tradotto da me, con il sostanzioso ed importante contributo del mio caro amico Andrea Conte
La morte della Luna
di Alexander Phillps
Il guardiano, una macchina da combattimento quasi perfetta, era stanco e
obsoleto, ma aveva ancora un ultimo compito da svolgere quando i colonizzatori alieni atterrarono su una terra giovane e ancora quasi priva di
esseri umani.
Una pianura verdeggiante senza alberi per la maggior parte piatta e livellata, si estendeva fino ad un lontano orizzonte. Attraverso la sua superficie poche piccole polle di acqua erano disseminate, tranquille ed immobile, in un assonnato tramonto.
Verso Nord, una rupe sorgeva brutalmente dal tranquillo livello della campagna circostante, degradando sull’altro versante fuori dal campo visivo. Sembrava essere formato di roccia dura come il granito ed era corroso dall’acqua, essendo la superficie tempestata di imboccature di caverne che venivano fuori stranamente intagliate dai suoi strati. Sulla sommità della rupe cresceva una lussureggiante vegetazione semitropicale in netto contrasto con la pianura. Questa vegetazione era formata da alberi dall’aspetto particolare, spuntati da sottoterra e tutti seguivano l’inclinazione della rupe e fino a svanire a perdita d’occhio. Questa tranquilla e pacifica scena era illuminata da un raggio di sole che creava una densa foschia, mentre insetti dall’aspetto primitivo ronzavano nel sottobosco della pianura come sulla rupe.
All’improvviso la quiete fu squarciata da uno spaventoso urlo di agonia. Al bordo di uno dei laghi era emersa una creatura orribile, ossuta e squamosa, simile ad un pesce, con occhi bianchi privi di espressione, ed era stato afferrato da un anfibio enorme e ora veniva sbranato lentamente, troncato a metà. La scena non era così pacifica com’era sembrata all’inizio.
Così era la gran parte del continente Nordamericano cinque milioni di anni fa, quando il Tempo si stava avvicinando a quello che è conosciuto come la fine del periodo Cretaceo, preparando il mondo per l’avvento dei mammiferi. In quell’era di trasformazioni il grande continente americano veniva costantemente allagato da un mare tiepido e poco profondo che con la stessa rapidità si prosciugava. Il ritirarsi del mare lasciava vasti spazi di pianure senza alberi con qua e là sul terreno che non era stato sommerso, larghe foreste della strana vegetazione di quel periodo. C’era anche vita animale: con l’irrompere dei mari arrivava la vita marina, con gli anfibi giganti che in ere ancora più antiche avevano perduto il loro dominio sul mondo ma non erano ancora giunti alla loro definitiva estinzione; con l’innalzarsi della terra e il prosciugarsi delle acque giungevano gli animali terrestri, i re della terra, distribuendosi per tutto il territorio.
Durante questo periodo sopraggiunse una parziale tranquillità, appena prima delle ere glaciali che si susseguirono in rapida successione. Il clima era caldo e selvaggio, non c’erano sbalzi di temperatura o alluvioni e fu in questo contesto che i dinosauri recitarono la loro ultima grande interpretazione nel dramma dell’esistenza e prima di cedere il dominio del mondo ai mammiferi. Fu tuttavia un’uscita di scena gloriosa perché essi completarono la loro razza, con quello che fu il più grande dell’ordine dei Rettili, e i loro carnivori furono le più possenti bestie da preda che abbiano mai camminato sulla terra. E il più possente di loro, la più terrificante macchina di distruzione che il mondo abbia mai conosciuto fu il Tirannosaurus Rex, il Re delle Lucertole Tiranne.
Non appena l’urlo tacque le felci mostruose e l’altra vegetazione sulla cima della rupe si separarono e il Tirannosauro Rex avanzò nella gradevole luce del sole.
Camminava eretto come facevano tutti i dinosauri carnivori, e la sua brutta testaccia crudele, con le sue mascelle incredibilmente potenti torreggiava a 18 piedi da terra. I suoi arti anteriori erano molto più piccoli di quelli posteriori e li usava come un uomo userebbe le mani. Le sue quattro zampe erano armate con lunghi artigli ricurvi, ciascuno dei quali avrebbe potuto squartare un nemico dalla gola al fianco con un solo colpo fulmineo.
