La morte della Luna – di Alexander Philips

tradotto da me, con il sostanzioso ed importante contributo del mio caro amico Andrea Conte

La morte della Luna

di Alexander Phillps

Il guardiano, una macchina da combattimento quasi perfetta, era stanco e 

obsoleto, ma aveva ancora un ultimo compito da svolgere quando i colonizzatori alieni atterrarono su una terra giovane e ancora quasi priva di 

esseri umani. 

Una pianura verdeggiante senza alberi per la maggior parte piatta e livellata, si estendeva fino ad un lontano orizzonte.  Attraverso la sua superficie poche piccole polle di acqua erano disseminate, tranquille ed immobile, in un assonnato tramonto.

Verso Nord, una rupe sorgeva brutalmente dal tranquillo livello della campagna circostante, degradando sull’altro versante fuori dal campo visivo. Sembrava essere formato di roccia dura come il granito ed era corroso dall’acqua, essendo la superficie tempestata di imboccature di caverne che venivano fuori stranamente intagliate dai suoi strati. Sulla sommità della rupe cresceva una lussureggiante vegetazione semitropicale in netto contrasto con la pianura. Questa vegetazione era formata da alberi dall’aspetto particolare, spuntati da sottoterra e tutti seguivano l’inclinazione della rupe e fino a svanire a perdita d’occhio. Questa tranquilla e pacifica scena era illuminata da un raggio di sole che creava una densa foschia, mentre insetti dall’aspetto primitivo ronzavano nel sottobosco della pianura come sulla rupe.

All’improvviso la quiete fu squarciata da uno spaventoso urlo di agonia. Al bordo di uno dei laghi era emersa una creatura orribile, ossuta e squamosa, simile ad un pesce, con occhi bianchi privi di espressione, ed era stato afferrato da un anfibio enorme e ora veniva sbranato lentamente, troncato a metà. La scena non era così pacifica com’era sembrata all’inizio.

Così era la gran parte del continente Nordamericano cinque milioni di anni fa, quando il Tempo si stava avvicinando a quello che è conosciuto come la fine del periodo Cretaceo, preparando il mondo per l’avvento dei mammiferi. In quell’era di trasformazioni il grande continente americano veniva costantemente allagato da un mare tiepido e poco profondo che con la stessa rapidità si prosciugava. Il ritirarsi del mare lasciava vasti spazi di pianure senza alberi con qua e là sul terreno che non era stato sommerso, larghe foreste della strana vegetazione di quel periodo. C’era anche vita animale: con l’irrompere dei mari arrivava la vita marina, con gli anfibi giganti che in ere ancora più antiche avevano perduto il loro dominio sul mondo ma non erano ancora giunti alla loro definitiva estinzione; con l’innalzarsi della terra e il prosciugarsi delle acque giungevano gli animali terrestri, i re della terra, distribuendosi per tutto il territorio.

Durante questo periodo sopraggiunse una parziale tranquillità, appena prima delle ere glaciali che si susseguirono in rapida successione. Il clima era caldo e selvaggio, non c’erano sbalzi di temperatura o alluvioni e fu in questo contesto che i dinosauri recitarono la loro ultima grande interpretazione nel dramma dell’esistenza e prima di cedere il dominio del mondo ai mammiferi. Fu tuttavia un’uscita di scena gloriosa perché essi completarono la loro razza, con quello che fu il più grande dell’ordine dei Rettili, e i loro carnivori furono le più possenti bestie da preda che abbiano mai camminato sulla terra. E il più possente di loro, la più terrificante macchina di distruzione che il mondo abbia mai conosciuto fu il Tirannosaurus Rex, il Re delle Lucertole Tiranne.

Non appena l’urlo tacque le felci mostruose e l’altra vegetazione sulla cima della rupe si separarono e il Tirannosauro Rex avanzò nella gradevole luce del sole.

Camminava eretto come facevano tutti i dinosauri carnivori, e la sua brutta testaccia crudele, con le sue mascelle incredibilmente potenti torreggiava a 18 piedi da terra. I suoi arti anteriori erano molto più piccoli di quelli posteriori e li usava come un uomo userebbe le mani. Le sue quattro zampe erano armate con lunghi artigli ricurvi, ciascuno dei quali avrebbe potuto squartare un nemico dalla gola al fianco con un solo colpo fulmineo. 

Nelle zampe posteriori c’erano anche i tremendi muscoli rapidi e scattanti, capaci di trasportare il pesante corpo sul terreno ad una velocità che era davvero straordinaria. Il suo corpo, sebbene possente, era compatto e asciutto, e nascondeva in sé muscoli che erano il vanto della natura. Completava il tutto una coda lunga e possente ma capace di una grande mobilità.

Con un rapido movimento dei suoi grandi e freddi occhi inespressivi il Tirannosauro ispezionò tutta la scena davanti a lui, scorgendo nella palude infestata di canne uno dei giganteschi erbivori che costituivano il suo pasto abituale.

Per un attimo, con il corpo teso, la testa nella posa di un gigantesco serpente, rimase immobile; poi sparì e il fogliame si richiuse, silenziosamente come si era aperto pochi attimi prima.

Percorse il suo cammino a ritroso attraverso la giungla fino ad una piccola gola che un tempo era stata un corso d’acqua ed ora formava un sentiero al di sotto del livello della pianura. Qui si mosse agile e tranquillo come un gatto e così raggiunse la base della rupe. Lì controllo che la sua preda fosse ancora impegnata a riempire il suo gigantesco stomaco, quindi lasciò la rupe e si mosse verso di lui. Rannicchiandosi, stendendosi e sfruttando ogni possibile nascondiglio, si avvicinò gradatamente al sauriano intento al pasto. 

Quest’ultimo, una bestia mostruosa e grottesca, con il corpo e le zampe possenti, ma dal collo incredibilmente lungo e dalla testa piccola, in piedi sulle quattro zampe, era intento a brucare e mangiare le succulente felci e le altre piante ai bordi del lago. Di tanto in tanto alzava il suo lunghissimo collo al di sopra dell’alto canneto, alla ricerca di possibili nemici. Nello stesso momento la grande bestia che lo stava braccando si immobilizzò del tutto, trattenendo ogni suo movimento nel modo in cui sanno fare tutti i rettili, con la pelle rilassata, ma con le fasce muscolari tese come corde d’acciaio. Quando ebbe raggiunto il limite dell’alto canneto, il Tirannosauro contrasse gli arti sotto di sé, l’ultimo movimento prima dell’assalto. Non stava per compiere un test di potenza, ma una vera gara di corsa. L’erbivoro non aveva validi sistemi per difendersi dall’attacco del carnivoro e la sua salvezza dipendeva solo dalla sua capacità di raggiungere in fretta la relativa sicurezza del lago, dove il Tirannosauro non avrebbe potuto seguirlo. Proprio quando quest’ultimo era pronto a scattare, la sua preda alzò la testa per un’altra occhiata sospettosa. Lentamente quella testa ridicolmente piccola si volse per avere una visione completa della scena; era sul punto di tornare al suo banchetto di verdure, quando si fermò all’improvviso come se fosse rimasto congelato. Le due grandi bestie si fissarono l’una di fronte all’altra, tanto immobili da esser simili a due rocce intagliate da una mano fantastica. Un vento leggero e improvviso soffiò e ronzò attraverso il canneto, trasportando un urlo intermittente attraverso la tranquilla superficie del lago. Quindi la tensione si ruppe e i due giganteschi sauriani passarono all’azione. Con un sibilo secco, il carnivoro si slanciò all’aperto, facendo tremare la terra con i suoi passi, mentre l’erbivoro si volse, con una velocità inimmaginabile per una creatura di quella mole, verso la battigia del lago. Ma per quanto fosse veloce, il Tirannosauro lo era di più, e a non più di dieci piedi dalla battigia, balzò facilmente sulla schiena della sua vittima. Ci fu un rombo come di tuono di ossa spezzate, un intenso, altissimo urlo, e poi le canne scosse ripresero a dondolare placidamente al vento. Il Tirannosauro aveva ancora una volta dimostrato il suo diritto al trono.

Mentre i re della terra vagavano e lottavano sulla superficie in formazione del loro mondo, il destino di un’intera razza dipendeva dalla parola di un solo individuo. A circa 240mila miglia di distanza c’era la luna, progenie prigioniera della terra. Essendo grande molto meno della metà della sua più larga compagna, aveva cominciato il suo naturale processo di raffreddamento molto più in fretta, e in un tempo molto più breve era diventata capace di ospitare la vita. E la vita, con i suoi propositi incomprensibili e i suoi sforzi apparentemente senza senso, immediatamente prese il controllo del piccolo astro. Crebbe e prosperò, raggiunse la sua maturità… e alla fine la luna cominciò a morire. 

Tuttavia, l’evoluzione sul satellite non era andata avanti attraverso lo stesso percorso che aveva seguito sulla terra: aveva generato, al suo apice, un’intelligenza ben più avanzata di quella raggiunta dall’umanità nel giorno presente. Le creature che rappresentavano il vertice dell’intelligenza lunariana erano concentrate in una singola specie, ed erano stati capaci, per un enorme periodo di tempo, di supportare la propria esistenza con metodi 

artificiali. Tuttavia, migliaia di anni prima del momento in cui avvenivano questi fatti, gli scienziati lunariani avevano predetto che le materie prime chimiche, i minerali grezzi, e i gas naturali usati per produrre i loro cibi artificiali, aria, acqua e ogni altra cosa alla base della loro esistenza sarebbero scomparse sotto la pressione di un uso costante ed indiscriminato. Appariva evidente che l’unica svolta possibile quando si sarebbero manifestate queste condizioni sarebbe stata quella di lasciare la luna per un altro corpo celeste, e naturalmente, essendo la Terra quello più vicino, la migrazione doveva volgere verso quella direzione. Con questo obiettivo, gli scienziati lunariani avevano lavorato attraverso i millenni, e la loro tecnologia era sempre più vicina all’obiettivo finale. Quel durissimo lavoro fece sì che, appena prima dell’estinzione dei dinosauri sulla Terra, tutto il sapere accumulato in migliaia di anni di fatica lunariana fosse nelle mani di un solo individuo, che aveva, con il suo incredibile lavoro di ricerca, costruito una macchina che, ne era certo, avrebbe potuto condurre lui e la sua razza alla salvezza, sul pianeta Terra. Questa macchina, tuttavia, fu realizzata all’ultimo minuto utile, quando già la vita delle montagne più alte stava fuggendo verso le terre più basse. Non ci fu pertanto possibilità, per gli scienziati di effettuare voli di prova con cui accertarsi della reale capacità di 

questa macchina di attraversare lo spaventoso, illimitato abisso, né di assicurarsi se la sua razza sarebbe potuta sopravvivere nel nuovo mondo, con le sue caratteristiche peculiari, questo perché i lunariani, malgrado fossero molto vicini, non erano mai stati in grado di studiarlo davvero a fondo.

