Non c’è benessere senza spine.

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Questa è la sequenza più famosa del film Una vita difficile.  Bene, adesso cerchiamo di immaginare la stessa scenetta ai giorni nostri.

Due trentenni, appartenenti a quella che potremmo chiamare oggi  wellfare class, sono invitati per motivi scaramantici alla tavola di una di quelle famiglie di sopravvissuti, che una volta venivano definiti “veri signori” per distinguerli dagli arricchiti.  A un certo punto la voce dello speaker della tivù annuncia:

Vi comunichiamo i risultati del referendum repubblica  fascismo. Repubblica …ventimilioni…   Fascismo …ventitremilioni…   Da oggi, l’Italia è fascista!

Mentre i padroni di casa  a malapena nascondono la loro delusione e tristezza, i due giovani ospiti si guardano compiaciuti e si danno il cinque: e…vaiii!

Cosa può aver cambiato così radicalmente  Silvio e Elena, tanto da farli diventare fan del totalitarismo? I Silvio e Elena dell’immediato dopoguerra erano figli dello spirito del tempo. Uno spirito curioso,  idealista,  entusiasta, democratico e progressista, anche se attraversato da profondi dubbi e incertezze. Pertanto non potevano che parteggiare per la repubblica. Ma da quegli anni ad oggi molta acqua è passata sotto i ponti e il continuo, progressivo benessere ha reso  i Silvio e Elena dei nostri giorni simili nell’aspetto, ma completamente diversi dentro.   L’ambiente ha avuto di gran lunga la meglio sulla trasmissione dei caratteri ereditari  etico-culturali da una generazione all’altra. A tal punto che oggi si  parla di mutazione antropologica probabilmente irreversibile.  Silvio e Elena non sanno più cosa voglia dire lottare per i propri diritti, lo considerano un fatto acquisito. Naturale. Né sanno cosa voglia dire solidarietà. Non hanno ideali. Né curiosità. Né memoria storica dei perché. Soprattutto non sono spinti dallo stato di necessità.  Desiderano solo conservare il loro train de vie. I loro privilegi. Se un sistema totalitario promette di garantir loro,  meglio della democrazia, la stabilità dello stile di vita che amano,  allora: benvenuto fascismo!

Morale della favola: il benessere prolungato, se non va di pari passo con uno sviluppo armonico dell’individuo ( che dovrebbe approfittare delle infinite opportunità  che gli vengono offerte di una crescita che non sia solo materiale), col tempo finisce per provocare una frattura  nelle credenze, nei valori morali, nei modi di vivere e  di rapportarsi con gli altri. D’altronde, se noi figli del dopoguerra non siamo stati capaci di proteggere e conservare  la maggior parte di ciò che c’era di positivo a questo mondo, non possiamo mica pretendere che le generazioni che verranno continuino a vederlo con gli stessi occhi.  Lo stesso cervello. E, soprattutto, lo stesso cuore. Ma poi chi ha detto che questo sia un male? Forse la nostra è solo una nostalgia novecentesca. Magari è arrivato il tempo  di mollare il colpo.

 

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Wikibiografia non autorizzata di Berlusconi Silvio.

Ripubblico questa wikibiografia non autorizzata del cav. (scritta nel  2012), perché non vorrei che, vista la recente riabilitazione, qualcuno fosse indotto a pensare che si tratti di persona degna di fiducia.

Nasce a Milano, il 25 settembre del 1936. Voci non ancora confermate, sommate a numerosi indizi assai circostanziati, darebbero sempre più consistenza ad una storia così strabiliante da far impallidire anche la penna di Alessandro Dumas. Tenetevi forte: quella buonanima di mamma Rosa, per gli amici Rosella, avrebbe scodellato non uno, bensì due Silvio. Due pargoletti identici. Due gemelli. Pare infatti che alcune ore dopo che il primo esordisce con una lunga teoria di “mi consenta”, fa avance da camionista a tre infermiere, cazzia due chirurghi, racconta l’ultima sui carabinieri a mezzo ospedale, ammolla una goliardica pinghella sulle palle all’anestesista (tanto per tenerlo sveglio); il secondo – al grido di “ta… taaaaa… ecco a voi il sequel!” – sia schizzato fuori, tutto intrippato, e con tipica chiusa alla Fred Astaire, abbia lasciato la audience interdetta. Naturalmente, se la cosa venisse confermata, il Fenomeno di Arcore ne uscirebbe assai ridimensionato. Una sorta di Cavaliere dimezzato, insomma. Non certo più quell’unicum da annoverare fra le più aberranti patologie della psiche umana, ma semmai, con buona pace di tutto il Paese, un bino che si fa uno, come vedremo, all’insaputa della gente. Caso eclatante ma piuttosto banale, da ascrivere tutt’al più alla tradizione mitologico-letteraria del doppio. 

Alla luce di questa rivelazione, pare che i due frugoletti che Rosella avrebbe deciso di chiamare Silvio per non fare torto a nessuno, all’aspetto siano assolutamente identici. Due gocce d’acqua. Solo il carattere, fin dai primi passi, rivela, nel più giovane, un’anomalia: ogni tratto in lui viene esasperato. Ciò lo rende soggetto per niente facile: debordante, eccessivo, sempre fuori misura. Personalità basica che non mostra né profondità né spessore, ma indubbiamente possiede tinte così forti da non passare inosservato. Tutto spontaneismo senza discernimento alcuno. E zero freni inibitori. Tanto che la parola anticipa ogni pensiero e le sue uscite diventano via via più imbarazzanti. Talvolta perfino moleste per il prossimo e dannose per il gemello, essendo assai facile confonderlo. Anche perché pare che nessuno, tranne i pochi cui viene cucita la bocca, sia al corrente della sua esitenza. Più il tempo passa, più la cosa crea problemi, che a poco a poco vengono paraculescamente trasformati – come da manuale del perfetto pubblicitario – in altrettante opportunità dal primogenito, sul quale si appuntano ormai le speranze dell’intera famiglia. 

Sedotti da questa ipotesi gemellare, d’ora in poi indicheremo i due soggetti come Silvio 1 e Silvio 2. Anche perché, in ogni caso, variando il numero dei protagonisti il risultato non cambia. Lasceremo alla vostra perspicacia stabilire, di volta in volta, a chi attribuire le fantasmagoriche gesta. Diremo solo che Silvio 1 è l’egocentrica mente, l’istintivo stratega, il boccaccesco regista, il vanesio mattatore, l’arrogante filibustiere, il galante tombeur da pochade, il disinvolto imprenditore un po’ bauscia, un po’ villan rifatto. Silvio 2 è l’eterno zuzzurellone, il perenne infantilito, disturbato quanto basta, tanto bugiardo da ingannare anche se stesso, guitto e saltimbanco, un po’ Zelig un po’ Amici Miei, sommamente irresponsabile, totalmente inaffidabile, e soprattutto, all’occorrenza, tanto, tanto smemorato. Almeno quanto quello di Collegno. 

Silvio 1 frequenta le scuole dai salesiani; mentre Silvio 2, per non fargli ombra, è tenuto segregato in casa (esce una volta al dì con mascherina alla Joker) e affidato fino alla maggiore età alle cure di un tutore. Il famoso zio prete. Il primo, saltato a piè pari il servizio di leva, si laurea alla Cattolica in Giurisprudenza, con una tesi che fa ampiamente presagire il suo luminoso futuro : “Il contratto di pubblicità per inserzione” (cazzolina, che tesi! n. d. r.). Il secondo viene spedito oltr’Alpe e sotto le mentite spoglie di Rocco Mifreghi, fra una performance e l’altra, frequenta un corso di Ron Hubbard, che qualche giorno dopo avrà un esaurimento nervoso dal quale non si riprederà più; e uno di persuasione occulta, tenuto da Vance Packard, che da lì in poi vedrà vacillare ogni suo convincimento. Dopo una vita spericolata correndo da un eccesso all’altro – il cavallo (delle brache) sempre più imbizzarrito e nitrente – allo scoccare dei sessanta sente nostalgia di casa. Le sue rentrée in Italia si fanno via via più frequenti. Vere e proprie improvvisate. Il rischio che tutto venga scoperto aumenta. Anche perché, sempre più spesso, il nostro si diverte a prendere il posto del fratello a sua insaputa, mettendo in risalto il lato più “ganassa” della sua esuberante natura. Sarabandaaa!