Nelle zampe posteriori c’erano anche i tremendi muscoli rapidi e scattanti, capaci di trasportare il pesante corpo sul terreno ad una velocità che era davvero straordinaria. Il suo corpo, sebbene possente, era compatto e asciutto, e nascondeva in sé muscoli che erano il vanto della natura. Completava il tutto una coda lunga e possente ma capace di una grande mobilità.
Con un rapido movimento dei suoi grandi e freddi occhi inespressivi il Tirannosauro ispezionò tutta la scena davanti a lui, scorgendo nella palude infestata di canne uno dei giganteschi erbivori che costituivano il suo pasto abituale.
Per un attimo, con il corpo teso, la testa nella posa di un gigantesco serpente, rimase immobile; poi sparì e il fogliame si richiuse, silenziosamente come si era aperto pochi attimi prima.
Percorse il suo cammino a ritroso attraverso la giungla fino ad una piccola gola che un tempo era stata un corso d’acqua ed ora formava un sentiero al di sotto del livello della pianura. Qui si mosse agile e tranquillo come un gatto e così raggiunse la base della rupe. Lì controllo che la sua preda fosse ancora impegnata a riempire il suo gigantesco stomaco, quindi lasciò la rupe e si mosse verso di lui. Rannicchiandosi, stendendosi e sfruttando ogni possibile nascondiglio, si avvicinò gradatamente al sauriano intento al pasto.
Quest’ultimo, una bestia mostruosa e grottesca, con il corpo e le zampe possenti, ma dal collo incredibilmente lungo e dalla testa piccola, in piedi sulle quattro zampe, era intento a brucare e mangiare le succulente felci e le altre piante ai bordi del lago. Di tanto in tanto alzava il suo lunghissimo collo al di sopra dell’alto canneto, alla ricerca di possibili nemici. Nello stesso momento la grande bestia che lo stava braccando si immobilizzò del tutto, trattenendo ogni suo movimento nel modo in cui sanno fare tutti i rettili, con la pelle rilassata, ma con le fasce muscolari tese come corde d’acciaio. Quando ebbe raggiunto il limite dell’alto canneto, il Tirannosauro contrasse gli arti sotto di sé, l’ultimo movimento prima dell’assalto. Non stava per compiere un test di potenza, ma una vera gara di corsa. L’erbivoro non aveva validi sistemi per difendersi dall’attacco del carnivoro e la sua salvezza dipendeva solo dalla sua capacità di raggiungere in fretta la relativa sicurezza del lago, dove il Tirannosauro non avrebbe potuto seguirlo. Proprio quando quest’ultimo era pronto a scattare, la sua preda alzò la testa per un’altra occhiata sospettosa. Lentamente quella testa ridicolmente piccola si volse per avere una visione completa della scena; era sul punto di tornare al suo banchetto di verdure, quando si fermò all’improvviso come se fosse rimasto congelato. Le due grandi bestie si fissarono l’una di fronte all’altra, tanto immobili da esser simili a due rocce intagliate da una mano fantastica. Un vento leggero e improvviso soffiò e ronzò attraverso il canneto, trasportando un urlo intermittente attraverso la tranquilla superficie del lago. Quindi la tensione si ruppe e i due giganteschi sauriani passarono all’azione. Con un sibilo secco, il carnivoro si slanciò all’aperto, facendo tremare la terra con i suoi passi, mentre l’erbivoro si volse, con una velocità inimmaginabile per una creatura di quella mole, verso la battigia del lago. Ma per quanto fosse veloce, il Tirannosauro lo era di più, e a non più di dieci piedi dalla battigia, balzò facilmente sulla schiena della sua vittima. Ci fu un rombo come di tuono di ossa spezzate, un intenso, altissimo urlo, e poi le canne scosse ripresero a dondolare placidamente al vento. Il Tirannosauro aveva ancora una volta dimostrato il suo diritto al trono.