L’inventore, spronato da un’urgenza così grande, decise che lui e alcune delle più brillanti menti scientifiche del suo mondo si sarebbero imbarcati nel più grande di tutti i viaggi appena le condizioni lo avrebbero permesso. Se ci fosse riuscito, sarebbe tornato da solo e avrebbe coordinato il completamento delle migliaia di macchine interplanetarie ancora in costruzione e sarebbe iniziata l’immensa migrazione. Era fondamentale che lui tornasse sano e salvo, perché era l’unico a comprendere i complessi ed intricati meccanismi delle navicelle. Senza di lui, tutto sarebbe stato perduto. Tutte le altre attività erano state da lungo tempo abbandonate e tutta la popolazione lunariana aspettava con il fiato sospeso i bollettini orari che arrivavano dovunque sulla superficie della luna, spediti dall’immensa officina sotterranea dove l’inventore e i suoi colleghi stavano effettuando gli ultimi test e revisioni. 

Il bollettino era sempre lo stesso: una volta i progetti del gigantesco artefatto alato si fermavano per penuria di materiali, un’altra i centri di distribuzione non reggevano, un’altra i sistemi di illuminazione cedevano. 

La popolazione lunariana, come un solo uomo, si mosse verso tre grandi fabbriche, da dove sarebbe dovuta partire la migrazione e lì notizie false e panico incontrollato fecero scoppiare rivolte. 

I test e gli inventari della macchina privata dell’inventore furono completati rapidamente, e non appena fu calata la lunga notte lunare, egli stabilì che prima della prossima alba sarebbe potuto partire per la Terra. È forse giusto specificare qui che la notte lunare oggi dura circa ventinove giorni terrestri e così era allora, ma un po’ meno. 

Il cantiere dove era stata collocata la macchina già ultimata era situato in una lunga e stretta vallata incassata tra brulle e rocciose montagne, alte oltre ogni immaginazione.

Queste immense rupi si innalzavano per miglia verso il cielo, incredibili ed imponenti nella forma, e rappresentavano un ideale palcoscenico per quest’avventura così incredibile.

Il cantiere, che era sotterraneo, era malgrado questo più alto del resto della 

vallata, trovandosi in una parte del fondo della valle che si era innalzato per uno smottamento vulcanico. Era proprio sul tetto di questo cantiere che si trovava in quel momento la macchina, un cilindro alato dalla punta aguzza. 

Sembrava, mentre puntava da lontano il tremendo globo terrestre oltre le montagne sovrastanti, un fosco messaggero del Fato, cupamente indifferente.

Sottoterra era tutto un furioso trambusto; nel cantiere si facevano gli ultimi test, le imbragature venivano strette e strani apparati venivano ultimati minuto dopo minuto. Nelle grandi camere sotterranee che si stendevano sotto il pavimento della valle principale, nell’atrio, era stata convocata la più grande adunata, e tutti attendevano con grande emozione il segnale che li avrebbe portati alla superficie. Alla fine, arrivò e in un battibaleno la valle fu piena fino a scoppiare, tutti gli occhi fissi sulla figura imponente del cilindro sulla piattaforma. Calò un silenzio tombale, le montagne, i lunariani, la macchina stessa sembrano attendere l’apparizione di quei grandi avventurieri che osavano sfidare le incommensurabili profondità dell’infinito. 

Quindi una porta verticale si aprì dietro la macchina ed emersero gli scienziati, che prontamente entrarono tutti nell’astronave, tranne l’inventore che con la massima attenzione ispezionò tutto l’esterno. Completata la sua ispezione, si volse e fissò i suoi compagni, che erano giunti per vederlo nel più terrificante di tutti i viaggi. A lui affidavano tutte le loro speranze di sopravvivenza.

In una cosa sola poteva rassomigliare ad un essere umano: aveva una statura eretta. Da tutti gli altri punti di vista era progredito seguendo differenti vie evolutive. Il suo corpo era stranamente simile ad alcuni dei più piccoli animali terrestri, tanto che il suo corpo era segmentato, ed era completamente privo di quella porzione che avrebbe dovuto essere il torace: la testa era immediatamente interconnessa alla sua sezione inferiore. 

Aveva sei arti, ognuna delle cui estremità era dotata di estremità somiglianti a dita, ma molto più flessibili. Ogni “dito”, per così dire, era dotato di alcuni forti tentacoli muniti di ventose. Tutto il corpo era rivestito da una dura sostanza cornea ma estremamente snodabile. La sua testa, invece, era coperta da una pelliccia irsuta che circondava completamente i grandi occhi compositi e le sue robuste mandibole cornee. Usava solo due arti per camminare. Vestito di abiti robusti e resistenti al freddo e con sulla testa un pesante elmetto, aveva un aspetto particolare e caratteristico. 

Da tutti i lati incombevano le possenti montagne, dietro di lui c’era la macchina minacciosa, che lentamente lasciava alle spalle dal pavimento della vallata, sulle teste dei lunariani, mostrando il verde brillante del grande globo terrestre.

Quali strani pensieri e sensazioni affollavano la mente di quell’essere, che viaggiava attraverso le fredde e misteriose profondità dello spazio dopo aver detto addio al suo mondo? Dei profetici presentimenti si affastellavano con fatica nelle profondità della sua mente? Volse silenziosamente lo sguardo ai suoi compagni, che glielo ricambiarono con lo stesso silenzio; quindi, si volse ed entrò nel cilindro. La grande porta circolare si chiuse con un rimbombo sordo, risuonando con echi cupi in quella valle silenziosa, poi il possente meccanismo spinse il razzo lentamente, in un silenzio spaventoso, risalendo con il suo muso aguzzo verso il lontano, misterioso cielo pieno di stelle e tutti furono pronti per il più straordinario viaggio mai concepito. 

Tutta la valle era immersa in un silenzio teso e straniante. Da quell’altezza il globo terrestre sembrava lontano, freddo, impersonale, illuminando la valle e i suoi profondi picchi con la sua strana luce verde; dietro di lui, innumerevoli stelle guardavano sardonicamente quel tentativo di sfuggire all’inevitabile, e sulla piattaforma la macchina sembrava attendere qualche misterioso richiamo per lanciare la sua corsa attraverso le tenebrose profondità dello spazio.

Per un tempo che sembrarono anni, il silenzio portentoso regnò, ogni movimento scomparve, poi un ruggito immenso, tremendo, scosse la terra e in una mostruosa nuvola di vapore verdastro la macchina spaziale schizzò via verso la sua spaventosa corsa attraverso lo spazio. In un silenzio gravoso, i lunariani si allontanarono dalla vallata, lasciandola ancora una volta alla sua desolata solitudine.

Ancora una volta, il dolce e caldo sole mostrò i suoi raggi attraverso la nebbia sulla vasta pianura preistorica del Nord America. Le alte e intricate canne dondolarono irregolarmente alla dolce brezza e le nuvole di vapore, riflettendo la luce del sole, scorrevano lentamente sulla linea dell’orizzonte. In lontananza, la tremula linea di calore disegnava strane e bizzarre forme sulla familiare linea della rupe erosa dall’acqua e i placidi laghi sorridevano come in un sogno mentre il vento fendeva la loro superficie. Strani insetti dalle pesanti armature sfrecciavano ronzando intorno ai canneti e più in alto, stagliato nel perfetto blu della volta celeste, qualche lontano progenitore dell’immensa fauna di uccelli che sarebbero in seguito nati, disegnava con le ali immobili grandi cerchi continui.

Senza nessun indizio particolare in quella sonnolenta pace, un rombo profondo e riecheggiante diventò lentamente percepibile, fino all’apparire di un aguzzo e alato cilindro, da cui il suono veniva, che emerse da dietro la rupe e si posò dolcemente tra la vegetazione. Per qualche istante rimase immobile, poi la pesante porta rotonda si aprì e l’inventore lunariano si erse coraggiosamente sul suolo terrestre. Fissò attentamente lo strano paesaggio a perdita d’occhio. Nessuno avrebbe potuto sapere quali pensieri ed emozioni gli passassero nella mente, quali ambizioni gli erano balenate o quali desideri sopiti, in quel momento, si fossero compiuti e soddisfatti. 

Aveva compiuto l’impossibile! Aveva varcato il più gigantesco dei confini ed era ancora vivo! Mentre era ancora tutto immerso in questi pensieri, i suoi compagni cominciarono a riunirsi attorno a lui, osservando con meraviglia e piacere la vegetazione lussureggiante, i rigagnoli di acqua limpida fino al fondo, e la fauna varia e multiforme. 

Ora all’inventore restava solo di tornare indietro fino all’abisso senza fondo, dirigere il completamento delle migliaia di astronavi, cosa che non era riuscito a fare prima, e l’immensa migrazione sarebbe potuta cominciare. Era necessario, in ogni caso, restare qualche giorno sulla Terra, perché la macchina andava testata e controllata, prima di affrontare il viaggio di ritorno. In questo lasso di tempo, avrebbero potuto esplorare i dintorni più vicini e acquisire conoscenze sulle condizioni di vita terrestri. Perciò, impiegarono il primo giorno in un’attenta catalogazione delle forme di vita nei dintorni dell’acqua dei laghi più vicini.