Silvio 1, ormai sul punto di scendere in campo per salvare in un sol botto azienda e chiappe, non potendo sopprimerlo per quanto tentato, improvvisamente ha un colpo di genio: decide di servirsene come sosia, stuntman, meglio ancora “gaffeman”, ogni volta che bisogna distrarre l’opinione pubblica. Introdurre un diversivo che faccia rapidamente breccia nella mente di un popolo bue. Nasce così, da questo improvvisato sodalizio, un personaggio di fantasia – per molti supereroe di riferimento, per altri vero e proprio flagello di Dio – che tiene in scacco per oltre un ventennio un paese in massima parte di boccaloni. Attenti a noi due!

Fin dagli esordi, Silvio 1, che prefigura e pregusta già l’impero che verrà, comincia a mettere in cantiere una frotta di eredi a cui passare il testimone. E così fa due figli con la prima moglie: Marina e Pier Silvio e tre, Barbara, Eleonora e Luigi, con la seconda, l’attrice Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, che sposa – come si conviene a ogni uomo timorato di Dio, e con ben sette zie suore appese all’albero genealogico – dopo una lunga relazione extraconiugale. Ah, il gioco delle coppie!

Le prime esperienze lavorative sono all’insegna della precarietà. Prima come cantante e intrattenitore su nostrane “Love Boats”, poi come piazzista di scope elettriche. Superata la fase della cavallina ma prima ancora di diventar cavaliere, inizia l’attività di agente immobiliare. Nel 1961, un bel mattino gli scappa una pensata: e se ci dessimo all’edilizia?!!! Detto fatto! Un colpo alla ruota della fortuna e via! Esce di casa e si fionda ad acquistare un bel terreno in zona Bande Nere, grazie alla fideiussione del banchiere Carlo Rasini, titolare della banca omonima (pare insignita di ben 3 lupare e 2 coppole dalla “Guida Riciclo Denaro”), nella quale lavora il padre. Nel giro di pochi anni nascono Milano Due e Milano Tre. Città-fortino ai margini della metropoli lombarda. Sei grande, fratello! Da dove arrivino tutti quei soldi, nessuno sembra occuparsene. Mistero!

Testa in continuo fermento, vero e proprio vulcano sempre attivo, un bel giorno, il fiuto gli dice di allargare il raggio d’affari al settore della comunicazione. E qui ha la genialata che lo farà passare alla Storia: mettere in piedi il più grosso network di televisioni private locali d’Italia. In modo che, in assenza di ripetitori che coprono il territorio nazionale, questa rete possa supplire per mettere in onda – in contemporanea in tutto il paese – la pubblicità. A confronto l’idea meravigliosa di Cesare Ragazzi è una solenne pirlata. Chapeau! E richapeau! Con ampia scappellata finale e riverenza a ritroso. Scherzi a parte!

Così nel ’78 rileva Telemilano (anche se avrebbe tanto preferito Telelecco, per il suo prosperoso palinsesto), una televisione via cavo che ribattezza Canale 5 e trasforma in rete televisiva nazionale. Sempre nel 1978 fonda Fininvest, holding che coordina tutte le varie attività. Nel 1982 acquista Italia 1 da Rusconi e due anni dopo Retequattro dal gruppo editoriale Arnoldo Mondadori. Bim bum bam: il pranzo è servito!

Nello stesso anno i pretori di Torino, Pescara e Roma oscurano le reti Fininvest per violazione della legge che proibisce alle reti private di trasmettere su scala nazionale. Scherzo da prete! Lui se ne strabatte, tanto in questi anni ha pasturato così bene il partito socialista che l’azione giudiziaria viene stoppata in men che non si dica dall’amico Bettino, che con decreto legge “ad aziendam” legalizza la situazione. Il gruppo riesce perciò, seppur con strumenti non legali per la legislazione di quegli anni, a spezzare il monopolio televisivo RAI. Nel 1990 la Legge Mammì stabilizza la situazione, rendendo definitivamente legale la diffusione a livello nazionale di programmi radiotelevisivi privati. Anche se Mediaset continua ad operare con concessioni transitorie. È una vera corrida!

Negli anni a seguire il gruppo si diffonde in Europa: in Francia fonda La Cinq (chiusa nel’92); in Germania Tele Funth, in Spagna Telecinco. Durante il corso degli anni ottanta, le folgorazioni si susseguono a ritmo frenetico, la sua testa è una cornucopia che vomita idee a getto continuo: chiama le vecchie glorie della TV nazionale – ormai sull’autostrada del tramonto – gli fa due iniezioni di gerovital, tre elettroshock, un restauro qua e là: trapianto di peli, lifting, una sbiancata alla dentiera, un po’ di botulino, una passata di cerone, una bella sniffata e via… i nostrani “cocoon” scendono in pista. Tuttinfamigliaaa! 

Innova i palinsesti, inaugurando i TG durante il corso della giornata. Inventa format. Talk shaw. Quiz. E inonda le già fragili menti con una marea di soap opera, sequel, serial, e minchiate di tutte le razze. Così rafforza gli ascolti, il suo patrimonio, e mina sul nascere intere generazioni, titillando e valorizzando il peggio di un popolo. Inaugura piazze virtuali da dottor Dulcamara con irresistibili televendite. E ci sommerge di telepromozioni a go go. Non è certo la RAI! Non contento, dà la possibilità ai piccoli imprenditori, grossier di modi e di cervello, che fino ad allora erano costretti a sbavare davanti agli spot, non potendoseli permettere, di accedere al meraviglioso mondo dell’advertising, attraverso i famosi “contratti a rischio”: ti concedo spazio gratis fino a che non raggiungi il target di vendita. Da lì in poi mi paghi. Oppure il mitico “cambio merce”: io dare a te spot, tu dare a me cammello. L’animale viene poi riciclato, come i regali di Natale, e venduto attraverso i gruppi della grande distribuzione acquistati nel frattempo: Standa, Euromercato e Supermercati Brianzoli. Come effetto collaterale accumula riconoscenza e gratitudine a carrettate, che semina con amorosa e lungimirante cura. Presto germoglieranno e diventeranno, a tempo debito, credito da riscuotere. Consenso. Voti. Centinaia. Migliaia. Milioni di voti. Beautiful! Ma soprattutto: milagros!!!

Nel 1998 scorpora e vende il gruppo Standa. Dichiarerà poi di esser stato costretto a questo sacrificio dopo la sua discesa in politica, giurando sulla testa dei cinque figli che nei comuni gestiti da giunte comuniste non gli concedevano le necessarie autorizzazioni per aprire nuovi punti vendita. Verissimo! Bubbole! rispondono in coro i detrattori. Il tutto nasconde il tentativo di generare un po’ di cash per dare fiato a un gruppo che sta attraversando un periodo di vacche magre (senza allusione alcuna). In campo editoriale diventa il principale editore italiano nel settore libri e periodici; nel gennaio del ’90 acquisisce la maggioranza azionaria della Arnoldo Mondadori, fottendo De Benedetti (Lodo Mondadori) con una spregiudicata macchinazione da furbetto del quartiere. Del pacchetto fanno parte anche la Giulio Einaudi Editore, più una serie di prestigiose case minori. Nel 2011 la magistratura ribalta tutto e condanna Fininvest a risarcire 560 milioni di euro al tenace Carlo. Risatissima!