Mentre i re della terra vagavano e lottavano sulla superficie in formazione del loro mondo, il destino di un’intera razza dipendeva dalla parola di un solo individuo. A circa 240mila miglia di distanza c’era la luna, progenie prigioniera della terra. Essendo grande molto meno della metà della sua più larga compagna, aveva cominciato il suo naturale processo di raffreddamento molto più in fretta, e in un tempo molto più breve era diventata capace di ospitare la vita. E la vita, con i suoi propositi incomprensibili e i suoi sforzi apparentemente senza senso, immediatamente prese il controllo del piccolo astro. Crebbe e prosperò, raggiunse la sua maturità… e alla fine la luna cominciò a morire.
Tuttavia, l’evoluzione sul satellite non era andata avanti attraverso lo stesso percorso che aveva seguito sulla terra: aveva generato, al suo apice, un’intelligenza ben più avanzata di quella raggiunta dall’umanità nel giorno presente. Le creature che rappresentavano il vertice dell’intelligenza lunariana erano concentrate in una singola specie, ed erano stati capaci, per un enorme periodo di tempo, di supportare la propria esistenza con metodi
artificiali. Tuttavia, migliaia di anni prima del momento in cui avvenivano questi fatti, gli scienziati lunariani avevano predetto che le materie prime chimiche, i minerali grezzi, e i gas naturali usati per produrre i loro cibi artificiali, aria, acqua e ogni altra cosa alla base della loro esistenza sarebbero scomparse sotto la pressione di un uso costante ed indiscriminato. Appariva evidente che l’unica svolta possibile quando si sarebbero manifestate queste condizioni sarebbe stata quella di lasciare la luna per un altro corpo celeste, e naturalmente, essendo la Terra quello più vicino, la migrazione doveva volgere verso quella direzione. Con questo obiettivo, gli scienziati lunariani avevano lavorato attraverso i millenni, e la loro tecnologia era sempre più vicina all’obiettivo finale. Quel durissimo lavoro fece sì che, appena prima dell’estinzione dei dinosauri sulla Terra, tutto il sapere accumulato in migliaia di anni di fatica lunariana fosse nelle mani di un solo individuo, che aveva, con il suo incredibile lavoro di ricerca, costruito una macchina che, ne era certo, avrebbe potuto condurre lui e la sua razza alla salvezza, sul pianeta Terra. Questa macchina, tuttavia, fu realizzata all’ultimo minuto utile, quando già la vita delle montagne più alte stava fuggendo verso le terre più basse. Non ci fu pertanto possibilità, per gli scienziati di effettuare voli di prova con cui accertarsi della reale capacità di
questa macchina di attraversare lo spaventoso, illimitato abisso, né di assicurarsi se la sua razza sarebbe potuta sopravvivere nel nuovo mondo, con le sue caratteristiche peculiari, questo perché i lunariani, malgrado fossero molto vicini, non erano mai stati in grado di studiarlo davvero a fondo.
L’inventore, spronato da un’urgenza così grande, decise che lui e alcune delle più brillanti menti scientifiche del suo mondo si sarebbero imbarcati nel più grande di tutti i viaggi appena le condizioni lo avrebbero permesso. Se ci fosse riuscito, sarebbe tornato da solo e avrebbe coordinato il completamento delle migliaia di macchine interplanetarie ancora in costruzione e sarebbe iniziata l’immensa migrazione. Era fondamentale che lui tornasse sano e salvo, perché era l’unico a comprendere i complessi ed intricati meccanismi delle navicelle. Senza di lui, tutto sarebbe stato perduto. Tutte le altre attività erano state da lungo tempo abbandonate e tutta la popolazione lunariana aspettava con il fiato sospeso i bollettini orari che arrivavano dovunque sulla superficie della luna, spediti dall’immensa officina sotterranea dove l’inventore e i suoi colleghi stavano effettuando gli ultimi test e revisioni.
Il bollettino era sempre lo stesso: una volta i progetti del gigantesco artefatto alato si fermavano per penuria di materiali, un’altra i centri di distribuzione non reggevano, un’altra i sistemi di illuminazione cedevano.
La popolazione lunariana, come un solo uomo, si mosse verso tre grandi fabbriche, da dove sarebbe dovuta partire la migrazione e lì notizie false e panico incontrollato fecero scoppiare rivolte.