Quando il suono dell’astronave lunariana era diventato appena udibile, il Tirannosauro Rex, forse solo per curiosità, lo aveva seguito attraverso la giungla, dalla rupe fino alla cima della pianura. Era stato perciò testimone dell’atterraggio e delle prime esplorazioni dei lunariani. Per qualche strana ragione, non li aveva attaccati, ma dopo qualche ora era tornato nel profondo della giungla, dove sarebbe probabilmente rimasto, se non fosse stato per gli uomini della luna. Attratti dalle mille nuove scoperte, questi si erano spinti sempre più lontano, e il secondo giorno decisero di esplorare parte della giungla, lasciando indietro l’inventore. Non avevano visto ancora nessuno dei grandi dinosauri e non immaginavano della loro esistenza. 

I lunariani si misero in viaggio come un sol uomo, e dopo aver faticosamente scalato la parete della rupe, proseguirono decisamente all’interno del denso sottobosco tropicale. 

Lo trovarono interessantissimo e dopo aver vagato senza meta da un oggetto all’altro per varie ore, giunsero ad una gola, che un tempo era stata un corso d’acqua e che ora declinava dolcemente verso la pianura. Qui furono le formazioni geologiche e minerarie ad attirare la loro attenzione, e subito procedettero negli studi e nelle classificazioni. 

Purtroppo per loro, non sapevano che quello era il passaggio abituale che il Tirannosauro Rex usava per scendere dal canyon con la sua tranquilla precauzione. La bestia proprio in quell’istante si trovò a passare e si imbatté all’improvviso nelle strane creature che aveva visto il giorno prima. Non era stato notato, perciò si fermò e li fissò, con gli occhi immobili, senza sbattere una palpebra, e le fauci crudeli armate di zanne che non lasciavano trasparire alcuna emozione sul suo viso. 

Arrivò loro vicinissimo, nascondendosi in una svolta improvvisa del canyon. Solo la sua testa era visibile, il resto del corpo era nascosto dalla grande roccia. In quella posizione rimase in attesa, con il corpaccio teso e rigido, “con quello sguardo immobile, statico, gelido” che solo i rettili sanno assumere. Il pomeriggio era quasi trascorso, il sole stava raggiungendo l’orizzonte lontano, e lunghe lame di luce tracciavano la via attraverso gli alberi del canyon, che era aperto verso l’ovest, quando i lunariani decisero di tornare all’astronave. E il Fato colpì.

Un lunariano, sul punto di andarsene, alzò lo sguardo verso una roccia che stava studiando e il suo sguardo incrociò l’occhiata glaciale del gigantesco sauriano. 

Per quasi un minuto intero non si mosse, con un arto steso verso uno dei suoi strumenti e

un altro piegato. 

Questo fu il momento prima che il vento calasse: la foresta, l’aria, l’intero universo trattenevano il fiato in un terrore da rompere il cuore. Quindi, con un urlo caratteristico della sua specie, il lunariano saltò in piedi, afferrando uno strano oggetto e armeggiò convulsamente con il tentacolo posto alla fine del suo arto. Con un sibilo rasposo, una raffica rossa e nera, che terminò tanto rapidamente come era cominciata, partì dalla fine dell’oggetto e colpì una parte della gola del dinosauro, lasciando una profonda ferita da cui cominciò a sgorgare sangue.

A sentire quell’urlo, i lunariani si voltarono giusto in tempo per vedere il Tirannosauro Rex, che sanguinava dalla gola e sibilava ferocemente, saltare dall’ansa del canyon percorrendo un’ampia distanza. Notarono con orrore la tremenda potenza espressa da ogni muscolo della gigantesca bestia e tutti all’unisono si ritirarono nel fondo della gola. La ritirata si trasformò in una rapida fuga quando il Tirannosauro balzò al loro inseguimento. Naturalmente, non c’era speranza fin dal principio. I balzi mostruosi del sauriano gli permettevano di sorpassare in velocità qualsiasi sforzo quelle piccole creature avrebbero potuto tentare. Smisero presto di scappare, perciò, e affrontarono il gigante alla carica, con l’unico pensiero di salvare la vita all’inventore, anche a costo di sacrificare la loro. Malgrado le scariche rosse delle armi lunariane ferissero il suo corpo in più punti, il Tirannosauro Rex non rallentò la sua carica furiosa oltre il canyon e, senza che alcuno se ne potesse rendere conto, il destino dell’umanità si compì nel momento in cui raggiunse e travolse i suoi avversari. Se avesse fallito, se fosse stato ucciso, e i lunariani gli fossero sfuggiti, avrebbero dominato il mondo, precludendo per sempre la nascita dell’uomo sulla terra. Ma niente avrebbe potuto fermare la sua carica irrefrenabile. All’improvviso fu loro addosso, colpendoli e dilaniandoli con tutte e quattro le zampe. In un solo istante, la possente coda uccise due di loro, e la morte degli altri giunse pochi istanti dopo, finché rimase in vita solo l’inventore, nascosto dietro la muraglia del canyon. Il Tirannosauro si fermò, respirando affannosamente, al centro, scrutando ogni cosa. Il dinosauro non era uscito indenne dalla battaglia, il sangue scorreva da tutto il suo corpo e uno dei suoi arti superiori penzolava inutile al suo fianco. Si prese solo un attimo di pausa, poi balzò sul lunariano. Non appena si era staccato dal suolo, una saetta rossa lo colpì, ma non fu sufficiente a fermare il suo proposito. Uno dei suoi arti anteriori saettò assentando un colpo spaventoso, e il lunariano giacque sbudellato sul pavimento roccioso dell’antico corso d’acqua. 

Un momento istantaneo, un attimo di troppo, e il lavoro di innumerevoli secoli, di innumerevoli milioni di anni fu ridotto al nulla, come se non fosse mai esistito. Perché la vita si era generata sulla luna, perché si era evoluta da forme semplici a forme più complesse, dall’ignoranza alle conoscenze avanzate, se non per essere distrutta in un attimo da una gigantesca creatura della Terra? È così che la Vita, in ogni momento, procede senza scopo, senza anima, incomprensibile, giocando un gioco che non si può vincere. L’estinzione è l’unica fine possibile per ogni specie. Anche i dinosauri, dopo milioni di anni di dominio, sparirono e furono rimpiazzati dai mammiferi. 

Subito dopo che il Tirannosauro ebbe sferrato il colpo mortale, stramazzò e il lunariano morto giacque accanto al suo uccisore. Alcuni lunariani si contorsero ancora nelle contrazioni post mortem, ma alla fine, eccetto i rantoli del dinosauro morente, tutto fu quieto. Il Tirannosauro giacque, così come aveva fatto l’inventore agonizzante, con il volto rivolto verso il cielo d’occidente. 

Il grande sole infuocato stava ancora illuminando la selvaggia prateria e i suoi raggi a stento raggiungevano la pianura del canyon, facendo risplendere tutto in una luce eterea e magica. Alto sopra di loro nell’urna spezzata degli alberi colorati e delle rocce gigantesche, un venticello soffiava e scuoteva le cime degli alberi, mostrando di tanto in tanto l’azzurro del cielo. In lontananza, attraverso le profondità dei laghi lontani, uno strano lamento riempiva l’aria, un lamento così triste e misterioso, vecchio quanto la vita stessa. La luce del sole morente avvolgeva l’orrendo aspetto del dinosauro in una luce dolce, e non appena ebbe rivolto l’ultimo sguardo verso l’ultimo tramonto che avrebbe mai visto, attraverso i profondi spazi, nella dolce gloria dei Creatori della Vita, gli occhi del Tirannosauro si addolcirono e fu investito da una tenue, misteriosa dignità, come se la sua missione fosse compiuta. Lentamente i cupi rantoli diminuirono e finalmente cessarono del tutto. Il Tirannosauro Rex, Re delle Lucertole Giganti, il più terribile di tutti i carnivori, e il più temuto, aveva lasciato per sempre la terra. 

Il sole era calato. Lontano ad ovest si scorgeva ancora una striscia aranciata, ma tutto il resto era stato reclamato dalla notte. Alta sul canyon, mostrandosi nello spazio attraverso le foglie, saliva una grande luna piena, mostrando la sua purissima luce bianca, come a voler stendere un mantello protettivo sul patetico corpo spezzato del suo figlio sconfitto, l’inventore, mentre in profondità, sotto la sua superficie, si nascondeva un popolo intero ad aspettare il suo trionfale ritorno. Sarebbe stata un’attesa lunga. Molto lunga.

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M’AGGIO ACCATTATO NU PARO ‘E RECCHINE

Continua il mio lavoro di filologo del web… ora vi presento una canzone del secondo dopoguerra napoletano. La vecchia domestica di mia nonna, che era stata ragazzina in quegli anni (parliamo del 1943/1945), la canticchiava spesso. Era una vecchia signorina, diciamo una zitella, che non aveva mai conosciuto (in senso biblico) uomo… e giocare sull’argomento la faceva terribilmente ridere. Maria, si chiamava, Maria Baldo. Le ho voluto un bene enorme, è mancata 11 anni fa… Dio benedica la sua anima!