Nel campo della distribuzione audiovisiva, diventa socio di Blockbuster Italia, oggi defunta a livello mondiale. Controlla inoltre la Medusa Film e Endemol, una società per lo studio e la vendita di format televisivi. Fa, primo in Europa, una rapida sortita nella payTv con Telepiù agli inizi dei ’90 (ceduta a Sky nel 2002), fino a inaugurare, con l’avvento del digitale terrestre, Mediaset Premium. Il Gruppo Fininvest, con le partecipazioni nelle società Mediolanum di Ennio Doris – uomo dal fulvo toupé, soprannominato il Giotto della Brianza – e Programma Italia, ha una forte presenza anche nel settore delle assicurazioni e della vendita di prodotti finanziari. Chi vuol esser miliardario, si faccia avanti!Grande tifoso di calcio, acquista il Milan. Anche perché, se una banca significa sicurezza, una squadra di calcio vuol dire pubblicità. E poi, all’occorrenza, ti procaccia un sacco di voti. Anche se acquisti un fessacchiotto come Balotelli, tutto gambe e cervello in perenne offside. Sotto la sua gestione i diavoli rossoneri vincono di tutto e di più. Tre volte chapeau!, con doppia capriola retrograda, gesto del ciucciotto, e òla da vomito! 

Tralasciamo, per raggiunti limiti di sfrangimento, i conti chiusi e in sospeso con la giustizia. Tanto tutto il mondo sa che la magistratura, essendo comunista per definizione, è costantemente rosa da invidia galoppante. Ce l’ha su con lui a prescindere. Lui, così buono che non farebbe male a una mosca, e tanto generoso da aiutare tutti: ragazzi, militari, e donne (se poi gliela danno le ricopre d’oro dalla testa al girovita.). Quando però si tratta di affari non guarda in faccia nessuno: pensate a villa San Martino in quel di Arcore comprata per una miseria, grazie ai raggiri ai danni di un’orfana minorenne sotto la tutela legale di quell’Esse-Esse di Cesare Previti. Chi avesse almeno un lustro da buttar via per approfondire procedimenti, sospensioni, condanne, prescrizioni, annullamenti e chi più ne ha… può trovare ampia documentazione in rete. Scoprirebbe così che l’uomo ha il forum più grande del mondo.

2013, 2011, 2008, 2001, 1996, 1994… Quando c’era lui i treni arrivavano in orario…; Lei viene? Quante volte viene?; Angelino sì, Angelino no; mi candido, non mi candido, sì, forse, forse che sì’, forse che no; e i sondaggi?; la nipote di Mubarak; il cugino di Gheddafi: lo zio di mia nonna; il cazzo che ti si frega; abbasso l’ICI; a morte l’IMU; viva la FIGA; Milan uber alles!; cala la mutanda (Francesca), sale l’Auditel…; Brunetta si sposa; la culona inchiavabile; il falso in bilancio; tutta colpa dei media; Ponte sullo Stretto; Casa delle Libertà; casa di Montecarlo, i senzatetto dell’Aquila; i fratelli Marx che sagome, peccato quel cognome; i comunisti, capaci di tutto!; la Mafia non esiste, e semmai l’ha fatta fuori il Duce!; Mangano, macché stalliere, quello è un eroe; grandi opere, ignobili bugie, stellari promesse; Bunga Bunga; la Minetti è una personcina a modo: brava, laureata, e poi trilinguata…; ma anche la Barbara, quanto a lingua…; i club “Silvio ci manchi”; quinte colonne di qua, quinte colonne di là; Oobeemaaaa!; Cucùuuu, setteteee!; Romolo e Remolo; è una vile menzogna! non l’ho mai detto!; All Iberian…; Alitalia, ghé pensi mì!; satellite sì, satellite no; non avrete il mio scalpo… ovvio!; Emilio come Gagarin?; la Legge Gasparri; Carfagna, Gelmini, Prestigiacomo, Brambilla… che simpatica la Santanché; i fratelli Cervi, li conosco, un giorno di questi voglio stringere la mano al padre; turisti della politica!; la proporrò come Kapò; smentisco fermamente!; l’Editto Bulgaro; Back in exUSSR; l’amico Bossi; l’amico Putin, l’amico Bush; Amici, la De Filippi e come ti fotto una generazione; Ferrara, Feltri, Sallusti, Bel Pietro: attaccanti. Centrocampo: Minzolini e Socci. Porro, Amicone, Signorini, Fede: difesa. Vespa in porta. Rossella in panchina. Farina: squalificato; la Bicamerale; il Contratto con gli italioti; l’insipienza delle opposizioni; il Porto delle Nebbie; Forza Italia; il predellino; via d’Amelio; la strage di Capaci; via dei Georgofili; la P2…

Tragicomico rewind che divarica e sparge sale a piene mani su ferite ancora aperte. Il percorso politico e civile del nostro dovrebbe essere ormai noto a tutti, se non altro per grandi linee e per gli effetti devastanti che ha avuto e continua ad avere, non tanto sullo spread, ma sulla nostra già malferma psiche. Però, se proprio non ve ne siete accorti: o avete il vostro tornaconto, o vivete come Alice… Nel primo caso, auguri! Nel secondo, disciules! Dopo una serie infinita di tiraemolla, e aver affondato le primarie della sua invincibile armata, non più di due settimane addietro annuncia di non volersi più ricandidare alla Presidenza del Consiglio. Poche giorni fa dava per certo che il PDL avrebbe vinto le elezioni. Pare, invece, che le abbia perse il PD. Il fido Angelino (può un adulto normodotato farsi chiamare come un cartone animato?) non diventerà più Premier (ahinoi!), e Lui dovrà rinunciare al Ministero dell’Economia (accidempoli, che sfiga!). Resta un posto da papa. Nel caso non dovesse bastare, potrebbe sempre indire un referendum popolare e farsi acclamare Re d’Italia & Colonie. Penali comprese. Dieci chapeau!, un pernacchio stereo, mani a stringere sul monte fumaiolo e le tombe etrusche, e triplo gesto dell’ombrello!

SILVIO E LA WELTANSHAUUNG ETEREA.

La filosofia dell’uomo, la sua visione del mondo, si può riassumere in tredici punti. E non ha certo bisogno della spiega di Emanuele Severino o l’analisi di Umberto Eco.

* Per convincere la gente la televisione non è tutto ma è indispensabile. Possiedi l’etere, e sarai a tre quarti dell’opera.

* Il pubblico è come un bambino di dieci anni. Pure un po’ ritardato.

* Più la bugia è grande più la gente ti crederà.

* Non importa se dentro sei una ciofeca. Ciò che conta è quel che mostri. Si ti mancano i capelli: trapianto! Se son grigi: tintura! Altrimenti, impiccati, chl’è mej!

* Spara pure cazzate. È la prima parola quella che si fissa nella mente. Qualsiasi smentita non riuscirà mai a cancellarla. Passaparola!

* Ogni donna ha il suo prezzo. E nessuna resiste al fascino del potere.

* Nessuno è insensibile al denaro, se il prezzo è giusto ti vendono anche la madre.

* I comunisti sono malvagi e godono nel vedere i ricchi piangere.

* Le imposte sono un furto legalizzato, evadere è legittima difesa.

* Circòndati di mezze seghe, leccaculo e mignotte, pagali bene, e vivrai tranquillo.

* Possedere una banca e una squadra di calcio non è tutto ma aiuta. Il sottoscritto.

* I magistrati sono la feccia della società, tranne quelli sensibili alle donazioni.