I test e gli inventari della macchina privata dell’inventore furono completati rapidamente, e non appena fu calata la lunga notte lunare, egli stabilì che prima della prossima alba sarebbe potuto partire per la Terra. È forse giusto specificare qui che la notte lunare oggi dura circa ventinove giorni terrestri e così era allora, ma un po’ meno.
Il cantiere dove era stata collocata la macchina già ultimata era situato in una lunga e stretta vallata incassata tra brulle e rocciose montagne, alte oltre ogni immaginazione.
Queste immense rupi si innalzavano per miglia verso il cielo, incredibili ed imponenti nella forma, e rappresentavano un ideale palcoscenico per quest’avventura così incredibile.
Il cantiere, che era sotterraneo, era malgrado questo più alto del resto della
vallata, trovandosi in una parte del fondo della valle che si era innalzato per uno smottamento vulcanico. Era proprio sul tetto di questo cantiere che si trovava in quel momento la macchina, un cilindro alato dalla punta aguzza.
Sembrava, mentre puntava da lontano il tremendo globo terrestre oltre le montagne sovrastanti, un fosco messaggero del Fato, cupamente indifferente.
Sottoterra era tutto un furioso trambusto; nel cantiere si facevano gli ultimi test, le imbragature venivano strette e strani apparati venivano ultimati minuto dopo minuto. Nelle grandi camere sotterranee che si stendevano sotto il pavimento della valle principale, nell’atrio, era stata convocata la più grande adunata, e tutti attendevano con grande emozione il segnale che li avrebbe portati alla superficie. Alla fine, arrivò e in un battibaleno la valle fu piena fino a scoppiare, tutti gli occhi fissi sulla figura imponente del cilindro sulla piattaforma. Calò un silenzio tombale, le montagne, i lunariani, la macchina stessa sembrano attendere l’apparizione di quei grandi avventurieri che osavano sfidare le incommensurabili profondità dell’infinito.
Quindi una porta verticale si aprì dietro la macchina ed emersero gli scienziati, che prontamente entrarono tutti nell’astronave, tranne l’inventore che con la massima attenzione ispezionò tutto l’esterno. Completata la sua ispezione, si volse e fissò i suoi compagni, che erano giunti per vederlo nel più terrificante di tutti i viaggi. A lui affidavano tutte le loro speranze di sopravvivenza.
In una cosa sola poteva rassomigliare ad un essere umano: aveva una statura eretta. Da tutti gli altri punti di vista era progredito seguendo differenti vie evolutive. Il suo corpo era stranamente simile ad alcuni dei più piccoli animali terrestri, tanto che il suo corpo era segmentato, ed era completamente privo di quella porzione che avrebbe dovuto essere il torace: la testa era immediatamente interconnessa alla sua sezione inferiore.
Aveva sei arti, ognuna delle cui estremità era dotata di estremità somiglianti a dita, ma molto più flessibili. Ogni “dito”, per così dire, era dotato di alcuni forti tentacoli muniti di ventose. Tutto il corpo era rivestito da una dura sostanza cornea ma estremamente snodabile. La sua testa, invece, era coperta da una pelliccia irsuta che circondava completamente i grandi occhi compositi e le sue robuste mandibole cornee. Usava solo due arti per camminare. Vestito di abiti robusti e resistenti al freddo e con sulla testa un pesante elmetto, aveva un aspetto particolare e caratteristico.
Da tutti i lati incombevano le possenti montagne, dietro di lui c’era la macchina minacciosa, che lentamente lasciava alle spalle dal pavimento della vallata, sulle teste dei lunariani, mostrando il verde brillante del grande globo terrestre.
Quali strani pensieri e sensazioni affollavano la mente di quell’essere, che viaggiava attraverso le fredde e misteriose profondità dello spazio dopo aver detto addio al suo mondo? Dei profetici presentimenti si affastellavano con fatica nelle profondità della sua mente? Volse silenziosamente lo sguardo ai suoi compagni, che glielo ricambiarono con lo stesso silenzio; quindi, si volse ed entrò nel cilindro. La grande porta circolare si chiuse con un rimbombo sordo, risuonando con echi cupi in quella valle silenziosa, poi il possente meccanismo spinse il razzo lentamente, in un silenzio spaventoso, risalendo con il suo muso aguzzo verso il lontano, misterioso cielo pieno di stelle e tutti furono pronti per il più straordinario viaggio mai concepito.