Canzone popolare napoletana del secondo dopoguerra

M’aggio accattato ‘nu paro ‘e recchine
l’aggio accattato apposta pe’ te
ma po’ sapenno ca t’ ‘a faie cu ‘e marrucchine
chilli ricchine ‘ ‘e ttengo pe’ me
M’aggio accattato ‘nu paro ‘e calosce
L’aggio accattato apposta pe’ te
ma po’ sapenno ca faje mmiez’ e’ cosce
chelli calosce m’ ‘e ttengo pe’ me
M’aggio accattato ‘o profumo francese
l’aggio accattato apposta pe’ te
ma po’ sapendo ca t’ ‘a faje cu ‘e zelandese
chillo profumo m’ ‘o ttengo pe’ me

M’aggio accattato brillante e zaffire
l’aggio accattati apposta per te
ma po’ sapendo ca t’ ‘a faje cu ‘e nire
chilli zaffire m’ ‘e ttengo pe’ me

M’aggio accattato ‘nu paro ‘e casette
l’aggio accattato apposta pe’ te
ma po’ sapenno ca fai int’ ‘a camionetta
chelli cazette m’ ‘e ttengo pe’ me.

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La Circe di Julia Augusta Webster

Continua il mio lavoro di trascrizione di brani rari e preziosi… credo che nessuno abbia mai pubblicato questa poesia online in lingua italiana.

Forse mi sbaglio… Forse sono solo un illuso a sperare che qualcuno lo leggerà e troverà utile questa pagina…

Ma io ci provo. Come scrisse Tiziano Sclavi “Non so se c’è un futuro, ma volando io lo sfido!”
Julia Augusta Webster
Circe

Il sole si tutta nel tramonto incandescente;
l’oscurità ha teso le sue braccia per tirarlo giù
anzitempo, senza aspettarlo come è solita fare
pazientemente, al di là del mare;
le onde lisce incupiscono nel buio
e minacciosa indossa una purpurea veste; via via
la distesa delle acque ondeggia, e pare alzarsi
convessa dal suo livello in costa;
e sordo un brontolio di tuono serpeggia sulla riva:
ci sarà infine un uragano, splendido uragano!
E benvenuto sia, questo uragano, mi squarci i pergolati,
disperda come polvere le mie rose fiorite,
schianti stridendo i rami, rovesci a terra
le vigne rigogliose coi loro acini acerbi tinti di fresco,
piccole ametiste tondeggianti, berilli inanellati
in tumultuosi grappoli; sazi pure il suo avido
rancore fra i miei pini più belli,
quelli che là tondeggiano immoti contro il cielo
che forma laghi blu fra i ciuffi tetri;
dai miei pendii di argentei ulivi saccheggi pure
un di quei re canuti, con quei suoi arti fantastici e nodosi
che indossano selvatiche armature di mille anni antiche;
scagli pure alta sulle mie coste in fiore
la sua onda nemica, a lacerarsi sulla povera zolla,
a trascinarla giù per i pendii, a turbinare la sua schiuma
sulle mie terrazze, a squassare i loro blocchi massicci
di marmo rilucenti in ammassi rovesciati a far
palude salmastra dei miei muscosi ed intricati labirinti,
dove fiorellini odorosi sbocciano come stelle
sparse a tappeto sulla via lattea.
Che importa? Venga, venga pure a portarmi un mutamento,
qualcosa che spezzi questa monotonia dolce alla nausea.
Mi estenua questa lunga calma luminosa.
Sempre lo stesso cielo blu, sempre il mare
lo stesso blu perfetta immagine del cielo,
una rosa incontrerà quell’altra che è svanita,
l’aurora di domani gemellerà quella di ieri;
e ogni notte grilli incessanti, a cantare
la stessa prolungata gioia e tarde nenie di uccelli
a ripetere la loro nenia per tutto il mese uguale.
Piccole creste sciabordanti, con ritmo costante,
rigurgitano il loro carico a cantilena fra gli scogli;
ogni crepuscolo porta la stessa languida trance
sulle colline ombrose, e per i campi
le ondate di lucciole fanno lo stesso andirivieni,
rendendo quei lampi di luce e quel trambusto
un fastidio, come scorrere di spola nel telaio.
Datemi un mutamento. Deve per forza essere la vita
tutto dolce mieloso, pappa di neonato?
E se il mio cuore è destinato a vivere sopito
in un silenzio di assolata stagnazione, datemi allora
qualcosa da fuori, che mi sconvolga; lasciate che
l’uragano strazi questa bellezza indolente, lasciate che
cada abbattuta ai piedi di appassionate raffiche
e poi, domani, si risvegli esultante
a nuova vita; lasciate che io veda, almeno, gioia sottile
di angosce ed illusioni, di mutamento e di sviluppo.
Che destino è questo mio? In remota distanza da pene
e paure e tumulti dell’ostico mondo
io vivo, come un dio solitario, in un’isola incantata
dove sono la prima e l’unica; e visto che son tale
da preferire velenose spezie all’idromele,
desidero tempesta, sono stanca di quiete,
di questa divina assenza di pensieri e cure!
Povera me, che sono donna, non un dio;
sì, è così, persino queste ninfe che mi assistono
lo sono più di me, con le loro anime di fiore e di uccello
che cantano e fioriscono immortali.
Povera me! Costoro amano un giorno e poi ridono ancora,
e amando e ridendo trovano appagamento;
ma io di quella pace nulla so, e non ho amato mai.
Dov’è il mio amore? Qualcuno mi reclama
senza sapere chi chiama? La sua anima brama
che la mia gli cresca accanto, che gli cresca dentro?
Implora costui gli dei di fargli avere me,
l’unica, la rara, sconosciuta donna al cui fianco
nessuna altra donna, pur tre volte bella,
potrebbe mai parergli tanto degna; della cui voce, sentita
modulare pur ordinari toni, nessun suono
gli farebbe musica migliore: non il più dolce
sono d’amore intonato su argentei liuti,
non canto d’Apollo, di quelli che gli dei
impallidire fanno di piacere. Una che, se
l’avrà trovata, toglierà senso al suo cercare.
Oh amore, amore, amore, ancora non sei
uscito dall’ombra dell’attesa fuori alla vita?
Ancora non arrivi, dopo così lunghi anni
che per te sospiro? Vieni! io sono qui.
Ancora no, non ancora. Sentirei per certo almeno
un’eco della sua risposta lontana, se adesso al mondo
mi stese cercando, lui che mi cercherà – oh dei,
non mi cercherà? Un sogno è tutto questo?
Saranno sempre e solo bestie, questi bestiali ceffi
che mi guazzano nel porcile, deformano i loro
grugni fra le piante, o stanno in stalle e chiusi
a sgranocchiare, sgraffignare, grugnire dietro i cannicci;
‘sti cosi, chi crederebbe mai che fossero prima umani?
Ma no, lui arriverà. Perché mai son così bella
e di mente così fine, dotata di uno sguardo
che illumina d’un lampo le cose più nascoste,
come vedono gli dei, anche senza guardare?
Perché i miei occhi indossano potere più potente
del basilisco, il cui sguardo uccidere può solo,
per attirarmi anime di uomini, a vivere o a morire
secondo il mio volere? Perché ho un tale orgoglio
in dote, che tuttavia vuol essere spezzato?
E questo sprezzo, crudele e risentito, per i maschi
inferiori, che incrociano i sorrisi miei, sprecati
in sua mancanza, e se ne illudono pure? Perché son io
quella che sono? Certo per lui, che un giorno il fato
manderà per esser totalmente mio signore, per prendere me,
il desiderio di tutti, che solo lui potrebbe
mai costringere a inchinarsi.
Oh splendore solare di biondi capelli luminosi,
chiari come le trame impalpabili delle dorate stoffe
per me tessute; oh profondi occhi,
più scuri e vellutati del più crepuscolare blu
dei petali di viola d’agosto, scuri e profondi come
il cristallo insondabile dei laghi nei meriggi estivi;
oh sorriso dolce e triste di desiderio colmo; oh labbra
che tentano il mio più vero io al bacio; oh dolce curva
delle gote, tenere e radiose del pallido rossore
di corallo levigato; viso di amabilità perfetta,
che ricambi il mio sguardo da questo specchio d’acqua pura;
meraviglia di spalle lisce, di braccia e gambe cesellate;
sarebbe forse giusto che io ti amassi così come ti amo,
e godessi di una raffinata gioia nel guardarti
in tutti e cento i mutamenti dell’andar del giorno,
non fosse che io ti amo per lui, in attesa del suo arrivo,
non fosse che la mia bellezza soltanto nel suo amore trova senso?
Oh guarda! una macchia su questo lato del sole,
si avvicina – sì, si avvicina con il montare del vento,
il vento che sfilaccia gli orli ai foschi ammassi nuvolosi,
e fra poco verrà fuori di un balzo, a inzaccherare
il cielo di oscurità incalzante, a infrangere contro
gli astri montagne d’onde sibilanti.
Mi porterà, quella macchiolina scura, un rottame orripilante
intrappolato nelle onde, sbattuto, scagliato impotente
di cresta in cresta, lo porterà di notte
con quel frastuono dissonante sulla spiaggia
con le grida d’aiuto, le grida di paura e speranza.
E poi, l’indomani, tutti pensierosi
con voci gravi e solenni, a fare la lista dei pericoli corsi,
a ringraziare gli dei di averli tenuti in vita
a raccontare di mogli e madri rimaste nelle case,
e figli, che avrebbero così grave perdita
da portarli al pianto (e forse piangerò anch’io)
pensando a tutti i pianti se mai fossero morti.
E il giorno seguente ancora si sentiranno a loro agio,
saran tutti melliflui sospiri di contento, o risa euforiche,
nell’assaporare le delizie di baldoria e di riposo,
musiche e profumi, giubilo per gli occhi
di rosei volti e sfarzi sontuosi,
l’aroma del banchetto e i caldi bagliori
fragranti della coppa di vino; converseranno
di come bello sia trovar riparo fra mura di palazzi
via da tempeste e lotte, e di qual fortuna
depose la loro buona nave sulla nostra costa dirupata.
Poi, il giorno seguente, si sveglieranno in loro le bestie,
chi farà a botte e battibecchi, chi si gonfierà
di boria tronfia, chi beffardo e gigione
si esibirà in dispetti da scimmione, chi si riempirà la manica
di rubacchiati botti, chi sgraffignerà rubini
dai castoni dei calici quando passan vicini;
chi darà di matto riscaldato dal vino,
chi inebetirà nell’indolenza,
chi sarà infoiato, chi goloso;
mi prenderà il disgusto, mi faranno tutti schifo.
Oh la mia coppa preziosa! La mia coppa cristallina e pura,
senza minima ombra di colore ad alterare
l’ingresso della luce, né pecca alcuna a deviarne il corso!
La mia coppa della Verità! Come rideranno quegli idioti
senza speranza, e mi ringrazieranno del favore, come gli donassi
uno sprazzo istantaneo della gioia divina,
bere dove io ho bevuto e toccare con le labbra loro
il toco delle mie! Ma sì, lasciamoli toccare.
E sarei troppo crudele? Le stupide bestie
che intorno a me si ammassano come gli passo accanto
mi guardano in cagnesco e, certo ancora amandomi
(con quel misero amore di cui sono capaci),
concentrano nei loro umidi occhi rancore e vendetta
per spaventarmi e ottenere clemenza, o mi strisciano
accanto con moine penose, con supplichevoli belati.
Troppo crudele? Ho scelto forse io che fossero quel che sono?
Li ho estraniati io da se stessi con velenosi incanti?
No: ogni sorso dalla mia coppa, fosse acqua pura
o vino genuino, li rivelava a se stessi
e gli uni agli altri. Mutamento? nessun mutamento;
solo un dileguarsi del travestimento, improvviso:
e ci fosse stato un solo uomo vero fra di loro
avrebbe bevuto il sorso come l’ho bevuto io
e sarebbe rimasto lì piantato, illeso, a fissarmi
dritto negli occhi, mandando me in confusione al suo cospetto.
Ma questi così – perché? chi fra loro ha mostrato mai
natura meno miserabile e bestiale? Puah, lupi uggiolanti
e gatti selvatici, spietati e furtivi, cani bastardi e scimmioni,
suini ingordi e striscianti serpi velenose,
tutti esseri bruti, infidi e rapaci e carnali,
vergogna della Terra che li ha partoriti: ecco cosa sono.
Guarda! guarda quel brivido azzurro che saetta
per la metà del cielo, e le sottili forche di fuoco
che colpiscono il mare: e ascolta, la voce improvvisa
che corre fra le piante prima dell’uragano,
e il fremito dei rami. Eppure intorno a loro
il cielo ancora blu si staglia, e le prime stelle
scintillano sopra le cime dei pini; e l’aria qui d’intorno
mi avvolge in una stretta languida e ferma.
Un altro scoppio di fiamma – e la macchia nera
appare nel bagliore, sferzata in avanti. Meglio
che faccia preparare per i nostri ospiti stanotte.