* Se vuoi salvare le chiappe scendi in politica. (Famoso il suo invito – da Steve Jobs del Giambellino – alle nuove generazioni: “Osate, siate spregiudicati! E anche un po’ pregiudicati!”)

Mentalità postbellica, il cavalier Silvio, è un commendator Borghi ripulito, con in più uno straccio di laurea che non sempre onora. E non basterebbero tutte le onorificenze del mondo a far dimenticare che è un individuo poco raccomandabile e socialmente pericoloso. Uno che, persa la partita, non si spara un colpo in testa nel suo mausoleo-bunker, mentre irride il nemico con gesto di suprema sfida e disprezzo (l’idea non lo sfiora minimamente), ma continua imperterrito a lanciare sassi e nascondere la mano. Dice e smentisce; passa da guitto a statista, da vittima ad accusatore con la rapidità di Fregoli; si improvvisa cieco di Sorrento e si barrica nel suo feudo per sottrarsi ai processi; si spaccia per salvatore della patria, mentre fa terra bruciata, distrugge ponti, e avvelena i pozzi. E soprattutto gli animi. Perché, nonostante la sua insolente spregiudicatezza, sfrontata determinazione, e sicumera da bar sport, l’aspirante caudillo – sotto sotto – è un po’ vigliacco. Se non avesse l’arroganza dei soldi sarebbe solo un patetico Mr. Witwould qualsiasi. 

Venendo alle condizioni in cui si trova il paese dopo il suo ventennio, però, non si può non ammettere che una buona parte di responsabilità sia anche nostra. Che, in fondo in fondo, ognuno di noi abbia la sua dose di colpa, e almeno un gemello “dentro” che non vorrebbe o non dovrebbe ascoltare e ospitare. Per il momento limitiamoci a immaginare cosa riserverà il futuro al nostro eroe. Nessuno può dirlo con sicurezza. Certo che di stronzate ne abbiamo ascoltate e sopportate tante. Troppe. Da ultime: la restituzione dell’IMU e i quattromilioni di posti di lavoro. Manca solo che trasformi la crisi in percezione, rigiuri che sconfiggerà il cancro, ci riveli – con la sinistra ironia della iena maculata – che Lui e il Creatore sono culo e camicia, fors’anche sinonimi… cos’altro ci toccherà mai sentire ancora? Ma soprattutto, cosa abbiamo fatto di tanto tremendo da meritare un simile castigo? E, nel caso, fino a quando dovremo espiare?

Se mai qualcuno dovesse risentirsi per i giudizi sull’Unto, potrei cavarmela con l’aforisma di Balzac: “Dietro ogni grande ricchezza…” Ma preferisco rimandare direttamente al poeta corsaro: “Io so…”

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Ricordando Haring.

1985. Manhattan, NYC. Una struttura in cartongesso dall’aspetto provvisorio e un po’ precario a ridosso di un palazzo in ristrutturazione, di cui non mi ricordo il volto. Un’apertura nella parete – che mostra un pullulare di omini colorati in costante movimento e cani dal tratto apparentemente infantile che abbaiano il loro impegno sociale dalle pareti – incuriosisce e spinge a entrare. Dentro il lungo corridoio, un ricco merchandising di t-shirt, berretti, felpe, poster, agende, swatch, dispiegato qua e là in ordine sparso lancia le sue ipnotiche provocazioni esplodendo in una fantasmagoria di colori audaci e tratti energici e decisi. Keith Haring è il nuovo idolo pop del momento. Evito di chiamarlo “icona” per non essere colto da scorbuto fulminante e soprattutto perché non ne sarebbe contento. Appesi alla parete ci sono anche matite e fogli dove segnare il numero degli articoli che desideri acquistare. Alla fine, ti avvicini ad una piccola apertura che ricorda le vecchie biglietterie delle stazioni, consegni la lista, paghi e, dopo qualche minuto, ritiri il tuo shopper, infili saltellando l’uscita e te ne vai felice e contento portandoti via un pezzo dell’ultima (ultimate) America pop. Democratica, attivista, controcorrente e sessualmente spregiudicata.

Alcuni mesi fa ho trovato, dentro un armadio, uno di questi shopper e subito ho deciso di riportarlo in vita in una estemporanea opera pop, che ho deciso di appendere alla parete. Credo che Keith , fedele come me al motto “l’arte è per tutti”, avrebbe senz’altro approvato.

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gennaio 10, 2026 · 7:22 PM

Groenlandia Dreaming.

Sbrigata e archiviata in tutta fretta la pratica “Groenlandia” da parte del complesso dei Volenterosi con l’improvvisato show Salvalafaccia, che ha visto una furtiva ma ficcante comparsata della Pasionaria Nana, tornata a razzo a Roma per il restauro facciale  in modo da presentarsi in tutto il suo splendore alla cerimonia funebre dedicata alle giovani vittime  di Crans-Montana, e creare una commissione per valutare l’opportunità di dichiarare guerra alla Svizzera per mancati controlli da parte dell’amministrazione cittadina sulle condizioni della struttura  andata in fiamme, veniamo all’’oggi.

Spente le luci, ma non le immancabili polemiche sollevate da una opposizioni in permanente stato di offside, resta oggi una domanda che percorre tutta la penisola, da Cortina a Santa Maria di Leuca, sconvolgendo il sonno di milioni di italiani: che ne sarà della Groenlandia? Insomma, non c’è borgo, frazione, contrada, paese, città dove l’argomento dominante nelle case e soprattutto nei bar non riguardi un luogo che prima di oggi “non se lo cagava nessuno”: la Groenlandia. Tanto per fare un esempio, a Ferrara, amena e sonnolenta città a un tiro di schioppo dal mare e da una  semisegreta base militare americana, dove il pensiero latita e l’azione non è da meno, nei bar di tutta la città, a parte il calcio (nello specifico la SPAL, oggi ribattezzata Ars et Labor) il meteo, e un porno un po’ laido in cui si consumano le ultime fantasie degli ottantenni, fino all’altro ieri non si sapeva di cos’altro parlare. Tanto che qualcuno, più creativo, si era ultimamente inventato, come variante, di applicare al calcio la fisica quantistica, pensando di chiedere una consulenza a Schrodinger al fine di chiarire se il portiere della squadra di casa quando ha preso tutti quei gol dormiva o era sveglio. Allo stimolante quesito pare  abbia risposto direttamente il gatto del fisico, precisando che  tutto dipende dall’osservatore. In pratica da chi stava guardando la porta in quel momento. In ogni caso raccomandava ai tifosi di non abusare della fisica quantistica  perché il verificarsi di certi fenomeni è solo un fatto probabilistico e non può fornire certezze e pronostici sui risultati delle partite. 

Dopo questa lunga ma indispensabile digressione, che  secondo la quantistica è avvenuta solo se almeno una persona mi sta leggendo, torniamo a noi e alla Groenlandia, diventato argomento numero uno nella hit- parade dei discorsi da bar di tutto il globo.

Veniamo al punto: Trump vuole la Groenlandia. Costi quel che costi. O forse no, dipende dal bioritmo. Da come si sveglia la mattina. Ma la Groenlandia è un territorio autonomo che fa parte del regno di Danimarca, che a sua volta fa parte della NATO, come gli USA del resto.  Ma autonomo fino a che punto? Potrebbe decidere di vendere tutto o parte del suo territorio ad un altro paese della NATO, magari pagando una semplice penale alla Danimarca? Onestamente non lo so. Di certo so che la decisione dei Volenterosi, nana compresa, accolta da tutti con un liberatorio: finalmente l’Europa si è fatta sentire! a me non pare poi gran cosa. Anzi, per dirla tutta, mi suona  come un fragoroso squittio. In pratica equivale a dire: caro Trump, visto che sei membro della NATO perché per il momento non ti accontenti di piazzare tutte le tue basi militari in Groenlandia, come hai fatto dopo la seconda guerra mondiale in quasi tutti i paesi europei, e magari trivellando un po’ qui e scavando un po’ là  prendi quello che ti serve. E il mitico progetto di megaresort sciistico con tanto di maxipiste coperte riscaldate e grattacieli di ghiaccio che toccano le stelle lo rimandi di qualche anno, lasciando stare per il momento il nome, la bandiera, il governo, e  accontentandoti di esercitare una sorta di protettorato ben retribuito. Come, tutto sommato, hai fatto in Italia. In Germania, e Regno Unito per quasi un secolo. 