Tutta la valle era immersa in un silenzio teso e straniante. Da quell’altezza il globo terrestre sembrava lontano, freddo, impersonale, illuminando la valle e i suoi profondi picchi con la sua strana luce verde; dietro di lui, innumerevoli stelle guardavano sardonicamente quel tentativo di sfuggire all’inevitabile, e sulla piattaforma la macchina sembrava attendere qualche misterioso richiamo per lanciare la sua corsa attraverso le tenebrose profondità dello spazio.
Per un tempo che sembrarono anni, il silenzio portentoso regnò, ogni movimento scomparve, poi un ruggito immenso, tremendo, scosse la terra e in una mostruosa nuvola di vapore verdastro la macchina spaziale schizzò via verso la sua spaventosa corsa attraverso lo spazio. In un silenzio gravoso, i lunariani si allontanarono dalla vallata, lasciandola ancora una volta alla sua desolata solitudine.
Ancora una volta, il dolce e caldo sole mostrò i suoi raggi attraverso la nebbia sulla vasta pianura preistorica del Nord America. Le alte e intricate canne dondolarono irregolarmente alla dolce brezza e le nuvole di vapore, riflettendo la luce del sole, scorrevano lentamente sulla linea dell’orizzonte. In lontananza, la tremula linea di calore disegnava strane e bizzarre forme sulla familiare linea della rupe erosa dall’acqua e i placidi laghi sorridevano come in un sogno mentre il vento fendeva la loro superficie. Strani insetti dalle pesanti armature sfrecciavano ronzando intorno ai canneti e più in alto, stagliato nel perfetto blu della volta celeste, qualche lontano progenitore dell’immensa fauna di uccelli che sarebbero in seguito nati, disegnava con le ali immobili grandi cerchi continui.
Senza nessun indizio particolare in quella sonnolenta pace, un rombo profondo e riecheggiante diventò lentamente percepibile, fino all’apparire di un aguzzo e alato cilindro, da cui il suono veniva, che emerse da dietro la rupe e si posò dolcemente tra la vegetazione. Per qualche istante rimase immobile, poi la pesante porta rotonda si aprì e l’inventore lunariano si erse coraggiosamente sul suolo terrestre. Fissò attentamente lo strano paesaggio a perdita d’occhio. Nessuno avrebbe potuto sapere quali pensieri ed emozioni gli passassero nella mente, quali ambizioni gli erano balenate o quali desideri sopiti, in quel momento, si fossero compiuti e soddisfatti.
Aveva compiuto l’impossibile! Aveva varcato il più gigantesco dei confini ed era ancora vivo! Mentre era ancora tutto immerso in questi pensieri, i suoi compagni cominciarono a riunirsi attorno a lui, osservando con meraviglia e piacere la vegetazione lussureggiante, i rigagnoli di acqua limpida fino al fondo, e la fauna varia e multiforme.
Ora all’inventore restava solo di tornare indietro fino all’abisso senza fondo, dirigere il completamento delle migliaia di astronavi, cosa che non era riuscito a fare prima, e l’immensa migrazione sarebbe potuta cominciare. Era necessario, in ogni caso, restare qualche giorno sulla Terra, perché la macchina andava testata e controllata, prima di affrontare il viaggio di ritorno. In questo lasso di tempo, avrebbero potuto esplorare i dintorni più vicini e acquisire conoscenze sulle condizioni di vita terrestri. Perciò, impiegarono il primo giorno in un’attenta catalogazione delle forme di vita nei dintorni dell’acqua dei laghi più vicini.