 

 

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GIOVANNI ARPINO – L’ULTIMO ANGELO

Era l’ora della sigaretta. Poteva concedersene, a norma di regolamento, solo due al giorno, ma Tom era ormai un vecchio pilota, la sua ubbidienza alle regole aveva aggiunto il giusto limite di scontrosità. Inoltre, dopo la solita colazione a base di arrosto d’alghe, come non fumare almeno un paio di oneste “Gauloises” l’una in fila all’altra, quelle vere, contrabbandate, non la paglia fornita dal governo?
Accese, distendendosi in pace contro lo schienale imbottito del posto-comandi. Era abituato al silenzio, non ricordava neppur più i tempi in cui aveva superato lo choc che provoca l’assoluta assenza di rumori nel vuoto celeste. Anzi, il silenzio lo aiutava a pensare al cane, al fucile, alla palude, alla ragazza dell’autunno prossimo, quando in vacanza avrebbe potuto camminare, annusare, dormire senza pillole, masticar carne
autentica. Cane, fucile, ragazza, palude: niente da dire su quanto il governo riservava ai suoi piloti spaziali durante il periodo di riposo…

La luce che gli scoppiò negli occhi, improvvisa, per poco non gli fece bruciare le dita che sostenevano la sigaretta. Era un punto luminoso appena percettibile, però drittissimo davanti a lui nel monotono nero dei cieli.
Sembrava immobile, ma Tom sapeva che anche lui poteva risultare immobile alla fonte di quella luce, semmai essa lo stesse osservando…
Bestemmiò tra i denti, più di sorpresa che di paura. Era al suo settecentocinquantatreesimo viaggio, ormai un lupo, un anziano del reggimento delle guardie spaziali. Il suo lavoro consisteva in un centinaio di orbite da compiere lungo un settore al limite della galassia: “Siamo più che altro degli spazzini che vanno su e giù e neppure raccattano un bidone” s’era detto spesso, ed ecco che qualcosa si faceva vivo davanti a lui, per ora un punto di luce, ma tra poco, forse…

Settecentocinquantatré viaggi, quasi un record per una guardia spaziale: un
migliaio di altri suoi colleghi, con un migliaio di altri veicoli come il suo, da dieci anni pattugliavano ai limiti della galassia, e i loro diari di bordo, tutt’insieme, non contenevano una notizia degna del più stupido giornale di provincia. E adesso, a lui, proprio a lui, Tom Twain, quella luce davanti.
Staccò la guida automatica e si tenne pronto a compiere una leggera deviazione. O avrebbe fatto meglio a oscillare? A fermarsi? Sentì comunque che, mutando anche di pochissimo la rotta, avrebbe costretto quel “qualcosa” a inventare anche lui una mossa.
«Non fare il cretino, Tom» gli disse seccamente negli orecchi la voce del capitano Ivan Ilic dalla piattaforma spaziale sublunare.
« Non faccio il cretino. Mi chiamo Tom Twain, il mio veicolo porta il numero 2209/S, sono alla tredicesima orbita di questo pattugliamento e mentre tutti voi ve la spassate a due passi dalla base lunare, ho qui davanti una luce. Che faccio?»

Per un lunghissimo secondo sentì soltanto il lieve crepitio dell’apparecchio ricevente che gli ronzava nel cranio. Poi la voce del capitano, annoiata. « Senti, Twain, sei sicuro che non sia una “quasar”? Sai, uno di quegli oggetti luminosissimi, ma enormemente distanti, che si trovano negli spazi intergalattici?»
« Giuro di no s’arrabbiò subito Tom. Si muove, mi viene incontro. E poi l’apparecchio per gli ultravioletti non l’ha ancora segnalata, come fa sempre con le “quasars”. Che faccio, capitano?»
« Hai captato radio-onde? Sai che le “quasars”…»
« Le dico di no, capitano Ilic. Niente radio-onde. Lo so anch’io che le “quasars” si rivelano così.»
« Senti, Twain, se vuoi scherzare…»
« Macché scherzo! Lo interruppe furioso Tom. Adesso la luce si è molto avvicinata. Senta, capitano, io direi di deviare di due gradi, almeno per capire se sono stato avvistato. D’accordo?» « Dico, Tom… Ah, certo, generale. Aspetta, Tom, ti passo il generale Custer…»

Ma qui il crepitio della radio cessò. Perduto il contatto, Tom quasi ebbe un respiro di sollievo. Non si fidava affatto di quei professorucoli a due metri dalla luna, capacissimi di pescarti un buon whisky di contrabbando durante le loro maledette ispezioni, ma del tutto inutili in situazioni di emergenza.
Deviò piegando appena e raddrizzandosi quando vide apparire nell’angolo dell’occhio le tracce luminose della sua scia. Subito anche la luce davanti piegò, riprendendo poi posizione, dritta di fronte al suo naso. Come se la manovra che ho fatto me la fossi vista riflessa in uno specchio, pensò Tom Twain: e allora dato che lo specchio non c’è, quel qualcosa esiste, mi ha avvistato, è deciso a coordinarsi secondo quel che faccio io, e più o meno ci si troverà a due passi, tra poco.

Il lieve sudore che gli colava sulle palpebre non poteva essere più fastidioso. Tra un minuto al massimo saremo muso a muso, riuscì a connettere Tom: e allora?
Senza accorgersene, provò a scuotere l’apparecchio radio. Inservibile davvero. Chissà quel generale Custer alla piattaforma spaziale…
E Tom Twain immaginò lo stato di pre-allarme, l’ordine di tenersi pronti impartito ai piloti dei grandi missili-protettori, che avrebbero potuto raggiungerlo in brevissimo tempo. Ma tutto questo gli si appannava nel cervello come ghirigori insignificanti, la sua attenzione era ormai concentrata sul punto luminoso che ingrandiva, sfumando nei contorni. Una
palla di gas, ecco cosa sembrava, e procedeva silenziosa, a fatica forzando il nero compatto dei cieli, via via rendendo più solido il suo bagliore.

Basta, s’accasciò di colpo Tom, arrestando il motore, e lì fermo, con due grosse lacrime di sudore che gli scendevano lungo il naso, rimase a guardare.
Anche quella luce parve improvvisamente arrestarsi, oscillò, ora il suo fuoco gassoso roteava su se stesso, come punta impegnata a trapanare il buio. Poi riprese la corsa. Tom si asciugò con rabbia la fronte e le palpebre, sentendosi prigioniero del calore che gli ribolliva dentro la tuta. Gli stracci di pensieri che gli ingolfavano il cranio non potevano essergli di aiuto.
Con uno sforzo enorme di concentrazione, riuscì a trarre un lungo respiro e insieme ad alleggerirsi d’ogni inutile congettura. Si lasciò andare contro il sedile, in attesa.
« Sono Michele.» disse la voce, sillabando. Una carezza di voce, ma che gli
si rigirò nel sangue aumentandone il calore fino a renderlo insopportabile.
«Michele. Michele che ti sta parlando.» ripeté la voce.
Veniva da dentro di lui, dal suo stesso corpo, scendendogli dal cervello, eppure suonava alta, chiara, esterna, come se lui e quell’altro stessero pacificamente parlando, soli, su una spiaggia deserta.