Così salveremo tutti un po’ di faccia. Nana compresa.

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La dittatura del sì.

No

no

e poi ancora no.

Semplicemente 

ma fermamente no!

Senza parole

e senza ostentazione.

Eppure

coraggio da vendere non ne ho.

Del giacobino non possiedo la postura.

Quanto a gareggiare con la sorte

sempre stato in debito di fiato.

Giocare a scacchi con la morte?

Non scherziamo,

a malapena conosco le pedine.

Però su una cosa

punterei la faccia

che nella vita 

senza aver sposato 

la mistica esistenzialista

ho detto più no io

che sì una puttana.

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Meno auguri, più impegno.

Lungi da me voler eliminare

gli auguri.

Sarà l’età. Sarà l’aria che tira. Ma sento che, 

dopo una vita piena di auguri, soprattutto a Natale, 

il rituale mostra qualche ruga di troppo. 

È come aprire una scatola, 

tirar fuori le solite formule dalla naftalina, 

una scrollatina, 

farle rinvenire un po’, 

e poi via con la consueta, meccanica distribuzione! 

Forse è una cosa che sento solo io.

In ogni caso varrebbe la pena di farci su un pensierino. 

Si potrebbero inventare nuovi modi, 

nuove espressioni. 

Magari indire un concorso nazionale. 

Del resto, siamo o non siamo un popolo di poeti?

O siamo diventati solo compulsivi e coatti internauti, 

navigatori senza coraggio e fantasia. 

 Mica propongo di eliminare la liturgia. 

Solo di svecchiarla e magari metterci un po’ d’inaspettato. 

Rendendola meno rituale, di maniera.

 Un po’ più coinvolgente e impegnativa.

Parlo di assunzione di responsabilità,

nel caso non fosse chiaro.

Fra un post e una chat

rifletteteci.

Per il momento statemi bene. 

E che fra i progetti per l’anno che verrà

trovi posto anche il proposito

di aiutare questo sconvolto mondo 

a migliorarsi un po’.

Alberi, palle e presepi non bastano più.

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America Latina: gli USA perdono il pelo ma non il vizio.

UN INVITO DAVVERO INASPETTATO (2010)

L’irrazionale è sempre in agguato.
Dobbiamo farcene una ragione
.

Quella notte faceva un caldo ma un caldo, che scioglieva anche i pensieri. Il condizionatore dopo aver vibrato, sussultato e starnutito a lungo, aveva esalato l’ultimo respiro. Da far rimpiangere quei vecchi ventilatori che con le loro pale di legno fendevano instancabilmente la calura, col ritmico fruscio di seta sui fianchi di una donna.  Ma Casablanca, in quella notte americana che avvolgeva e stringeva fino a togliere il respiro, era un ricordo liquefatto. Situazione anomala per una città dai climi notturni abitualmente assai piacevoli.
Il servizio in camera era latitante.  Le strade: semideserte. Il che creava un bizzarro contrasto con le luci a giorno della Plaza Alfredo Sadel. Troppo tardi per uscire. E poi per i periodisti stranieri non tirava aria buona.  Rimaneva la tivù.  Sai che allegria! Afferrato il telecomando cominciai a zippare senza molta convinzione.  Dopo alcuni minuti di lite con i tasti, mi parve di udire dei passi furtivi, fuori, nel corridoio. Mi girai verso la porta. Lo sguardo la percorse dall’alto in basso fino a scorgere far capolino dalla fessura, tra legno e moquette, l’angolo di una busta.  Non aspettavo nessun messaggio. Almeno consegnato in modo così stereotipato, da giallo di maniera. Mi alzai, mi avvicinai e mi chinai a raccoglierlo. Era una busta di carta raffinata. Doveva provenire da qualcuno importante. La aprii sempre più incuriosito.  Il testo della lettera diceva più o meno così: Lei è invitato al Palazzo di Miraflores domani sera alle 21.00. Sua eccellenza, Hugo Rafael Chávez Frías, desidera conoscerla personalmente e avere con lei uno scambio di idee. Dopodiché deciderà se concederle un’intervista. Un taxi l’aspetterà all’uscita dell’Hotel. Lo riconoscerà perché l’autista avrà in mano una banana. Cordialmente. 

Conoscere me? Un’ intervista?  Una banana.? Cosa stava succedendo? Non mi era mai passato per l’anticamera del cervello di chiedere un’intervista al Presidente. Avevo solo fatto domanda per essere ammesso a consultare un testo che, pare, esistesse solo nella piccola biblioteca interna del Palazzo. Per questo ero sorpreso, incredulo, un po’ scioccato e, confesserò, anche molto spaventato.  I giornalisti non sono razza amata da certi regimi.  Specie protetta come da noi. Sono sempre e comunque guardati con sospetto. Talvolta svaniscono nel nulla, senza lasciar traccia. Non godono insomma delle simpatie dei dittatori. Ecco, l’avevo pronunciata la parola. E nel pronunciarla, un brivido mi percorse le interiora. Soprattutto perché adesso il dittatore giocava in casa. È facile quando si è dall’altra parte del mondo, in Europa, in un paese democratico, inveire contro i dittatori, coprirli di tutti i peggiori e più che meritati insulti. Più facile e sicuro che fare boccacce a uno scimmione in astinenza sessuale da mesi, dietro le grosse sbarre dello zoo comunale. Ma adesso? Qui. In un paese a democrazia di facciata, non si poteva far tanto gli spiritosi. H. C. vuole vedermi. Il Caudillo vuole parlare con me, Fabio Giulietti, periodista a sessant’anni suonati.  Perché proprio me? Cosa avrà mai da dirmi? Ma soprattutto cosa potrò mai dire io a lui? Non poteva scegliere un altro? Una firma? Anche se, tutto sommato, ero gratificato dall’interesse dimostrato.

Passai una buona ora a farmi le stesse domande. Girandole e rigirandole. Sotto. Sopra. Destra. Sinistra. Ogni tanto mi versavo un rhum, che trangugiavo nervosamente senza gustarlo. Dopo questo estenuante esercizio, la stanchezza mi assalì e mi trovai disteso sul letto, grondante sudore. Ci vollero due ore prima di prendere sonno.  Alla fine, la nebbia, poi il buio più profondo si impadronirono di quello che restava di me. E sognai. Un sogno indimenticabile, drammatico, ma per certi versi divertente.  Un sogno camuffato da incubo? O un incubo camuffato da sogno? Non ha molta importanza.