Quando il suono dell’astronave lunariana era diventato appena udibile, il Tirannosauro Rex, forse solo per curiosità, lo aveva seguito attraverso la giungla, dalla rupe fino alla cima della pianura. Era stato perciò testimone dell’atterraggio e delle prime esplorazioni dei lunariani. Per qualche strana ragione, non li aveva attaccati, ma dopo qualche ora era tornato nel profondo della giungla, dove sarebbe probabilmente rimasto, se non fosse stato per gli uomini della luna. Attratti dalle mille nuove scoperte, questi si erano spinti sempre più lontano, e il secondo giorno decisero di esplorare parte della giungla, lasciando indietro l’inventore. Non avevano visto ancora nessuno dei grandi dinosauri e non immaginavano della loro esistenza.
I lunariani si misero in viaggio come un sol uomo, e dopo aver faticosamente scalato la parete della rupe, proseguirono decisamente all’interno del denso sottobosco tropicale.
Lo trovarono interessantissimo e dopo aver vagato senza meta da un oggetto all’altro per varie ore, giunsero ad una gola, che un tempo era stata un corso d’acqua e che ora declinava dolcemente verso la pianura. Qui furono le formazioni geologiche e minerarie ad attirare la loro attenzione, e subito procedettero negli studi e nelle classificazioni.
Purtroppo per loro, non sapevano che quello era il passaggio abituale che il Tirannosauro Rex usava per scendere dal canyon con la sua tranquilla precauzione. La bestia proprio in quell’istante si trovò a passare e si imbatté all’improvviso nelle strane creature che aveva visto il giorno prima. Non era stato notato, perciò si fermò e li fissò, con gli occhi immobili, senza sbattere una palpebra, e le fauci crudeli armate di zanne che non lasciavano trasparire alcuna emozione sul suo viso.
Arrivò loro vicinissimo, nascondendosi in una svolta improvvisa del canyon. Solo la sua testa era visibile, il resto del corpo era nascosto dalla grande roccia. In quella posizione rimase in attesa, con il corpaccio teso e rigido, “con quello sguardo immobile, statico, gelido” che solo i rettili sanno assumere. Il pomeriggio era quasi trascorso, il sole stava raggiungendo l’orizzonte lontano, e lunghe lame di luce tracciavano la via attraverso gli alberi del canyon, che era aperto verso l’ovest, quando i lunariani decisero di tornare all’astronave. E il Fato colpì.
Un lunariano, sul punto di andarsene, alzò lo sguardo verso una roccia che stava studiando e il suo sguardo incrociò l’occhiata glaciale del gigantesco sauriano.
Per quasi un minuto intero non si mosse, con un arto steso verso uno dei suoi strumenti e
un altro piegato.
Questo fu il momento prima che il vento calasse: la foresta, l’aria, l’intero universo trattenevano il fiato in un terrore da rompere il cuore. Quindi, con un urlo caratteristico della sua specie, il lunariano saltò in piedi, afferrando uno strano oggetto e armeggiò convulsamente con il tentacolo posto alla fine del suo arto. Con un sibilo rasposo, una raffica rossa e nera, che terminò tanto rapidamente come era cominciata, partì dalla fine dell’oggetto e colpì una parte della gola del dinosauro, lasciando una profonda ferita da cui cominciò a sgorgare sangue.