« Rispondi a me che ti chiamo. Rispondi a Michele » accarezzò ancora la voce. Sembrava ridesse, tant’era lieta, precisa, concretamente vicina e di conforto. Ma invano Tom Twain cercò di schiudere le labbra disseccate.
« Così come mi vedi, ti sono amico. Sono incapace di male. Dimmi il tuo nome invitò la voce. « Non sono onnisciente. Posso parlarti, farmi udire da te, ma non posso sapere chi sei. Dimmi se sei uomo o altra specie. »
« Uomo. Sì.» Tom Twain sillabò finalmente tra i denti: « il mio nome. Tom Twain. E già: sono un uomo.»
« Dio sia ringraziato e possa accoglierti in gloria. Io sono Michele, uno dei suoi arcangeli. Non credevo più di riuscire in questa impresa, e incontrare l’uomo. Da migliaia di anni giro i cieli, e oggi ho raggiunto questa gioia » rise la voce apertamente e il colore di quella luce davanti al muso del suo veicolo parve a Tom accendersi ancora di più.
Devo parlare con la base, devo parlare col capitano, col generale, devono togliermi subito di qui, si perdeva Tom in mille convulsioni mentali.

Ma: « Non fare così» disse la voce: « Tu hai paura. T’ho avvertito, sono incapace di male. Perché hai paura? Se sei un uomo, non devi temere Michele.»
Poi non parlò più, rise. Una vera risata, dolce, tranquilla, felice, che scese nel cervello di Tom con la pressione leggera d’un massaggio, al quale Tom soggiacque per poi riuscirne più teso e raggrinzito di prima.
«Sì, sento che hai paura. Ma sei solo, non puoi comunicare coi tuoi, gli strumenti della tua macchina non funzionano più. Colpa mia. La mia luce è troppo potente, se ti sto vicino i tuoi comandi non ti obbediscono. Puoi provare.»
Meccanicamente Tom schiacciò qualche pulsante, che cedette invano sotto le dita.
« Vedi? Ora possiamo, noi due…»
« Via, via» urlò Tom di colpo, preso alla gola dal terrore: « Via o ti ammazzo. Giuro che t’ammazzo!»
Il riso della voce si spense in un leggero sospiro.
« Sei proprio un uomo, povero Tom Twain. rispose infine: « Non sai dire altro. Calmati, invece. Vuoi vedermi? Vuoi che ti dimostri il mio amore con una vera presenza? Io sono fatto di luce, ma se lo desideri posso assumere una forma, per aiutarti a capire…»
« No, no!» urlò Tom coprendosi gli occhi: « Va’ fuori dei piedi, va’ via.
Non voglio vedere niente!»
La voce non rispose subito. Quando Tom osò scoprirsi gli occhi, vide che il globo luminoso davanti a lui appariva ancora fermo, ma come rimpicciolito, senza più i vaghi contorni gassosi di prima. Il buio celeste gli si era addensato attorno, pesante, quasi tentasse di limitare la sua sfera di luce.

« Mi fai male.» disse allora la voce: « Vedi che mi fai perdere le forze?
Se seguiti a parlarmi in quel modo, sarò costretto ad allontanarmi. Ti prego, non rispondere subito, ascoltami: è da tanto che ti cerco, che desidero parlarti. T’ho invocato e inseguito per troppo tempo. Sono uno degli ultimi angeli che il Creatore invia ancora nei cieli. Le nostre
imprese, i nostri viaggi, stanno per terminare. Sii buono, non respingermi.
Se anch’io fallisco, non viaggerò più, e resterò con gli altri angeli nel Regno, in gloria di Dio, sì, ma senza di voi, che avreste dovuto essere i nostri fratelli…»
Tom guardava, ascoltava, ma con le ultime forze cercava disperatamente di raggiungere al fondo di una tasca le pillole energetiche.
Sentiva tra le dita il tubetto, ma non riusciva ancora a stringerlo. Sì. la pillola era quello che gli ci voleva, una scarica d’ottimismo capace di farlo uscire da quell’allucinazione o di dargli la forza per sbatter via quel coso.
Tendendo i nervi, riuscì finalmente a stringere nel palmo guantato il tubetto e tirarlo fuori. Ora non gli restava che aprirlo e inghiottire, ma la luce davanti a lui sembrava avesse la forza di rallentare ogni suo movimento, di annebbiargli ogni spinta interna.
Mi chiamo Tom Twain, il mio veicolo ha il numero 2209/S, questa è la tredicesima orbita del mio settecentocinquantatreesimo viaggio di pattugliamento interplanetario…, cercò di ripetersi nella mente, una parola dopo l’altra, per riacquistare padronanza nervosa: fa’ solo che
inghiotta questa pillola, Michele, o coso che tu sia, e ti faccio vedere…

« Non sei gentile.» riprese la voce, ma come fatta più stanca: « Perché non parli? Dovresti essere felice di incontrare il tuo angelo. Potrei essere un buon Custode per te. Perché non mi parli della tua vita, dei tuoi mali, della tua famiglia? Abbiamo tanto tempo…»
« Non ho famiglia, ma che roba dici» sghignazzò Tom svitando il tubetto: « Per chi mi hai preso? per un miliardario?»
« Come?» interrogò la voce.
« Ma piantala» riuscì furiosamente a esprimersi Tom Twain: « Dovresti saperlo, se dici di essere quel che sei. Famiglia! Roba che per averla bisogna essere straricchi da tre generazioni. Sì, sì, ce ne sono ancora, ma vuoi mettere che lusso? Oggigiorno, grazie al cielo se nasci con la
fiala…»
« Ma tu bestemmi!» s’accorò la voce, dolorosa. « Tu, uomo, tu Tom Twain, che hai vinto i mostri, il fuoco, il gelo degli spazi, dei pianeti, tu vuoi prenderti gioco di me, angelo del Creatore…»
« Senti, Michele o che diavolo sei» reagì Tom: «Hai visto cosa ho fatto adesso? Ho inghiottito un energetico, un affare che farebbe ridere anche un pollo infilato allo spiedo… Dammi retta, fila via, non fidarti della mia pazienza…»

« Dio di misericordia, aiutami» implorò la voce: « E tu, Tom Twain, sii buono. Hai tante cose da spiegarmi. Nessuno sa più niente di voi uomini.
Perché avete voluto essere abbandonati? E perché non vuoi vedermi? Se mi vedessi…»
« Se ti muovi, sparo. Giuro che sparo» urlò Tom, ma con una freddezza nuova: « Non voglio vedere il tuo muso, l’hai capito? Me ne frego di te, che tu sia Michele di nome o Balordo di cognome! Togliti di mezzo…»
« Non ti capisco» lamentò la voce: « Perché non mi ami? Dovresti potermi amare…»
« Ci sarà stato uno sbaglio nel motore» rise Tom, elettrico, già godendo dei benefici dell’energetico.
« Devo essere anche sfortunato. Non posso credere che gli uomini siano tutti come te» sospirò la voce.
« Senti, io sono dei meglio. Nessun debito, mai una grana, la mia strada e basta. Un altro al posto mio ti avrebbe già messo due missili in pancia.
Sempre stato un fesso, io. Ma ora: fila!» fu la risposta.
« Va bene, Tom Twain, sia fatta la tua volontà. Però io posso dimostrarmi in altro modo, se ancora lo desideri. Tu chiedi, tu pretendi: ti offrirò il miracolo. E allora… »

« Il miracolo sarebbe che sparissi da lì davanti. Oppure: farmi avere l’età di un aspirante-pilota e la pensione di un generale. Ti va?»
« Ah, Tom, sei troppo mortale» pianse la voce, incrinandosi tra ogni sillaba come quella di un bambino: « Io non ti so parlare, non so esprimermi, non so vincerti. Che Iddio possa perdonarmi, è mia la colpa… »
« E adesso cosa ti piglia? Piangi? » stupì Tom: « Bravo. Veder piangere m’ha sempre divertito. E poi basta: abbiamo sprecato troppo tempo.»
« Addio, Tom, se è questo che desideri» disse la voce in un soffio: « Vado. Però non posso lasciarti senza una benedizione. Accettala. Ora guarda e ricorda! »
Il globo luminoso parve accendersi ancora di più, riacquistando i suoi vaghi contorni. Fu un attimo: perché appena l’immensa mano azzurrina trasparente apparve in morbido cenno di saluto e d’affetto come chioma d’albero infinito spinto a scalare e toccare gli spazi neri del cielo,
Tom Twain urlando pazzo di rabbia e terrore schiacciò il doppio pulsante dei missili.

Il veicolo ebbe un sobbalzo violentissimo, il globo luminoso fu di colpo lontano, ben più avanti delle misere scie lumacose dei proiettili che cercavano d’inseguirlo.
In un batter di ciglia risultò inghiottito dal buio.
Ora non riusciva più a frenare lo stridore dei denti, a vincere l’onda di gelo che gli invadeva le vene, gli intestini. Ora era l’altra faccia della paura a mostrarsi, e nel silenzio troppo vasto Tom Twain sentì contro il palato la lingua diventata secca come un sughero.
« Idiota… Pezzo d’idiota…» strepitava forsennata la voce del capitano Ivan Ilic nell’apparecchio radio: « Contro chi hai scaricato i missili? Lo sai quanto costano? Sotto processo ti mando, ti farò marcire in galera…
Rispondi, imbecille… Twain, ti faccio abbattere se non rispondi…»
Ma Tom Twain non poteva rispondere. Piangeva. Con la fronte sul quadro dei comandi, non osando più guardare, muoversi, le vene gelate come di pietra, non riuscendo ad aggrapparsi a un pensiero costruito e comune, singhiozzava a bocca aperta il suo lamento d’animale, comprimendosi lo stomaco, in pena e dannazione eterne.

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NUTTATA ‘E NATALE – DI SALVATORE DI GIACOMO

Mancano 35 giorni al Natale e Di Giacomo ci fa compagnia.

Questa poesia era amatissima da mio nonno Giovanni Russo, che fu medico da giovane e uomo innamorato della vita fino al suo ultimo sospiro.