Sognai di entrare baldanzoso nello studio presidenziale e dire, con tono fuori misura e un misto maccheronico di lingue: – Olà, mister le president, est que vous avez chávez Miss Naomi Campbell? – Battuta tanto stupida e greve quanto drammatica. Indegna anche dei peggiori Amici miei. Probabilmente avrebbe gradito solo un altro presidente di mia conoscenza. Chávez non si scompose. Sorrise sornione e immediatamente mi trovai catapultato in un grande cortile. Trascinato a forza contro un muro sbrecciato, al classico grido di: – Rápido! Rápido! – Le mani legate dietro la schiena, una benda stretta attorno agli occhi. Una voce zuccherosa, uscita da una bocca sgangherata, mi chiese con malvagia ironia: – Quieres usted comunicarme el último deseo? – Risposi che avrei gradito mi fosse tolta la benda. Dopo alcuni secondi di assuefazione alla luce, davanti a me si rivelò una scena grandiosa. Epica. Non potevo credere ai miei occhi! Troppa grazia!
Invece di granaderos con i loro fucili puntati, vidi le bocche di ben dieci cannoni, alzo zero, convergere su di me. Non le moderne bocche da fuoco dell’esercito venezuelano ma i cannoni di Emiliano Zapata, di Simón Bolívar, arrugginiti e un po’ sbilenchi sui loro fusti di legno consunto e impolverato. Dietro, ben schierati sull’attenti, gli artiglieri. In pochi secondi, come da manuale, tutta la mia vita si riassunse nel fruscio di un rewind di nastro. In lontananza, l’eco di Strawberry Fields Forever, ending part.  Non feci neanche in tempo a sentire: – Fue…- che tutto il mio corpo saltò in aria.  A rallenti. Una, due, tre, infinite volte. Come la villa di Zabriskie Point. E brandelli di me, dei miei libri, dei miei film, delle mie cose più care, compresi i sentimenti, volavano e danzavano nell’aria. E non ricadevano a terra. Ma continuavano a salire verso il cielo.

Al mattino, appena svegliato, stranamente mi sentivo bene. Leggero, come liberato. Quale significato attribuire a quel sogno non sapevo. Non sono mai stato bravo nelle interpretazioni delle fantasie oniriche. Però, anche senza aver letto Jung, due messaggi li potevo ricavare. Primo: non mangiare pesante la sera. Secondo: davanti al Presidente comportati con cautela. Non fare passi falsi. Non usare il tuo solito stile. Se poi ti concede l’intervista, occhio! Quello non scherza: è un presidente dittatore! Sarà di sinistra, ma pur sempre un dittatore.  Come Castro, del resto. E il fatto che ogni loro atto sia compiuto in nome del popolo non gli impedisce, nelle segrete delle loro prigioni, di comportarsi come i Noriega, i Fugijmori, i Viola, i Galtieri… e compagnia. E con questi pensieri nella mente mi alzai e uscii sul balconcino.

Si preannunciava una bellissima giornata.  Il sole ancora basso all’orizzonte. Caracas era lì davanti a me in tutto il suo splendore.  Come una mujer di grande temperamento. Sentivo qualcosa di strano dentro. Ma positivo. Era come se un’onda benefica mi invadesse tutto, si espandesse in ogni cellula, in ogni organo.  Nelle viscere. Dalla testa ai piedi. Una sensazione che da anni non provavo più. Da quando ero ragazzino. Quando ti svegli e, sarà per gli ormoni, sarà perché hai tutta una vita davanti, ti senti addosso un benessere indescrivibile, inebriato da quel traboccante stato di grazia.  Il mondo attorno ti sorride, ti invita a godere. Del cielo, del sole, della vita, della gente, di ciò che ti aspetta. Della colazione.  Della doccia. Del raderti, canticchiando If you are going to Saint Francisco… Di quei piccoli riti che ti mettono di buonumore. Ti preparano a nuove avventure. E con queste sensazioni in corpo mi ritrovai in bagno.

Quella mattina la trascorsi al Museo Bolivariano. Nel pomeriggio feci una pennichella per ritrovarmi in palla la sera. Pronto al grande incontro. Verso le 20.30 indossai la mia migliore, e unica, giacca di lino bianco. Sotto, una camicia azzurra senza cravatta. La lettera non specificava abito da cerimonia e poi, anche volendo, dove avrei potuto recuperarlo? Mi accetterà così, pensai. Informale. Quello che conta sono le buone maniere. Sono i sentimenti. Ah… ah… ah…  Dovrà accontentarsi. Infilai l’ascensore canticchiando Fly Me to the Moon. L’anziana coppia che condivideva lo spazio con me mi guardò tra sorpresa e commiserazione. Lo so, il luogo avrebbe richiesto un repertorio meno compromettente. Forse la lingua yankee non era così gradita. Ma cosa volete, questo era ciò che passava la mente in quel momento. Giunto nella hall, mi guardai attorno, rispondendo al saluto formale del concièrge.
– Buenas noches, señor  Giulietti!  Que lo pases bien!
Mezzo giro di porta girevole e mi ritrovai all’esterno. Il taxi era di fronte con il motore acceso. L’uomo con la banana sbucciata era appoggiato al parafango anteriore. Immobile. Non fosse che per una leggera vibrazione che il minimo fuori fase della vecchia Oldsmobile amaranto trasmetteva al suo corpo. Ci scambiammo un cenno. Dal che dovetti dedurre lui mi conoscesse.  Mi avesse già visto. O magari pedinato. Io non avevo nessun frutto in mano, nessuna banana. Mi aprì la portiera e mi accomodai, anzi sprofondai in un comodo ma ahimè bollente sedile in pelle. Tanto che pensai: quando scendo, devo stare attento a non lasciarci i pantaloni. L’autista si aggiustò lo specchietto retrovisore, più per centrare la mia faccia che per vedere la strada. Sembrava incuriosito. Si chiedeva probabilmente chi fosse questo italiano che si recava a Palazzo. Non certo un diplomatico, vista la mise. Forse un agente segreto. Uno 007?  Con la mia faccia? Perché no? Mica tutti hanno la faccia di Sean Connery! Smise di osservarmi e col braccio piegato, gomito sporgente dal finestrino, si concentrò, si fa per dire, sulla strada. Le auto quasi non c’erano.  Sembrava l’inizio del coprifuoco. La Oldsmobile, procedendo ad andatura presidenziale, imboccò l’Avenida Simón Bolívar. Anche se guardavo fuori dal finestrino le case srotolarsi lentamente, la mia mente pensava ad altro. Pensavo all’uomo che stavo per incontrare. Mi chiedevo se c’è differenza fra un dittatore di destra e uno di sinistra. Dopotutto, ufficialmente, Chávez era il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, eletto dal popolo. Milioni di venezuelani.

Prima di chiarire questo concetto, devo confessare che quello che era successo mesi prima mi aveva fatto pensare all’uomo Chávez con una certa simpatia. Più per la maialata che avevano ordito ai suoi danni che per suoi meriti personali.
Bisogna sapere che, appunto due mesi prima, c’era stato un complotto confezionato dalla CIA per destituirlo. Un golpe mediatico. Forse il primo golpe mediatico della Storia.  Con l’aiuto delle reti televisive indipendenti e di parte della stampa, si era montato prima uno sciopero poi una sommossa popolare per rovesciare il regime. E si era fatto credere, attraverso riprese taroccate, interruzioni di dirette con inserimento truffaldino di materiale di repertorio, che la sommossa fosse di proporzioni enormi. Per provocare il sostegno di quella parte della popolazione avversa al regime o incerta. Gli incerti esistono in tutto il mondo.  Croce e delizia anche dei regimi democratici.  Cancro della società. Per cui, dicevo, con riprese televisive che di oggettivo non avevano nulla o quasi  si voleva far passare l’idea che stava avvenendo ciò che era solo nei piani della Central Intelligence Agency. E del presidente dell’associazione degli imprenditori Pedro Carmona Estanga. Sì, Estanga, l’ennesimo pupo nelle mani del puparo Bush. Colui che avrebbe dovuto prendere il posto di Chávez.  E che, appena insediato, avrebbe cominciato a “estangare” ogni dissidente. Fatto sta che per un po’ la audience manipolata bevve la messa in scena. Nel frattempo, un pugno di paracadutisti invase il Palazzo del Governo e riuscì ad arrestare il Presidente dittatore mentre era in corso una riunione di ministri. H.C. fu condotto in quattro e quattr’otto nelle carceri di Fuerte Tiuna.
Fuori, però, le cose non si stavano mettendo bene per gli insorti. La maggior parte del popolo, accortasi dell’inganno, si rovesciò, stavolta per davvero, per le strade. In massa. E in breve, con l’aiuto dell’esercito regolare, riprese in mano la situazione.  Hugo Chávez e tutti i suoi uomini più fedeli furono prontamente liberati.  Così andava in onda e si consumava l’ennesima figura di merda di una Intelligence che più che destabilizzare non ha mai saputo fare.