A sentire quell’urlo, i lunariani si voltarono giusto in tempo per vedere il Tirannosauro Rex, che sanguinava dalla gola e sibilava ferocemente, saltare dall’ansa del canyon percorrendo un’ampia distanza. Notarono con orrore la tremenda potenza espressa da ogni muscolo della gigantesca bestia e tutti all’unisono si ritirarono nel fondo della gola. La ritirata si trasformò in una rapida fuga quando il Tirannosauro balzò al loro inseguimento. Naturalmente, non c’era speranza fin dal principio. I balzi mostruosi del sauriano gli permettevano di sorpassare in velocità qualsiasi sforzo quelle piccole creature avrebbero potuto tentare. Smisero presto di scappare, perciò, e affrontarono il gigante alla carica, con l’unico pensiero di salvare la vita all’inventore, anche a costo di sacrificare la loro. Malgrado le scariche rosse delle armi lunariane ferissero il suo corpo in più punti, il Tirannosauro Rex non rallentò la sua carica furiosa oltre il canyon e, senza che alcuno se ne potesse rendere conto, il destino dell’umanità si compì nel momento in cui raggiunse e travolse i suoi avversari. Se avesse fallito, se fosse stato ucciso, e i lunariani gli fossero sfuggiti, avrebbero dominato il mondo, precludendo per sempre la nascita dell’uomo sulla terra. Ma niente avrebbe potuto fermare la sua carica irrefrenabile. All’improvviso fu loro addosso, colpendoli e dilaniandoli con tutte e quattro le zampe. In un solo istante, la possente coda uccise due di loro, e la morte degli altri giunse pochi istanti dopo, finché rimase in vita solo l’inventore, nascosto dietro la muraglia del canyon. Il Tirannosauro si fermò, respirando affannosamente, al centro, scrutando ogni cosa. Il dinosauro non era uscito indenne dalla battaglia, il sangue scorreva da tutto il suo corpo e uno dei suoi arti superiori penzolava inutile al suo fianco. Si prese solo un attimo di pausa, poi balzò sul lunariano. Non appena si era staccato dal suolo, una saetta rossa lo colpì, ma non fu sufficiente a fermare il suo proposito. Uno dei suoi arti anteriori saettò assentando un colpo spaventoso, e il lunariano giacque sbudellato sul pavimento roccioso dell’antico corso d’acqua.
Un momento istantaneo, un attimo di troppo, e il lavoro di innumerevoli secoli, di innumerevoli milioni di anni fu ridotto al nulla, come se non fosse mai esistito. Perché la vita si era generata sulla luna, perché si era evoluta da forme semplici a forme più complesse, dall’ignoranza alle conoscenze avanzate, se non per essere distrutta in un attimo da una gigantesca creatura della Terra? È così che la Vita, in ogni momento, procede senza scopo, senza anima, incomprensibile, giocando un gioco che non si può vincere. L’estinzione è l’unica fine possibile per ogni specie. Anche i dinosauri, dopo milioni di anni di dominio, sparirono e furono rimpiazzati dai mammiferi.
Subito dopo che il Tirannosauro ebbe sferrato il colpo mortale, stramazzò e il lunariano morto giacque accanto al suo uccisore. Alcuni lunariani si contorsero ancora nelle contrazioni post mortem, ma alla fine, eccetto i rantoli del dinosauro morente, tutto fu quieto. Il Tirannosauro giacque, così come aveva fatto l’inventore agonizzante, con il volto rivolto verso il cielo d’occidente.
Il grande sole infuocato stava ancora illuminando la selvaggia prateria e i suoi raggi a stento raggiungevano la pianura del canyon, facendo risplendere tutto in una luce eterea e magica. Alto sopra di loro nell’urna spezzata degli alberi colorati e delle rocce gigantesche, un venticello soffiava e scuoteva le cime degli alberi, mostrando di tanto in tanto l’azzurro del cielo. In lontananza, attraverso le profondità dei laghi lontani, uno strano lamento riempiva l’aria, un lamento così triste e misterioso, vecchio quanto la vita stessa. La luce del sole morente avvolgeva l’orrendo aspetto del dinosauro in una luce dolce, e non appena ebbe rivolto l’ultimo sguardo verso l’ultimo tramonto che avrebbe mai visto, attraverso i profondi spazi, nella dolce gloria dei Creatori della Vita, gli occhi del Tirannosauro si addolcirono e fu investito da una tenue, misteriosa dignità, come se la sua missione fosse compiuta. Lentamente i cupi rantoli diminuirono e finalmente cessarono del tutto. Il Tirannosauro Rex, Re delle Lucertole Giganti, il più terribile di tutti i carnivori, e il più temuto, aveva lasciato per sempre la terra.
Il sole era calato. Lontano ad ovest si scorgeva ancora una striscia aranciata, ma tutto il resto era stato reclamato dalla notte. Alta sul canyon, mostrandosi nello spazio attraverso le foglie, saliva una grande luna piena, mostrando la sua purissima luce bianca, come a voler stendere un mantello protettivo sul patetico corpo spezzato del suo figlio sconfitto, l’inventore, mentre in profondità, sotto la sua superficie, si nascondeva un popolo intero ad aspettare il suo trionfale ritorno. Sarebbe stata un’attesa lunga. Molto lunga.