Nuttata ‘e Natale

I

Dint’ ‘a na grotta scura

dormeno ‘e zampugnare:

dormeno, appese a ‘e mura,

e ronfeno, ‘e zampogne

quase abbuffate ancora

‘a ll’ùrdema nuvena;

e ghianca, accumparesce e saglie ‘ncielo,

dint ‘a chiara nuttata,

‘a luna chiena.

Dormeno: a mezanotte

cchiù de n’ora ce manca;

e se sparano botte,

s’appicciano bengala,

e se canta e se sona

pe tutto ‘ o vicenato…

Ma ‘o Bammeniello nun è nato ancora,

e nun s’è apierto ancora ‘o Viscuvato.

Fora, doppo magnato,

esce nfucata ‘a gente:

ccà d’ ‘o viento gelato,

p’ ‘e fierre d’ ‘a cancella,

trase ‘a furia ogne tanto…

E c’ ‘o viento, e c’ ‘o friddo,

ncopp’ ‘a paglia pugnente, a ppare a ppare,

dormeno, stracque e strutte, ‘e zampugnare…

II

S’ è scetata mpunt’ ‘e quatto

na zampogna, e sta parlanno.

– Bene mio! – dice – è n’ at’ anno

ca turnammo a beni’ ccà!

E turnammo, n’ata vota,

a fa’ ‘o solito lamiento:

viene, vaie, nun trouve abbiento,

sona ccà; va a  sunà llà!

E che suone? Ullèro, ullèro!

è nasciuto il Re del Cielo

che nel candido suo velo

sulla terra calerà!

Maie d’ammore na canzona,

maie, maie n’ aria o allera o doce!

‘E na femmena na voce

mai putimmo accumpagnà!

Mme credite? Sto speruta

‘e sentì n’ aria curtese,

e chest’aria d’ ‘o pagghiese

cu stu suono accumpagnà! –

III

E rispunnette n’ata zampogna:

– Cummà, sentite, ve voglio di’

ca senza offesa, si premmettete

st’aria curtese m’ ‘allicordo i’.

E’ anticulella, ma nun fa niente,

ca se pò sempre bona cantà:

po’ addò sta scritto ca brutto è ‘o bbiecchio?

Nun cagna ammore: nun pò cagnà.

E comm’ a chesta quant’ ate e quante

me n’ allicordo belle accusì!

Certi canzone cu cierti stese

fatte p’ ‘e core fa’ ntenerì!…

IV

– Embè… sunatene quaccuna… – E comme?

Si nun m’abbuffano che buo’ sunà!?

– Zi’! St’amicizia surtato ‘o viento,

si ‘o viento è amabbele, mo ce pò fa’…

– Viento! – dicettero tutte ‘e zampogne –

nficchete, mpizzete, fance abbuffà!

Fance chest’urdema nuttata, stanno,

cuntenta, a Nnapule bella, passà… -.

V

E tecchete trasette p’ ‘e cancelle

nu sbruffo ‘e viento e ll’ abbuffaie, scuscianno

dint’ ‘e zampogne e mpont’ ‘e ciaramelle.

E ‘a grotta se scetaie: liggiero e lento

ne mutivo ‘e canzone ‘e primmavera

accuminciaie cu n’ accumpagnamento

a terza sotto. ‘A luna, aiuta ca steva

e cammenanno, se fermaie: chiù tonna

‘e nu mellone e cchiù ghianca d’ ‘a neva.

Guardatele, guardatele… Sentenno

sta museca, sunà, doce, ‘int’ ‘o scuro,

se torceno ‘e cchiù giuvene, durmenno.

Se voteno, se girano, c’ ‘a faccia

ncopp’ ‘e mantielle, e comm’ ‘int’ a nu suonno,

muoveno ‘e mmane e stenneno li braccia…

Ronfeno ‘e viecchie: sprufunnate stanno,

surde, stracque, ‘int’ o suonno e dint’ ‘a paglia:

e a stu suono sottile ‘o basso fanno…

VI

(Zampogna sola e coro ‘e zampogne)

Aiemmè! L’ammore è comm’ a na muntagna

e ce sta, coppa, n’arbero affatato:

rire chi maglie e chi scenne se lagna,

ca ‘o frutto culurito è mmelenato!

Ah, Ullèro, ullèro, ullà!

è comm’ a na muntagna…

E nun canta sta voce, aiemmè, se lagna!…

Ricordete, Marì! L’aria addurava,

ce ne ievemo sule a passe a passe;

e ce faceva luce e ce guardava

na luna che pareva ca penzasse…

Ah! Ullèro, ullèro, ullà!

Sta luna ce guardava…

Chi sa che lle pareva e a che penzava!

Torno p’ ‘a stessa via: ce paso a ll’ ora

ca ce passaie cu tte ll’urdema vota:

mme pare ‘a voce toia sentere ancora…

Ah! comm’ avota ‘o munno, ah, comm’ avota!…

E ullèro, ullèro, ullà!

Te chiamo: e ‘a miez’ ‘e fronne

ll’ eco, ll’ eco surtanto mme risponne…

D’ ‘e pedezzulle tuoie, nterra, ccà nnante

veco e canosco ‘o segno c’ aie lassato:

vicino a lloro, uh Dio, chiaro e lampante,

‘o segno ‘e n’ nati dduie ce sta stampato!…

Ah! Ullèro, ullèro, ullà!

Povero a me! So’ stato

pe n’ at’ ommo traduto e abbandunato!…

Tutto è venuto! C’ ‘a stagiona nova

lasseno ‘a casa vecchia ll’ aculei,

correno a n’ ata parte e fa’ la cova

e tu pure, tu pure e’ mise ‘e stelle!…

E ullèro, ullèro, ullà!…

L’ammore è na muntagna

rire chi maglie e chi scenne se lagna…

VII

E fennette ‘a canzona…

(E pareva c’ ‘o cielo, for’ ‘a grotta

se fosse fatto p’ ‘a piatà cchiù niro,

dint’ ‘a pace d’ ‘a notta.)

E fenette accussì, cu nu suspiro…

– E ghiate, ia’! – dicette

‘a cchiù longa e chi allora ciaramella –

E chesta è stata ‘a canzona curtese?!

Ne saccio una cchiù bella…

Iammo! ‘O viento ce sta. Se canta a stesa…

Cu sta malincunia

v’ ammusciate cchiù assai, cummara mia! –

VIII

(Ciaramella sola)

– Oi ma’, – dicetta a màmmema na vota –

io mme vurria nzurà: che nne dicite?

vurria truvà na femmena e na dota:

cunzigliateme vie ca vecchia site. –

Màmmema ‘a capa aizaie: mpont’ a nu dito

teneva ‘o ditaliello spertusato,

me metteva na pezza a nu vestito,

e ‘int’ ‘a pezza lassaie ll’ aco appezzato…

E dicette accusì:

Nda mbò! Ndì ndì!

Oro t’ha dda purtà, seta e velluto,

e pperne ‘e qualità, sfuse e nfelate,

nu cummò ‘e palisante auto e ghienguto

‘e panne lisce e panne arricamate.

Si è d’ ‘o pagghiese ‘a massaria nzerrata

addò nisciuno maie nun c’è trasuto:

si è de cità na bona annumenata,

n’arte ‘e mmane e nu parte canusciuto…

Canusciuto, guagliò!

Nda mbò! Nda mbò!

– E quann’ è chesto, oi ma’, – lle rispunnette –

sta nenna tale e quale rifurmata

comm’ ‘a vulite vuie, senza difette

e cu tanta virtù, l’aggio truvata.

Rosa se chiamma. ‘E pperne? ‘E ttene mmocca.

Ll’ oro? Songo ‘e capille anella anella.

‘O musso è comm’ a doie cerase a schiocca

‘E velluto so’  ll’uocchie… è bella! è bella!

è bella, è bella, oi ma’!

Nda mbò! Ndì ndà!…

E pe riguardo ‘a massaria…

IX

Fenette

tutta na vota ‘a museca. Sfiatate

zampogne, e ciaramelle

fennettero ‘e sunà. Pe nu mumento,

dint’ ‘o silenzio, a grotta

rummanette accusì:

po’ luntano sparaie n’ ùrtema botta,

e nu gallo cantaie: “Chicherichì!”.

“Chicherichì!” tante e tant’ ata galle

rispunnettero a ttuono.

L’organo d’ ‘a parrocchia ‘e ffunzione

nfra tanto accumpagnava

spannenno ‘o suono attuorno,

e già p’ ‘a strata ‘a gente cammenava.

Era Natale. E s’era fatto iuorno.

– Scetateve, scetateve, picciuotte!

Mannaie! Parte ‘o papore!

Susiteve ch’ è tarde: è fatto iuorno

e vuie dormite ancora!

Pigliateve ‘e zampogne,

ncapputtateve buone ascenno fora,

ca fa nu friddo ca fa zumpà ll’ogne! –

E, a ppoco a ppoco, ‘a grotta vummecaie

(parlanno cu rispetto)

quase na sittantina ‘e zampugnare.

Stunate ‘e cchiù figliule

steveno tutte quante…

Camminaveno arreto sule sule:

ieveno ‘e viecchie, accapputtate, nnante.

Mo s’ ‘e porta ‘o cummoglio: e sesca, e corre:

e case, arbere e sciumme

fiueno comm’ ‘o viento…

Nun parla cchiù nisciuno

mmiez’ ‘a fredda campagna;

ma pur ancora suspira quaccuno:

“Ammore, ca si’ comm’ a na muntagna…”.

Che gioia! Finalmente ci sono riuscito! Tanto tempo per trascriverla e stare attento a non sbagliare… ed ora è qui! La prima volta nella storia del web che questa bellissima canzone di Natale di Salvatore Di Giacomo viene pubblicata COMPLETA!

Che dire? La trovo struggente… meravigliosa… 🙂

Buon Natale a chi il Natale aspetta, e a chi canta canzoni d’amore!

