari segnati: crescerà
obesa ed imploderà vilipesa.
dannato ammasso di nulla
cibo preconfezionato
industialità diffusa
e servizi che fanno le fusa:
eppure puzza di fogna
rancida di piscio.
nei giardini d’alopecia
tafani e zanzare: sogno
un pozzo e il letame
uova di gallina. vorrei
mangiarmi le mani
e sul prato sorriderne
con le farfalle e l’assiuolo.

operai poveri operai inculati

poveri operai
avete la faccia stanca
poveri operai
siete rassegnati
poveri operai
il vostro salario
è una pacca sulla spalla
poveri operai
non avrete la pensione
e non verrete curati
poveri operai
verreti sostituiti
da poveri africani
analfabeti e selvaggi
da poveri asiatici
analfabeti e selvaggi
poi anche gli africani e gli asiatici
verranno sostituiti
dalle macchine
tutte in rete
affidabili (forse)
e inarrestabili.
la fatica sarà un ricordo
e l’umanità.
perché potremmo
anche stare senza lavoro
ma non potremo
avere tutto quel tempo
per pensare. per essere forse
migliori. non possiamo
proprio stare per troppo tempo
al sole senza scottarci.

occhi diversi

trapiantatemi occhi buoni
per vedere il sole che si riflette sull’acqua
del canale. trapiantatemi occhi diversi
per scorgere la bellezza sotterrata e vilipesa
appesa ai manuali di un’epoca passata.
qui la bellezza è schiacciata dai balconi
dal cemento sbriciolato non dal selciato.
mettetemeli nel ghiaccio per non farli diventare
una macchina di sale e benzina: non voglio
l’intelligenza artificiale. voglio affrancarmi dal lavoro
il sudore che cola nella ripetizione
lo strazio della mancanza di tempo.
vorrò poi insegnarla questa leggerezza sfrontata
quel bagno nell’acqua primordiale
liquido amniotico che sta pure nel bulbo
attraversato dalla luce e dal buio
piccolo curioso incredibile mondo.
insegnarla a mio figlio che lotta col tempo
il martello ed il sole. come me prima ed ora
ed il nonno di polvere e idee.

cielo azzurro

in mezzo ai palazzi
non si vede cielo
poi fronde di capannoni
svuotati da politici
e dal saper fare
troppi i laureati
che smantellano
e poche le privazioni
che stimolano.
in mezzo ai condomini
che si mangiano azzurro
e vita non si respira
ascoltano tutti e vedono
le stesse cose. cose di poco
cose da cui non nasce
cose che non sentono
ma colonizzano
programmano:
menti di contadini
che non sanno del no
non sanno più del cielo
quel che non respira
in mezzo ai palazzi.
dai fili penzolano stracci.

vita nova

c’è una poesia ormai
che è sotterrata
da libellule e rondini
da carezze e dal carino
dal femminile e l’uccellino
poesia dello scavo interiore
ma c’è anche una poesia dell’orrido
che disinfesta dal grazioso
e lubrifica il disincanto.
mi lascio dimenticare dalla parola
entro nei sottopassi dei drogati
dove il pattume è storico ritrovato
e lo stato non circola più
i murales raccontano e male
i senzatetto ruttano
i negri spacciano
le zoccole pisciano
rendicontano al pappone.
dove i palazzi brutali e brutti
occupano cielo e fantasia
dove il capannone è pericolante:
prima l’operaio produceva
oggi desidera solo una pensione
una comparsata in televisione.
è fuggito dalla terra
ora la polvere lo corrode.
non saprebbe come vivere
avrà un malore dedicato
l’identità liquida digitalizzata
il QR code e del sesso virtuale
avrà forse il biberon dello stato
se si sarà accontentato
di un inferno tollerato
nella città moderna
nella rete che la dissangua
la spreme. la modella.

città di sole

la città di sole è altera
la città del sottopagato
del turismo incentivato
degli africani che vendono tutto
e non sanno che ci fanno qui
e sputano sul piatto e cagano
spacciano dietro gli angoli
pisciati e imbrattati dai centri sociali
figli di papà che fanno i tolleranti
giocano col fuoco tanto non pagano mai
e studiano e studiano e non sanno che le mani
sono sagge e i calli sono sogni
la città è sgombra ma non troppo
l’inflazione e la guerra e la benzina
e le bollette hanno raso i consumatori:
mangiano cibi processati e congelati
poi li vedi bianchi e smunti ed emaciati
i vegetariani con gli occhi mosci e rossastri.
la città coi buchi nelle strade e i sensi unici
che si moltiplicano. quanti vecchi coi bastoni
e i pannoloni: hanno le bocche storte
sbavano sul marciapiedi. la città di sole
altera e megera attrae nuovi adepti
nuovi affitti e precari: i desideri sono lì
li vedete? a portata di portafoglio
c’è da metter da parte l’orgoglio.
ma in questo siete bravi:
non vi lavate così spesso le mani.

lotta

sono penetrato
nel banco di nebbia
senza chiavi
senza mappa
rischio d’impatto
rischio d’impasse
rischio di resa:
la battaglia ci sarà
è pretesa della sorte
e della statistica
suo consorte.
vita e morte:
un occhio è aperto
un occhio è chiuso.
un occhio aperto
un occhio chiuso.
lo scontro vero
è dietro agli occhi
di fronte la decadenza
di fronte la redenzione.