Ecco: questa maldestra, volgare, vile porcata mi portò per un momento a solidarizzare con il Presidente Chávez. Ma si trattava pur sempre di un dittatore.  Un caudillo. E un caudillo, giratela come volete, ha metodi non sempre ortodossi, discutibili, ruvidi nel migliore dei casi. E adesso stavo per essere introdotto al suo cospetto. Ormai avevo superato il punto di non ritorno da un pezzo. Forse non c’era mai stata alternativa. Riemerso per un momento da quel gorgo di pensieri che mi era sembrato lungo una vita, buttai lo sguardo attorno. L’occhio mi cadde sul cruscotto. Proprio al centro, una targhetta calamitata in ottone e cuoio diceva: L’irrazionale è sempre in agguato, fattene una ragione.  Mii… roba tosta… o forse  grande cazzata! Un calembour dove si contrapponevano irrazionale e ragione, o un aforisma dall’intento filosofeggiante. Forse un segnale. Un messaggio in codice.  O una frase da cioccolatini?  Prima che potessi darmi una risposta, la Oldsmobile arrivò davanti ai cancelli del Palazzo. Due militari guardarono dentro, l’autista allungò un foglio. E il cancello si aprì. Ero dentro. Ero in trappola. In bocca al lupo. In tutti e due i sensi. L’auto si fermò davanti ad un’ampia scalinata dai gradini così bianchi che esaltavano il dolce chiarore della luna. Aprii la scricchiolante portiera, facendo attenzione ai pantaloni. Mi ritrovai fuori.

La notte era stupenda. Era una notte bella per morire, pensai ridacchiando dentro. Nel cortile, come si conviene a tutti i palazzi di governo sudamericani, c’erano dei sacchi di sabbia a formare un ampio cerchio. Al centro, come un monumento, un’enorme contraerea puntava un cielo stellato. Ci sta, mi dissi, dopo quello che è successo ultimamente! Poi mi girai verso la lunghissima scalinata e, prima di salire, mi fermai a guardare il fronte del Palazzo. Mi colpì la sua maestosa bellezza, la sua eleganza. Da mozzare il fiato. In cima, mi aspettavano due ufficiali e un uomo in doppiopetto scuro. Sembrava una sequenza notturna di Intrigo Internazionale. Quella un po’ irreale, onirica, quasi fiabesca, sul monte Rushmore. Dove Cary Grant vede, in lontananza, le spie confabulare vicino all’aereo con i motori rollanti. Salii lentamente, gustandomi l’atmosfera da Mille e una notte. C’era un profumo di orchidee che mi accarezzava le narici. Era sparita come per incanto qualsiasi paura. Arrivato in cima, i due ufficiali si portarono la mano tesa alla fronte mentre l’uomo in doppiopetto accennò un inchino con la testa, accompagnandolo con un ampio ed elegante gesto della mano. Un invito ad entrare. Ricambiai il saluto e accennai un timido sorriso. Mi ritrovai così dentro al Palazzo.  Adesso camminavo lentamente dietro all’uomo in doppiopetto che procedeva in silenzio. I due ufficiali seguivano. Ad un certo punto, senza girarmi, mi accorsi che si erano fermati. Io e la mia guida proseguimmo fino ad arrivare a una bellissima porta di legno massiccio. Scolpita a mano con una tale maestria che mi sarei potuto fermare a rimirarla in ogni dettaglio per l’intera serata. Raccontava le tappe della rivoluzione bolivariana. L’uomo bussò e aprì, cedendomi il passo. Mentre varcavo la soglia, accennò lo stesso inchino col quale mi aveva ricevuto e si accomiatò. La porta si richiuse alle mie spalle.

La stanza non era grande come le generose dimensioni della porta avrebbero fatto pensare.  Ed era scarsamente illuminata. Solo alcune appliques che facevano intravvedere una boiserie fino al soffitto e dei quadri in penombra. In fondo, vicino ad una vetrata, una lampada di metallo illuminava una solida scrivania. Dietro, una folta libreria. Davanti, due panciute poltrone in pelle. Chavez, il Presidente Hugo Rafael Chávez Frías in persona, stava in piedi in atteggiamento per niente formale. Mi sorrise, si avvicinò, e mi tese la mano. Gliela strinsi con un vigore insolito: un po’ perché non potevo prevedere l’intensità della sua stretta e un po’ per dimostrare che non ero per nulla intimidito. Poi mi invitò ad accomodarmi.
– Come si trova nel mio Paese, Giulietti?  È come si aspettava?
Avevo notato con sorpresa che non mi aveva chiamato señor Giulietti, ma solo più confidenzialmente Giulietti. Forse per mettermi a mio agio. Dovevo aver tradito una certa tensione. La mia nervosa stretta di mano, probabilmente. Il viso accaldato. Anche se adesso nella stanza c’era una temperatura ideale.
– Mi piace il Venezuela, signor Presidente, mi piace da morire.
Forse avevo esagerato un po’, avrei potuto dire molto. Ma questi paesi non ammettono mezzi termini. O vita o morte. Niente malattia.
– È la prima volta che lo visito, e credo proprio non sarà l’ultima.
A pensarci bene anche questa frase aveva un che di estremo, di inquietante.
– Mi chiami pure Chávez… cerchiamo di dare al nostro incontro un tono meno formale. Ci siamo solo noi due in questa stanza. Nessuno ci osserva. Nessuno ci spia, almeno lo spero. – Un sorriso ironico illuminò il suo volto.
– Va bene – dissi – Chávez
– Cosa desidera?  Qualcosa da bere? Un sigaro? Uno di questi cubani che mi ha mandato l’amico Fidel? Sa, non sono i cubani che arrivano in Europa. Non che quelli non siano buoni. Ma questi sono extra!
– Sarò sfacciato: prenderò un sigaro e un rhum, grazie.
Chávez si chinò in avanti e aprì una bellissima scatola di radica che conteneva i sigari.  Me la avvicinò. Ne presi uno, lo rollai facendolo fremere delicatamente fra le dita e lo accesi. Nel frattempo mi versò il rhum. L’aroma inondò tutta la stanza. Mentre portavo il bicchiere alle labbra due cose attirarono la mia attenzione. Entrambe sulla scrivania. Messa di traverso, ma in modo che potevo vederne il fronte, c’era una targhetta di ottone inserita in una base di legno. Stringendo un po’ gli occhi, riuscii a leggere la scritta: L’irrazionale è sempre in agguato. Dobbiamo farcene una ragione.  Allora non era una frase da cioccolatini! Di certo Chávez non l’aveva trovata nell’uovo di Pasqua. Doveva essere una di quelle frasi sentenziose, parto di qualche intellettuale, qualche filosofo, qualche scrittore… che so… Gallegos… Izaguirre… Machado. Ma la mia conoscenza della letteratura venezuelana era pressoché zero. Di certo era una frase che aveva fatto presa. Trasversalmente. Verticalmente. Dai taxisti ai presidenti. E poi non c’era il tempo di specularci oltre. Probabilmente il presidente si era accorto della mia distrazione. Prima di ritornare al nostro pacato e cortese conversare non potei però fare a meno di fissarmi sul secondo oggetto: una pistola. Era lì. Quasi a portata di mano. Il suo corpo nichelato restituiva dettagli della stanza. Le guancette, di una rara madreperla grigia e bianca, assecondavano la sinuosità del calcio, come i movimenti di una ballerina di habanera. Era una magnum44. Strano. Nella mia immaginazione, corrotta da una iconografia cinematografica stereotipata, mi sarei aspettato una spigolosa e squadrata superautomatica. Non un revolver. Ma in effetti, ripensandoci, quell’ enorme rivoltella dai procaci fianchi era più in linea con la figura esuberante e un po’ femminea di Chávez.
– Cosa mi dice del sigaro?  E’ di suo gradimento?
– Mai fumato niente di così… così inebriantemente avvolgente, come…
– Come il calore di una mujer – mi venne in aiuto Chávez.
– Di grande temperamiento – aggiunsi io.
– Lo sa, mi piace il suo stile periodista… la sua prosa – prosegui Chávez –È come una salsiccia. Ma una salsiccia genuina. Che va giù e non tradisce. Scrive in modo diretto ma ispirato. Lei è una persona attenta e sensibile. Dietro la sua ironia non si nasconde nulla, forse un po’ di timidezza. Lei non sembra al servizio di nessuno, se non della sua coscienza. E poi, avendo ormai scollinato da un po’, può permettersi di dire quello che vuole.