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Il diavolo è un professore

Ho sognato il diavolo, stanotte. Non aveva le corna, il piede caprino o il naso camuso, e nemmeno la trasgressiva bellezza di una transessuale.
Era un professore. Avrà avuto a stento 40 anni. Aveva i capelli neri, ricci, e il pizzetto… come Caparezza, ma più alto, e senza la dolcezza e l’allegria del nostro rapper. Aveva occhiali dalla montatura di tartaruga.
Nel sogno non lo avevo mai visto prima. E anche nel mondo reale non conosco un uomo così fatto.
Ma so che era il diavolo,che era il male assoluto.
Nel sogno ero tornato al mio liceo per fare un concorso. Stranamente, il posto era una via di mezzo tra il mio vero liceo del passato e una pizzeria dove spesso compro una buona pizza con il salame e la mangio felice di essere vivo.
Questo concorso consisteva nel rispondere a quattro domande matematiche. Ne ricordo solo una: la massa della luna moltiplicata per l’acqua che scende dal Niagara in mezzora. Ma che voleva dire?
C’era questa figura maligna, quest’uomo dai capelli ricci e neri che passava tra i banchi. Si soffermava su di me e mi guardava con disprezzo. Guardava tutti con indifferenza, ma guardava me con disprezzo. Mi dice “Non ci provi nemmeno a copiare”. E io “perchè lo dice solo a me?” e lui “Perchè lei è chiaramente un incapace un disonesto”.
Allora mi alzavo di scatto in piedi. Nel sogno, era molto più alto di me. Quanto sarà stato alto? Due metri? Sembrava in piedi su di un banco, tanto mi torreggiava. Eppure, non riuscivo a scorgergli i piedi (nei mie lunghi studi sui fenomeni paranormali, molti che hanno avvistato alieni, angeli o demoni affermano che non si riesce a vedergli i piedi). Gli dico “Ho diritto al rispetto!”.
Lui mi guarda con aria beffarda, con un risolino maligno e dice “Lei non ha diritto a niente”. Non lo grida. Lo dice come un dato di fatto. “Io sono un laureato!” dico io.
Lui mi fissa come se avessi detto una stupidaggine. “Ma davvero! E con quanto si è laureato?”.
E io: “Con 110 e lode!”. In realtà, 108
Sogghigna. “E quanti anni ha? Quanto ci ha messo per laurearsi?”
Sempre alterato, gli ho risposto “Ho ventisette anni e ci ho messo sei anni”.
Lui ancora, con quel sogghigno terribile “Ha ventisette anni? Davvero? E dove è la sua donna? O forse alla sua età E’ BUONO SOLO A MASTURBARSI?”.
Era un sogno così reale. Ho fatto il gesto di colpirlo e lui ha riso forte: “Sarò lieto di esaminarla, a fine corso”.
Poi mi sono svegliato.
Stanotte ho davvero sognato il diavolo. Un diavolo astuto, che si è servito delle parole di mia madre e di mio zio, della loro disistima, che in mio zio arriva al mero disprezzo.
Ma non lascerò la vittoria al diavolo.
LO GIURO!

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CHI C’è IN ASCOLTO?

 

Chi c’è in ascolto? Mi sento molto solo… sollevato certamente, perchè è finito agosto, il più triste dei mesi, per me, perchè ad agosto tutti devono essere felici e invece io non sono felice. C’è gente che dice questo del Natale, io invece lo dico di agosto. Ad agosto BISOGNA stare in vacanza, al mare, il più possibile nudi… BISOGNA andare a ballare fino a notte fonda, fino all’alba, perchè così si deve fare… e soprattutto BISOGNA fare sesso.

E’ così brutto e volgare sentirsi rinfacciare ad ogni occasione la decisione di abbandonare il sesso con frasi del tipo “Ma quale rinuncia, tu sarai sempre un porco schifoso, dentro di te!”. Me lo dicono in tanti, anche cosiddetti “amici” e “cari” parenti. Io invece mi alimento di disgusto, per poter essere libero. E non è il gioco della volpe e l’uva: è la via alla mia serenità.

Le mie pulsioni sono tutte orientate sul piacere della gola: non è meraviglioso mangiare cose saporite? Un panino col salame vale più di mille escort!

 

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Dopo tanto tempo

 

E’ passato più di un mese da quando ho scritto per l’ultima volta qui. Allora avevo scritto sull’onda della rabbia, per reazione a degli insulti fatti da qualcuno che nemmeno mi conosceva. Questo è tipico degli esseri umani, me per primo.

Non so se proseguirò con questo blog: le persone cui voglio bene che di solito vengono qui a leggermi, per fortuna, non le ho perdute, perchè, tramite FACEBOOK (la concorrenza, sì, la concorrenza!), le sento ancora. Anzi, le sento SPESSO! E questo mi fa felice.

Sono entrato qui per scrivere di una mia ferma decisione: io, da già due settimane, ho rinunciato PER SEMPRE ad ogni forma di sessualità e di desiderio. Non è una scelta religiosa, anche se di certo il mio rapporto con Dio migliorerà per questo. Ho fatto questa scelta perchè credo sia l’unico atteggiamento sensato, l’unica alternativa che mi rimaneva e mi rimane. Prendermi in giro e farmi prendere in giro dalle donne, non ne ho voglia. Buttare la mia vita con una prostituta, in tutta la sua gradazione di significati, nemmeno mi interessa. E alle donne cui voglio un gran bene non augurerei mai me come compagno.

Non è affatto vero, come credevo in passato, che il desiderio sessuale fosse un morso incontrollabile: è un appetito, e come tutti gli appetiti si può dominare.

Solo così potrò veramente voler bene alle persone, e alle donne prima di tutto. Solo così potrò rispettarle. Solo così potrò essere in comunione con tutti. Solo così gli uomini smetteranno di considerarmi una piccola cacca: perchè COSì HO SCELTO.

 

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SEI ANCORA QUELLO DELLA PIETRA E DELLA FIONDA – Salvatore Quasimodo

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

Uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

Con le ali maligne, le meridiane di morte,

-T’ho visto-dentro il carro di fuoco, alle forche,

Alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

Con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

Senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

Come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

Gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

Quando il fratello disse all’altro fratello:

“Andiamo ai campi.” E quell’eco fredda, tenace,

È giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

Salite dalla terra, dimenticate i padri:

Le loro tombe affondano nella cenere,

Gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

SALVATORE QUASIMODO

Mi mette i brividi, questa poesia… ogni giorno che passa la sento più viva… ora, proprio adesso, in tutto il mondo si combattono guerre terribili. Un popolo intero ha festeggiato la morte di un nemico, hanno “gioito come quando si miete”, mentre bisognava piangere su sè stessi, su quanti non ci sono più, su quanti ancora presto non ci saranno più…

Rifiuto la violenza con tutto il mio cuore, voglio vomitarla come si vomita un veleno!

Forse la poesia potrà salvarci. Riscoprite la poesia. Respiratela come si respira una medicina. La poesia è come la preghiera, è pulita, è sana, non mette paura.

La poesia ci salverà!

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Già due anni

 

Ci vogliono far dimenticare. Sono quelli che gestiscono le nostre fonti di informazioni ufficiali. Le disgrazie del passato devono essere dimenticate, a favore di quelle nuove, più cool, più chic… qualcuno ancora si ricorda del disastro del petrolio di quest’estate? Qualcuno ne parla più? Nessuno. Nessuno dice che la natura impiegherà anni a mettere a posto il disastro che gli uomini hanno fatto.

Oggi fanno due anni. Due anni dal terremoto che ha devastato l’Abruzzo. I nostri politici, come sempre (ma non voglio arrabbiarmi, non voglio arrabbiarmi… ho già troppe cose da farmi perdonare), hanno fatto proclami, hanno effettuato soluzioni tampone per avere appplausi e poi nient’altro. Come oggi stanno facendo con l’esodo epocale dei poveri a Lampedusa. Faccio come la Litizzetto: me lo dite come succede la magia, l’incantesimo, l’ipnosi per cui un certo politico può dire e fare quello che vuoi e tutti applaudono comunque??? Me lo spiegate che succede? Perchè succede? Va con trenta puttane alla volta e c’è un tizio barbuto e grasso (che ha il fisico quasi come me, non posso scherzarci tanto!) dice che, se mi offendo, sono un “viscido moralista”. MA PERCHè?

Avevo promesso di non arrabbiarmi… io voglio solo pensare al dolore.

Alle persone che non ci sono più. Una carissima amica del mio miglior amico è morta in quel terremoto di due anni fa. E’ come una goccia nel mare, e ogni goccia è una vita. Mi mette i brividi. Penso ai miei genitori, ai miei cari, alle persone che amo. Il terremoto può colpire sempre e spazzarci via. E, anche se scampassi, che sarebbe della mia vita? Mi guardo attorno e vedo la mia bella casetta, piccola e modesta, ma piena di ricordi e di cose che amo. Banalità, sciocchezze, cose assolutamente inutili, ma cui voglio bene profondamente. Le mie librerie, tutti libri che mi hanno regalato emozioni. Una statuetta di King Kong, regalo per la mia laurea. Il mio libretto universitario. Una vetrinetta piena di oggettini graziosi.

Davanti ai miei occhi, il Vesuvio. Può spazzare via tutte le persone e le cose che amo. E anche uccidere me. Sarò sincero, mi terrorizza l’idea di sopravvivere a tutti, di veder morire i miei cari e distruggere la mia casa, più ancora che morire io.

E mi metto nei panni degli aquilani, e dei giapponesi, e di tutti i disperati della terra. So che dobbiamo aiutare tutti quelli che soffrono. Chi sta bene deve aiutare chi non sta bene. Alla faccia dei politici bugiardi, falsi profeti che per farsi belli invitano loro attorucoli in trasmissioni gestite dai loro sporchi soldi a far finta che tutto vada bene.

AIUTIAMOCI GLI UNI GLI ALTRI! AMIAMOCI GLI UNI GLI ALTRI!

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