Questi inaspettati complimenti mi stavano imbarazzando. Possibile che avesse letto i miei articoli?  Magari i suoi servizi segreti. D’altronde c’era del vero in quello che diceva. Soprattutto che, ormai superati i sessanta, non c’era niente che mi rimanesse sulla punta della lingua. O nella penna. Anche se nemmeno da giovane scherzavo. Sempre troppo schietto, troppo diretto e troppo impulsivo. Ma poi mi dicevo: attenzione, non farti mettere nel sacco. Come ti blandisce, può anche fregarti. D’altronde per avere tanto consenso deve essere un vero incantatore di piazze.  E poi cosa diceva La Rochefoucauld: Dio ha dato agli uomini la parola per nascondere i pensieri.  E Chávez conosce l’arte di nascondere. Di dissimulare. Come avrebbe fatto se no ad arrivare fino a lì. Magari vuole adularti, farti venire allo scoperto per poi ordinare ai due ufficiali di prima di condurti a fare un giretto… Mentre pensavo tutto questo, lo sguardo era fisso sulla pistola. Avrei potuto afferrarla e… Ma la voce del Presidente mi restituì alla realtà del momento.
– Non tema, gli Yankee mi dipingono come un dittatore. Proprio loro che hanno costruito alcuni dei peggiori dittatori del Novecento. Ho fatto anch’io cose discutibili. Alcune tremende. La gestione del potere, quando sei circondato da avversari così potenti, ti porta inevitabilmente a eccessi. Ma ciò che ho fatto in nome del popolo era per la mia gente. Per il mio Paese. Per proseguire sulla strada tracciata da Simón Bolívar. Per la sua terra. Che è anche la mia.  A volte mi comporto da caudillo, forse sono un caudillo, ma non sono un dittatore o un tiranno fantoccio.
A dire la verità tutte queste distinzioni mi sembravano… Quanto alle giustificazioni per gli eccessi… dicono tutti così, pensai. Il fine giustifica ogni azione: siamo alle solite. Pensare che basterebbe afferrare quella pistola e anche Chávez sarebbe un ricordo. Probabilmente diventerebbe un busto di marmo nella Galleria dei Padri della Patria.
– Allora, vuole intervistarmi? Le offro questa opportunità. Ho bisogno di una persona onesta, obiettiva e distaccata, un professionista per quanto possibile indipendente. Insomma uno che se mi rivolge una critica non lo fa in malafede. E quando riconosce qualcosa di buono che ho fatto non mi provoca conati di vomito. Qualcuno che dica a un’Europa che mi critica senza sapere. Per partito preso. Che dica finalmente quello che sono. Non voglio né un servo del capitale, né un lacché del mio governo. Se rifiuterà capirò, non la farò prendere a cannonate. Stia tranquillo! –  rise – Sa, è un nostro modo di dire. Si cazzeggia anche tra noi spietati militaristi. In ogni caso lei se ne potrà andare così come è venuto. Con sottobraccio questa cartella, che contiene le fotocopie del testo che aveva chiesto di consultare. E, in più, questo lasciapassare a tempo indeterminato in tasca che le permetterà di entrare, uscire, andare ovunque in lungo e in largo per tutto il Paese. A suo piacimento. –  Si fermò per un momento, poi aggiunse: – Ci pensi su.  C’è tempo.

Tempo, tempo. E invece avrei potuto finirla subito. Liberare il mondo dall’ennesimo dittatore. Non ne sarei uscito vivo, ma che importa: per vivere avevo vissuto, ormai. E invece stetti lì, comodamente seduto, a gustarmi avana e rhum. Non allungai la mano. Gettai la spugna.  Preferisco pensare sia stato per paura. Pura vigliaccheria. Ma forse stavo ancora sognando. In quella notte americana così calda da togliere il respiro.

Men carry a washing machine on a motorcycle during a march marking the anniversary of the coup that overthrew dictator Marcos Perez Jimenez in 1958, at the 23 de Enero neighborhood of Caracas, Venezuela, Sunday, Jan. 23, 2022. (AP Photo/Matias Delacroix)

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È IN ARRIVO AL BINARIO DUE IL NEOFORZISMO.

Bye Bye Antonio! Grazie! È stato bello. Saluti e baci!

Poteva il gruppo Fininvest restare insensibile di fronte alle minacciose, destabilizzanti manovre economico-finanziarie della cordata Caltagirone, Milleri, Lovaglio, Fratelli, Lega, e all’entrata sul nostro mercato del magnate greco Kyriakou, determinato a papparsi tutto il gruppo Gedi per conto dell’associazione a delinquere Bim Salabim Bum Bam &The Don?

Qualcosa andava corretto anche nel partito, se non altro per legittima difesa. Oltretutto, delle tre bande della coalizione, Forza Italia è l’unica in grado di pescare nel centro e fra gli astensionisti . Ma chi sostituirà lo spregiudicato e pugnace Antonio? Non certo il tenero e dolce Pier, e nemmeno la volitiva Lady Marina che già tante gatte da pelare ha, compreso guardarsi dalla suora nana come già scrisse babbo Silvio.E allora cherchez la femme! Nel frattempo perdiamo pure tempo a cazzeggiare per distrarci e farci del male. Tutti impegnati a chiederci da che parte stia lo zelig nazionale Giuseppi (ma dalla parte di Zazà, che resti tra noi). Comunque, avanti così che andiamo bene!

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Quali sono le tue attività fisiche o esercizi preferiti?

Cambiare canale appena si palesa la presidente del consiglio.

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COCCODÈ!

Nell’annunciare trionfalmente che la cucina italiana è stata insignita del titolo di “Patrimonio dell’Umanità”, la nostra presidente del consiglio coccodè ha sparato in un irrefrenabile empito orgasmico l’ennesima cazzata-fake: “siamo il PRIMO PAESE ad aver avuto questo riconoscimento!”

Sono convinto che sapesse già che Francia e Giappone ci avevano abbondantemente preceduto, ma l’occasione per “appropriarsi” di un primato è per lei sempre così ghiotta che non ha saputo resistere. D’altronde, lei vive di primati fasulli. La sua fervida immaginazione ne scodella a dozzine ogni dì. E nella sua sconfinata generosità ce ne fa grazioso dono appena può.

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Hai mai visto animali selvatici?

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